"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

12/11/2017 -
Il diario di Michele Nardelli
Spello, 2017

Il 5/6/7 ottobre scorso si è tenuto a Spello (Pg) l'incontro biennale che il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) propone ai propri associati. Una tre giorni che aveva come titolo "Sguardi meticci" e alla quale sono stato invitato per portare un contributo di pensiero nell'assemblea plenaria iniziale. Quello che segue è il testo del mio intervento.

 

Presenti al nostro tempo. Sulla solitudine di Papa Francesco e sulla necessità di cambiare i nostri paradigmi.

 

di Michele Nardelli

Sguardo è una parola che mi è cara. E quando mi è arrivato l'invito di Armando Zappolini nel quale, proprio parlando di questo incontro, scriveva della necessità di “essere colpiti da qualche cosa”, ho avvertito un'istintiva sintonia.

Perché quest'esortazione all'apparenza banale mi ricordava l'espressione che amava usare Hannah Arendt (peraltro non sua, ma le parole usate non hanno proprietà) quando indicava il bisogno di «essere presenti al proprio tempo». E certo almeno apparentemente tutti lo siamo, ma a guardar bene non è così. Essere presenti al proprio tempo significa mettere a fuoco gli avvenimenti, cogliere i segni del tempo, osservare ciò che vediamo ogni giorno con occhi diversi o semplicemente alzando lo sguardo.

Negli anni di impegno nella cooperazione internazionale spesso mi è capitato di chiedere alle persone che operavano sui territori di scrivere di tanto in tanto, accanto alle relazioni sull'andamento dei progetti, mezza cartella a partire da un fatto che nella quotidianità li avesse colpiti. Bene, a fronte di lunghe e talvolta inutili relazioni su progetti che dopo qualche anno si sarebbero rivelati nella loro insostenibilità, quelle poche righe sembravano la cosa più difficile da mettere giù, nemmeno fossero scolpite sulla pietra.

Perché rimanere stupiti voleva dire aprire lo sguardo al di fuori dalla propria autoreferenzialità, interrogarsi sul senso del proprio operare, magari rendersi conto dell'inessenzialità del proprio agire. Mi è capitato lo scorso anno, ritornando dopo qualche anno nella città di Prijedor, in quella parte della Bosnia Erzegovina chiamata dagli accordi di Dayton Republika Srpska, e provando ad osservare come quella città nel tempo fosse cambiata, di notare più di ogni altro cambiamento la proliferazione delle farmacie, peraltro nella loro modernità trapiantabili in una qualsiasi delle nostre città. Questa cosa mi aveva colpito ma di primo acchito non le avevo dato un particolare significato. Eppure qualcosa significavano e dopo qualche telefonata in altre latitudini segnate da analoghi processi di deregolazione il messaggio è stato chiaro: quelle farmacie parlavano della fine della sanità pubblica. Insomma un messaggio della postmodernità o, se vogliamo, di come diventeremo.

Tornando a noi, “essere presenti al proprio tempo” vuol dire interrogarsi ad esempio sul significato delle parole, chiedersi se gli strumenti interpretativi e le nostre categorie sono ancora servibili a descrivere questo tempo, evitare di rincorre il presente e di far nostro quell'approccio emergenziale che ci impedisce di andare alla radice delle contraddizioni. Al contrario, oggi tutto viene descritto come emergenza: profughi, lavoro, crisi finanziaria, ambiente, clima, terremoto, guerre, violenza sulle donne... . Eppure noi sappiamo bene che ognuna di queste “emergenze” ha ragioni profonde, strutturali e culturali, che andrebbero affrontate per tempo, ben prima che arrivino drammaticamente alla cronaca o che scorra il sangue. Consapevoli, peraltro, che quello emergenziale è un approccio verticale e autoritario, nemico del pensiero e della politica (almeno nella sua accezione più nobile).

Detto per inciso, è stata proprio la volontà di sfuggire ad un approccio colpevolmente emergenziale a portarci nel 1999 con l'amico Tonino Perna ad immaginare la realizzazione di un Osservatorio permanente sui Balcani, oggi OBC – Transeuropa.

Presenti al proprio tempo significa infine mettere alla prova i propri paradigmi: questione cruciale considerato che la crisi della politica (non solo dei partiti ma di tutti i corpi intermedi) è in primo luogo “crisi di sguardo”. Laddove non ci si schioda dall'impronta positivista di un cultura politica che ancora fa del progresso il proprio mantra.

