"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

03/07/2018 -
Il diario di Michele Nardelli
Una strada di libri

Per due giorni, sabato e domenica scorsi, la centrale via del Suffragio a Trento, un tempo Contrada Todesca, è diventata “una strada di libri”.

Oltre diecimila libri, uno accanto all'altro, sul selciato di sampietrini (che pure l'amministrazione comunale avrebbe potuto ripulire per l'occasione, ma i libri evidentemente non fanno consenso), suddivisi fra loro da piccoli sentieri per poterli avvicinare ma non per genere così da farsi osservare senza pregiudizio, e tantissime persone ricurve che cercavano il loro compagno occasionale di lettura, era davvero un gran bel colpo d'occhio.

Lo era non solo per tantissimi turisti incuriositi, ma anche per le persone del rione, per gli operatori economici della via, per le cittadine e i cittadini di ogni età che hanno affollato una strada animata non solo dalle parole scritte ma anche da quelle raccontate o cantate negli innumerevoli incontri che hanno accompagnato la due giorni proposta dall'amico Federico Zappini.

A testimoniare come l'animazione culturale di una contrada (e forse anche di una città) richieda in primo luogo idee, sensibilità e fantasia. Libri vecchi, artisti di strada, musica dal vivo, il valore del confronto, qualche altalena, nessun nome di grido (il costo delle due giornate è stato di due mila euro, per metà coperti da un bando comunale, l'altra metà con le offerte di chi passava e raccoglieva uno o più libri), raccontano di un'animazione sostenibile nei 365 giorni dell'anno.

Investire in cultura vuol dire credere nelle idee, anche quando non si tratta dei grandi eventi o delle grandi opere. Ma anche in quel caso la sostenibilità non si misura con il ritorno immediato. Non dimenticherò fin che campo le polemiche suscitate dagli investimenti culturali dimostratisi lungimiranti, quando trenta o quindici anni fa si polemizzava contro il Mart, il Muse e lo stesso Festival dell'economia. Che pur andrebbero continuamente ripensati proprio nella consapevolezza che la cultura, come i libri, sono cose vive, occorre nutrirle con cura.

Diecimila e passa libri, altrimenti destinati al macero (qualcuno ci andrà comunque, perché come accade per gli aiuti umanitari anche in questo caso qualche donatore più che alla cultura ha badato a come disfarsi di scatole ingombranti piene di materiale stampato la cui utilità corrispondeva al nulla o forse alla vanagloria di qualcuno) hanno dunque ritrovato vita nelle loro nuove case.

Che fossero vecchi best seller, saggi dimenticati, volumi ormai antichi zeppi di appunti e pure con qualche fiore rinsecchito fra le pagine, oppure romanzi di poca cosa, pubblicazioni scientifiche che il tempo ha reso inservibili, manuali da cucina o gialli... non facevamo in tempo a posarli sul selciato che subito trovavano una nuova dimora dopo anni di polvere.

I libri, anche quando non letti, ti raccontano a saperle ascoltare tante cose. In quali mani sono stati, dei luoghi dove sono stati conservati o abbandonati, della carta (e della cura) usata nello stamparli, di quante volte sono stati aperti, della casa editrice che li ha messi al mondo...

Vedere tante persone raccoglierli, sfogliarli e prendersene cura – a fronte di tante librerie deserte – è stata una piccola ragione di speranza (e della quale dovrebbero rallegrarsi per primi i librai) in mezzo a tanta aridità di pensiero. Riscoprire il piacere verso la lettura lo considero un programma politico.

Perché se di libri se ne vendono sempre meno, questo è l'esito di un male profondo che non centra praticamente niente con gli e-book. Che ha a che fare con un tempo senza tempo, con le vite di corsa, con il rifiuto della conoscenza, con la cattiva educazione, con l'incapacità dei formatori di trasmettere passione (spesso perché è deficitaria anche fra loro), con l'analfabetismo di ritorno e da ultimo anche con la mutazione degli strumenti e delle forme del sapere. Per venirne a capo, non serve avere quindici o venti euro in più a disposizione nel nostro bilancio familiare o almeno non solo.

Occorre una risposta di sistema, che scommetta sulla conoscenza. Era quel che il Consiglio Provinciale aveva fatto su mia proposta con la legge provinciale n.10/2013 “Norme per favorire la nascita di autonome comunità di studio e per l'apprendimento permanente”, lasciata ad ammuffire nelle stanze di una Giunta (e di un Consiglio), la prima che misura la cultura con gli arrivi negli alberghi, il secondo privo di senso di sé e di autostima nel salvaguardare il valore dell'azione legislativa. La Legge, in vigore a tutti gli effetti, propone di sostenere le comunità di stuidio e di apprendimento informale, i gruppi di lettura, gli spazi comuni, le biblioteche, l'accesso a teatro per chi non abita nei centri maggiori, convenzioni per l'acquisto e così via nell'obiettivo posto in sede europea di avere il 15% degli adulti in formazione entro il 2020. Non la si vuole applicare? Abbiate almeno il coraggio di abolirla.

E si ricordino i nostri rappresentanti istituzionali, in primo luogo quelli del centrosinistra autonomista, che se oggi l'autonomia è in crisi (come lo è la politica intesa in senso largo, società civile compresa), questo lo si deve al fatto che senza lo studio non può esserci né buona politica, tanto meno buona amministrazione e buone classi dirigenti. Vale oggi come ieri, ma in un tempo di profonde e rapide trasformazioni l'apprendimento permanente è la condizione decisiva per non farsi travolgere e magari divenire – se ancora questo auspicio viene preso in considerazione – “regione europea della conoscenza”.

Intanto, grazie a Federico e a tutte le perone che hanno reso possibile questi due giorni che hanno colorato di cultura la vecchia contrada todesca.

 

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