"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Un salto nel voto

Rubik

 

Ilvo Diamanti ha anticipato – a margine del suo intervento al Festival dell’Economia, parlando della nuova edizione del “Saggio sulle classi sociali” di Paolo Sylos-Labini – alcune riflessioni riguardo al voto regionale dell’altroieri. Non lo ha fatto elencando vincitori e vinti (come molti si sono affrettati a fare in queste ore) ma descrivendo con grande puntualità il contesto dentro il quale le elezioni si sono svolte. Un contesto schizofrenico capace di rendere ogni tornata elettorale imprevedibile, socialmente e politicamente sfuggente a ogni schema interpretativo in nostro possesso. Per mettere ordine servono – mutuando le convinzioni sul ruolo degli economisti dello stesso Labini – interpreti curiosi, attenti e non ideologici della realtà, ommentatori intellettualmente onesti per comprendere il portato esplosivo della situazione che stiamo vivendo in questi anni. Per questo mio articolo prendo in prestito il titolo del volume che Diamanti ha dedicato allo studio dei flussi elettorali delle “pazze” Politiche del 2013. Qui, più umilmente, trovate alcune riflessioni che mi andava di condividere.

di Federico Zappini

Diffidate delle analisi post-voto, quindi anche di queste poche righe scritte di getto. Sono viziate da almeno due gravi errori interpretativi – la fretta e la voglia di semplificare – e disturbate dal rumore di fondo di un dibattito politico disordinato e infruttuoso. Il combinato disposto di queste tre cattive abitudini ha effetti fortemente distorsivi, non permettendo di fotografare in maniera fedele la realtà che ci circonda. Si può facilmente immaginare che a valutazioni fortemente superficiali, e spesso sbagliate, di ciò che è appena successo difficilmente seguiranno azioni capaci di determinare positivamente cosa dovrà succedere domani. 

Scrivo questo testo senza una lettura approfondita dei dati delle amministrative di questo fine settimana. Non sarà il risultato di Liguria, Campania o il ballottaggio del Comune di Venezia a modificare la mia interpretazione della terna semantica consenso, rappresentanza, politica. Non potrebbe essere altrimenti visto che, portando il discorso all’estremo, nessuna delle ultime scadenze elettorali (di ogni ordine e genere: Europee 2014, Grecia, amministrative trentine, Polonia, Spagna, referendum irlandese, ecc.) riesce a essere un esempio con forza di paradigma, un modello capace di ridefinire le categorie del quadro politico, sia esso quello territoriale, europeo o globale. Casi – almeno alcuni – certamente interessanti, esperienze anche fortemente innovative, ma che se messi uno vicino all’altro ci propongono uno scenario di estrema variabilità e dalle mille contraddizioni.

Il consenso – almeno in Italia, ma non solo  – è oggi allo stato gassoso, fluttuante al variare del “momento di grazia” di questo o di quel leader e della centralità dei vari temi suggeriti dalla contingenza (la contrarietà all’Europa, una particolare riforma, la paura dell’altro). Il consenso deve essere qui e ora (il tempo e la forma vanno ovviamente di pari passo), non offrendo la possibilità di creare legami più saldi alle sue varie componenti. Siamo ben oltre la liquidità baumaniana, siamo nel tempo della volatilità. E’ estremamente difficile allora interpretare con precisione le oscillazioni che intercorrono tra voto e voto – tutti vincono, tutti perdono, tutti bluffano, tutti sanno – così come non può essere banalizzata la crescente dimensione del partito del non voto, non solo simbolo di una montante disaffezione ma anche adesione consapevole e politica a una forma semplice e comprensibile di (non) rappresentanza.

La rappresentanza appunto. Nella sua forma classica – collegata a un’idea di mondo da realizzare o a un interesse da coltivare –  sembra a questo punto una sorta di miraggio e nella migliore delle ipotesi si configura come fiducia (un po’ tifosa…) riposta in questo o in quel personaggio politico. Ho aggiunto volutamente il termine “personaggio” perché è evidente come sia oggi molto potente la dimensione “teatrale” della scena politica. A ognuno il proprio ruolo quindi, e il proprio sentimento di riferimento. Il mood dissacrante e ipergiovanilista del Presidente del Consiglio o quello a lui alternativo del suo vecchio compagno di Leopolda, accoppiato a un sanguigno leader sindacale. La dimensione etico/politica/forcaiola di un ex comico e del suo movimento o il rancore senza freno del nuovo capopopolo leghista che vorrebbe gestire ogni questione in punta di…ruspa. In ognuno di questi casi, comunque, siamo di fronte a stati d’animo estremamente variabili e spesso non del tutto estranei uno all’altro, come se gli insiemi della moderna rappresentanza post-ideologica trovassero giorno dopo giorno intersezioni sempre diverse e difficilmente comprensibili per una politica con il fiato mai così corto.

La politica è in crisi, non da oggi ovviamente. ‎Dato per scontato questo assunto, ciò che risulta inspiegabile è l’assenza totale di riflessione al riguardo all’interno dei suoi luoghi classici. Partiti, sindacati, istituzioni. Non solo a ridosso del momento del voto – laddove si potrebbe accettare qualche frase di circostanza, una sostanziale semplicità dei messaggi lanciati e persino un briciolo di opportunismo – ma in ogni fase della vita dei partiti si percepisce una totale assenza di consapevolezza della gravità del momento e dell’urgenza di attivarsi non nella direzione di garantire la propria sopravvivenza a tutti i costi ma per la bonifica del campo su cui la politica gioca le proprie partite (linguaggi, formazione, organizzazione) e per la riaffermazione della propria centralità nel governo e nella trasformazione dell’esistente (capacità di visione, strumenti della partecipazione, attivazione delle comunità, filiera della decisione). Ci si limita invece a denunciare la distanza dai cittadini, non assumendosene poi davvero la piena responsabilità. Si richiama il ruolo salvifico del radicamento territoriale salvo poi praticarlo banalmente, aprendo qualche sede decentrata. Si propongono nuove formazioni politiche a una platea di interessati sempre più ristretta e frammentata. Formazione rispondenti spesso a categorie che trovano solo fragili connessioni con la società che si vorrebbe rappresentare. Non si valorizzano le esperienze e le virtù del passato. Ci si prende cura (male) di un presente dilatato dal quale non riusciamo ad affrancarci. Il futuro poi… il futuro?

Si sottovaluta – questo è il punto – la necessità di ripartire dai fondamentali della politica (i luoghi adatti, la cultura e la formazione come strumenti fondamentali, la dimensione dialogica, la condivisione di competenze, gli sguardi lunghi e i tempi lenti) affinché il “salto nel voto” non si dimostri troppo doloroso per tutti…

(da https://pontidivista.wordpress.com/)

 

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