In altre parole, alla consapevolezza delle profondità delle trasformazioni, corrisponde l'incapacità di decifrarle perché usiamo gli occhiali del passato. Tutto questo ci porta in una sorta di transizione fra un tempo che non c'è più e una realtà che ancora fatica a delinearsi: “fra il non più e il non ancora”.

Una transizione che dura ormai da troppo tempo, anche perché i conti con il Novecento non li abbiamo saputi fare. E' così per le nuove guerre (che cosa abbiamo imparato dalla guerra dei dieci anni e del suo carattere postmoderno?), è così per il secolo degli assassini (nel Novecento sono morti in guerra un numero di persone tre volte superiore a quello dei diciannove secoli precedenti). Quel secolo che non a caso nasce e muore a Sarajevo, quel secolo dove al delirio degli Stati-nazione corrisponde quello per il progresso che ha reso gli uomini subalterni ad un immaginario fabbricato (“Arbeit mach frei” era il benvenuto ad Auschwitz), schiavi delle macchine e delle cose, quello stesso secolo che ha portato il pianeta a consumare più di quanto gli ecosistemi possano riuscire a produrre, gettandoci nel gorgo nell'insostenibilità.

Un passaggio che durerà ancora più a lungo se non sapremo interrogarci su tutto questo e sui paradigmi obsoleti che non sappiamo metterci alle spalle.

Non essendoci in questa occasione il tempo per indagarli uno per uno, provo almeno a metterne a fuoco qualcuno.

In primo luogo la crescita. Secondo le analisi del Global Footprint Network, nel 2017 il giorno del superamento è stato il 2 agosto. Significa che da quel giorno fino al 31 dicembre consumiamo quel che non sarebbe lecito consumare, in una spirale che sembra irreversibile. Eppure nel 1961 complessivamente consumavamo la metà delle risorse prodotte in un anno dagli ecosistemi e ancora nel 1986 eravamo al pareggio. Quel che stiamo facendo in questi ultimi trent'anni è, anno dopo anno, sempre più irresponsabile. E se l'impronta ecologica globale richiederebbe oggi 1,7 pianeti, se andiamo a vedere quella dei paesi considerati a sviluppo maturo l'insostenibilità è ancora più irresponsabile: 2,6 pianeti se i parametri di consumo fossero quelli italiani, 5 pianeti per gli Stati Uniti, 5,2 per l'Australia.

Non si pone pertanto solo il problema della redistribuzione della ricchezza (e questi dati lo confermano), diviene impellente la necessità di riconsiderare i nostri consumi, la nostra impronta peraltro misurabile ad ogni livello fin dentro le nostre comunità. Ciò nonostante ci ostiniamo a misurare il buon governo dall'andamento del PIL. Cambiare il paradigma della crescita appare come una scelta di buonsenso e non significa nemmeno tornare alle candele, quanto mettersi nell'ordine di idee di tornare sui nostri passi e provare a “fare meglio con meno”. Ma tutto questo significa mettere in discussione l'ordine delle cose.

Un altro tema ormai ineludibile è quello del paradigma rappresentato dallo stato-nazione. Siamo circondati da un'esplosione di sovranismi, ciascuno dei quali rivendica un terrificante “prima noi”. Ancora una volta ci viene in soccorso Hannah Arendt quando scrive: «... E' pericoloso credere che un individuo o un gruppo possa essere libero solo a patto di essere anche sovrano. La famosa sovranità delle società politiche non è mai stata altro che un'illusione, che per di più può reggersi solo grazie agli strumenti della violenza, cioè con mezzi di per sé extra-politici. Data la condizione dell'uomo, determinata dal fatto che sulla terra non esiste l'uomo, bensì esistono gli uomini, libertà e sovranità sono così lontane dall'identificarsi da non poter neppure esistere simultaneamente. … Se gli uomini desiderano essere liberi, dovranno rinunciare proprio alla sovranità»1.

Le vicende dei Balcani prima, dell'Ucraina in seguito e della Calunya oggi – solo per rimanere in Europa – ci parlano di paradigmi – sovranità e autodeterminazione – che si sovrappongono fino ad esplodere. Rimanerne prigionieri significa non avere imparato nulla dell'insegnamento del secolo scorso. Del resto, lo stesso “Manifesto di Ventotene” – più celebrato che letto – scritto nel 1941 indicava la necessità di questo cambio di paradigma: «Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani»2.

La risposta al risorgente nazionalismo e, per altro verso, al globalismo omologante potrebbe essere quella sovranazionale e territoriale, riconducibile a quello che il Cardinal Martini definiva come “federalismo solidale”3. Ma questo pensiero continua a rimanere un'eresia.

