"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

La moviola

Prima guerra mondiale, partenza dalla stazione di Trento

 

Di nuovo lo sferragliare dei carri armati in Europa. E' lo scorrere della "moviola balcanica" che ancora non abbiamo elaborato. Figuriamoci quella del 1914 di cui celebriamo, senza averne imparato nulla, il centenario. O quella dei campi della morte, mentre rinascono ovunque nuovi fascismi e permangono vecchie rimozioni. Come per l'inferno del gelo, quei gulag sui quali ancora oggi, in Russia e altrove, è ritenuto sconveniente parlare. I fantasmi del Novecento, le immagini di guerra che ci giungono dall'Ucraina, il libro di Paolo Rumiz.

 

 

di Michele Nardelli

 

(8 febbraio 2015) “Come cavalli che dormono in piedi” è l'ultimo lavoro di Paolo Rumiz. E' dedicato “ai nonni che non ho mai conosciuto”, ma potrebbe esserlo a tutti i nostri nonni che – soprattutto nella mia generazione – non abbiamo conosciuto, inghiottiti dalla guerra, dalla miseria, dall'emigrazione.

 

Da quella guerra dove il concetto di grande ha a che vedere soprattutto con il bilancio di vite spezzate: 9.722.000 soldati sui vari fronti dove sono caduti almeno un milione di civili morti durante le operazioni militari, 6 milioni di vittime che oggi definiremmo cinicamente “collaterali”, 21 milioni di feriti. Numeri terrificanti e ciò nonostante sottostimati perché a nessuno dei paesi belligeranti interessava dare conto di una tragedia in cui gli imperi e le nazioni europee si infilarono stoltamente in nome dell'affermazione della propria civiltà, della propria religione, dei propri interessi. Dalla miseria che c'era ma anche da quella che ne venne, laddove intere generazioni erano state spazzate via. Dall'emigrazione che in questa nostra terra povera aveva coinvolto nei quarant'anni precedenti il primo conflitto mondiale più di quarantamila persone (praticamente un quinto della popolazione d'allora).

 

E poi ai morti scomodi, quelli come i triestini e i trentini, che si trovarono a combattere e morire “dalla parte sbagliata” e per questo oltremodo ingombranti.

 

«Il 24 maggio del '15 la cavalleria italiana passa il confine austriaco dalle parti di Cervignano e chiede a un vecchio seduto sulla porta di casa: “Scusi buon uomo, dov'è il nemico?”. E il buon uomo, tranquillo, risponde “Veramente, signor ufficiale, il nemico siete voi”.

 

Che Paolo Rumiz va a cercare e ritrovare lungo le tradotte ferroviarie che attraversavano l'Europa per riconoscerli come pezzi di un'umanità mandata a concimare con i loro corpi dilaniati le immense terre al confine, u krajina, degli imperi. Il problema è che, cent'anni dopo, quelle anime morte non hanno ancora trovato pace e, noi con loro, in un secolo che non ha saputo elaborare nulla della propria tragedia.

 

Mentre scorro le ultime pagine del libro dell'amico Paolo, quelle terre al confine, u kraijna, ancora conoscono lo sferragliare dei carri e dell'artiglieria pesante, in una guerra che affonda le proprie radici nel Novecento. Guerre moderne. Del resto, l'Ucraina come i Balcani, sono – per usare la bella espressione di Rumiz – “un avvisatore di piene”.

 

A testimoniare questo “essere presenti al nostro tempo”, proprio venerdì scorso, parlando ad un folto pubblico di persone che in questi anni hanno conosciuto i Balcani attraverso le fitte relazioni della comunità trentina con la città di Prijedor (dove nel 1992 per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale in Europa riapparvero i campi di internamento) ho paragonato i Balcani ad una “sfera di cristallo”, lo spazio per comprendere più nitidamente il vento che soffia intorno a noi, la chiave per raccontare quella “postmodernità” che la fine di una storia ci ha lasciato in eredità.

 

Ecco perché è necessario elaborare il Novecento, ecco perché è fondamentale leggere quel che accade nel cuore dell'Europa e nel suo limes orientale. Per almeno tentare di evitare una nuova guerra le cui conseguenze sono tanto imprevedibili quanto devastanti. Presente al suo tempo, il libro di Paolo Rumiz ci aiuta a farlo.

 

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