"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Mezzo pieno o mezzo vuoto? Il bicchiere di Parigi e il rapporto del Club di Roma

Dal film di Kubrik

di Michele Nardelli

(17 dicembre 2015) Come giudicare l'accordo di Parigi sul clima? Il confronto che si è aperto dopo la conclusione unanime della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite ruota attorno al dilemma di sempre: il bicchiere lo dobbiamo vedere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Le risposte, come si può immaginare, spaziano dall'ottimismo al pessimismo a seconda della lettura che se ne fa o, forse meglio, a partire dal proprio posizionarsi verso le cose del mondo. Entrambe legittime, per carità.

Perché se la conferenza sul clima non si fosse nemmeno tenuta le cose non sarebbero certo migliori e il fatto che i rappresentanti di 190 paesi si siano riuniti a discutere di come far fronte al surriscaldamento della Terra ha se non altro reso palese la gravità della situazione, “ultima occasione prima del disastro” è stato detto. Aspetto, non di poco conto, considerato che per decenni l'allarme lanciato nell'ormai lontano 1972 dal primo rapporto su “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma nemmeno veniva preso in considerazione, tacciato come catastrofismo.

E perché è altrettanto legittima la posizione di chi giudica il documento finale di Parigi insufficiente e privo di ogni misura in grado di vincolare le cosiddette sovranità nazionali, ammesso e non concesso che queste esistano o abbiano la volontà e gli strumenti per farlo. Tanto sono forti e sovranazionali gli interessi in gioco. In questa visione, anche il voto unanime conclusivo appare espressione più di una grande ipocrisia che di un ravvedimento operoso.

Fra queste posizioni, quand'anche personalmente sia in genere disposto a vedere le cose nel loro lato positivo e dunque a propendere per il bicchiere mezzo pieno, devo dire che in questa circostanza sarei più dell'idea di considerarlo mezzo vuoto.

Vorrei però cercare di sfuggire a questa (falsa?) alternativa, proponendo uno sguardo diverso proprio a partire dalle considerazioni che quarantatre anni or sono gli scienziati del Club di Roma proposero nel loro rapporto. In quel documento, infatti, il tema dell'insostenibilità era l'esito di un insieme di fattori dove l'emissione di anidride carbonica era solo uno degli aspetti che avrebbero portato alle loro previsioni: se il tasso di crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse fosse continuato a quei ritmi, i limiti dello sviluppo su questo pianeta si sarebbero raggiunti in un momento imprecisato entro i successivi cento anni.

Sotto accusa non era soltanto l'emissione di gas climalteranti ma un modello di sviluppo che non faceva propria la cultura del limite, ovvero il carattere limitato delle risorse del pianeta. Successivamente, era il 1992, venne pubblicato un primo aggiornamento del rapporto che titolava “Beyond the Limits” (Oltre i limiti), nel quale si sosteneva che i limiti della "capacità di carico" del pianeta erano già stati superati. Seguì un secondo rapporto, Limits to Growth: The 30-Year Update (2004) nel quale venne aggiornato il documento originale spostando l'attenzione dall'esaurimento delle risorse alla degradazione dell'ambiente (vedi testo allegato). Inoltre nel 2008 Graham Turner, del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) australiano, pubblicò una ricerca intitolata «Un paragone tra “I limiti dello sviluppo” e 30 anni di dati reali» in cui si concludeva che i mutamenti nella produzione industriale e agricola, nella popolazione e nell'inquinamento effettivamente avvenuti sono coerenti con le previsioni del 1972 di un collasso economico nel XXI secolo.

La questione dovrebbe quindi essere affrontata a partire dall'insieme delle crisi con le quali abbiamo a che fare e dunque a partire da una visione complessiva che evidentemente richiederebbe risposte complesse e interdisciplinari. In altre parole, richiederebbe che a venir messi in discussione non fossero soltanto le emissioni, ma il modello di sviluppo che si è affermato nel corso del Novecento e che, a guardar bene, assimilava i modelli sociali immaginati in opposizione, entrambi privi del concetto di limite.

Certamente anche l'inquinamento dovuto alle emissioni di CO2, ma questo come parte integrante – e vorrei dire indissolubile – rispetto ad un modello di sviluppo dominato non solo dall'idea del profitto ma anche da quella dell'uomo signore del mondo. Dove la cultura del limite non è riconducibile soltanto all'esauribilità delle risorse ma anche ad un approccio etico che parte dal presupposto che questo pianeta non è a nostra disposizione ma dato in prestito dalle generazioni a venire, alle quali dovremmo consegnarlo senza averne pregiudicato il futuro. Vale per l'utilizzo delle risorse come per la ricerca scientifica, l'uso che se ne fa e il limite oltre il quale il “principio prudenza” dovrebbe consigliarci di non spingerci.

Noi sappiamo che già oggi non è più così. Che le scelte compiute in nome delle magnifiche sorti progressive dello sviluppo hanno portato il pianeta Terra sull'orlo dell'abisso, inquinando in maniera irreversibile intere porzioni di superficie terrestre, alterando grazie all'inquinamento, all'uso del nucleare militare e civile, alla guerra... gli equilibri naturali. Per non parlare di altri aspetti legati ad un modello di sviluppo insostenibile quali l'abbandono delle campagne, l'inurbamento delle megalopoli, la plastificazione del reale come dell'immaginario.

Ora, possiamo chiedere a chi è responsabile di tutto questo di rivedere profondamente i propri modelli di sviluppo? Non parlo solo dei governi, ma anche delle collettività di cui sono espressione... Possiamo cambiare i nostri paradigmi e con essi i nostri stessi stili di vita o i nostri sogni? Quando Papa Francesco parla di una quarta guerra mondiale in corso non credo si riferisca solo alle tante guerre dimenticate che pure affliggono il pianeta. Parla di una guerra nella quale siamo coinvolti tutti e nella quale ciascuno di noi è insieme vittima e carnefice.

Non è un problema tecnico-scientifico, anche se non è male misurare per quanto possibile la febbre del pianeta. Abbiamo a che fare con un tema etico e politico. Riguarda le nostre comunità come ciascuno di noi. Le scelte politiche e i nostri comportamenti individuali.

Sarebbe già qualcosa se cominciassimo a misurare la nostra impronta ecologica (ovvero il giorno del superamento – overshoot day) che, come ricordavo in un intervento qualche giorno fa, è per il pianeta il 13 agosto, per l'Italia il 5 aprile e per il Trentino il 6 giugno e, avendone consapevolezza, cercassimo di ridurne, anno dopo anno, l'insostenibilità. Ma questo è forse un sistema di calcolo troppo stringente per chi è più interessato alle proprie sorti che a quelle del pianeta.

Limits to Growth: The 30-Year Update

 

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