Altra questione cruciale cui dovrebbe corrispondere un cambio di sguardo è la Pace. Parola che forse più di ogni altra ha smarrito il proprio significato. Tanto è vero che siamo immersi nella terza guerra mondiale e nemmeno ce ne siamo accorti. Ma che idea abbiamo della pace, se la si è ridotta al manifestare contro la guerra?

L'ammonimento pressoché quotidiano di Papa Francesco su una guerra mondiale in corso che ha come epicentro l'esclusione di una parte dell'umanità, è tanto forte quanto inascoltato. Francesco non credo si riferisca semplicemente – se così si può dire – alle tante guerre che pure insanguinano il pianeta. Per quanto dolorose e devastanti, penso ai bombardamenti di città come Aleppo (o la stessa Damasco) che rappresentano gli insediamenti urbani più antichi del mondo, le guerre c'erano anche nei decenni scorsi. Se dunque oggi Francesco ci ammonisce rispetto ad una terza guerra mondiale in atto, immagino si riferisca ad una guerra di tipo nuovo le cui vittime non si contano sui campi di battaglia o nelle città assediate, quella che si svolge nella quotidianità e che abbiamo dichiarato più o meno consapevolmente quando abbiamo affermato che il nostro stile di vita non è negoziabile.

A proposito del significato delle parole, la “non negoziabilità” del nostro modo di vivere – considerato il carattere limitato delle risorse e l'insostenibilità globale di cui ho fatto cenno – vuol dire che non c'è posto per tutti sulla faccia della terra: significa mettere in conto che una parte consistente dell'umanità possa essere considerata come un esubero, ovvero la fine dell'umanesimo. Credo sia questa la cultura dello scarto di cui parla in solitudine Papa Francesco.

“Prima noi” si afferma candidamente laddove la paura del futuro ha preso il sopravvento, come se questa espressione non rappresentasse la versione moderna di quel “Deutschland über alles” che ha consegnato l'Europa nelle mani del nazismo e dei fascismi.

Così, distratti sulla storia e sul significato delle parole, rinascono i nazionalismi. Rinascono soprattutto dove non c'è stata elaborazione del passato e dove la linea di demarcazione fra inclusione ed esclusione diviene più rarefatta fino a diventare insidia.

Considerato che mettere in conto 3 o 4 miliardi di esseri umani in esubero non è molto elegante, si sono srotolate le bandiere delle identità e inventati lo “scontro di civiltà”. Quasi un ossimoro se pensiamo che in realtà ciascuno degli abitanti del pianeta porta in sé la storia universale.

Se poi questo “scontro di civiltà” lo associamo all'Europa e al Mediterraneo, questo altro non significa se non il voler cancellare la storia di secoli di attraversamenti ed in particolare di quei settecento anni in cui – attraverso il Movimento delle traduzioni nato a Damasco, proseguito a Baghdad e in Andalusia – il mondo arabo portò da questa parte del mare la conoscenza del pensiero filosofico della Grecia antica, della matematica, dell'alchimia, dell'astronomia, dell'architettura, della poesia e persino della canzone d'amore. Perché non ci insegnano che anche per questa ragione nell'anno Mille la città più grande d'Europa era Cordoba?

La pace si costruisce sulla conoscenza, sull'elaborazione dei conflitti e nell'indagine sulla natura umana.

Serve un altro racconto. Come diceva nel suo intervento Antonia Chiara Scardicchio “non abbiamo visto tutto”. Mentre Antonia parlava mi veniva in mente il Don Quijote, il grande romanzo della deformazione della realtà e del gioco degli specchi fra immaginario e verità. Cervantes descrive un universo in cui la letteratura è l'arma più potente contro la tirannia. Oggi la tirannia non ha bisogno di mettere i libri al rogo, è più semplice coltivare l'idea che tutto è stato scritto e vedere solo quel che vogliamo vedere.

Ma non è vero che tutto è stato scritto. Serve un nuovo racconto. Per questo abbiamo bisogno di relazioni feconde fra sguardi diversi e, nel far questo, riconsiderare la nostra sostenibilità. Insomma, di un nuovo umanesimo.

1Hannah Arendt, Tra passato e futuro. Garzanti, 1991

2Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Il Manifesto di Ventotene. Mondadori

3Commissione Diocesana “Giustizia e Pace”, Autonomie Regionali e federalismo solidale. Centro Ambrosiano, 1996

 

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