"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Democrazia e partecipazione

Educarsi alla resilienza.
Orso resiliente

Resilienza e mutualismo. Una sfida territoriale lanciata durante la seconda Scuola di Resilienza

di Federico Zappini e Flaviano Zandonai

Partecipare a una scuola significa educarsi. Vien da sè che l’approfondimento proposto da RENA interroghi il territorio che ospita la Scuola di Resilienza rispetto al proprio presente e, soprattutto, nella descrizione del proprio futuro. Ecco quindi la domanda da cui nasce la nostra riflessione. Cosa significa (o cosa comporta) educare il Trentino – inteso come contesto ambientale, istituzionale e comunitario cioè persone, territorio e organizzazioni – alla resilienza? Proveremo a rispondere “giocando” con alcune questioni legate all’ttualità economica e istituzionale di questo territorio. Temi locali, ma generalizzabili – con i dovuti aggiustamenti – ad altri contesti.

La saggezza del proporzionale contro l’avventurismo politico
Divan

Riforma elettorale. Proprio perché governare oggi è questione tremendamente spinosa, è davvero illusorio che lo si possa fare attraverso marchingegni elettorali senza un consenso reale alle spalle. Una soglia al 4% può garantire articolazione senza provocare frammentazione

di Antonio Floridia

(9 dicembre 2016) Ma il «ritorno al proporzionale» è davvero una iattura, un’altra delle catastrofiche conseguenze del referendum, come sostengono pigramente alcuni commenti che ripercorrono i peggiori luoghi comuni del recente passato?

Nulla di tutto questo: tornare a votare con una legge elettorale proporzionale si configura oramai come una condizione, necessaria anche se certo non sufficiente, perché si possa sperare di porre un argine alla crisi della democrazia italiana.

Non solo: tornare al voto con un sistema proporzionale si rivela, a ben guardare, come la risposta più saggia alla situazione creatasi come conseguenza dell’avventurismo politico di Renzi. Le ragioni che depongono a favore di questa scelta sono molteplici e si possono riassumere così: ridare la parola alla politica.

Il paesaggio non è cambiato. Quali insegnamenti dal voto di domenica scorsa?
Paul Klee

«La maledizione di vivere tempi interessanti» (58)

di Michele Nardelli

(8 dicembre 2016) In effetti sono queste giornate piene di sole, nonostante qui il freddo cominci ad essere pungente. Ma il paesaggio (quello sociale e politico) continua ad essere inguardabile, come lo era del resto anche prima del voto di domenica scorsa.

A San Basilio, quartiere popolare di Roma che negli anni '70 faceva parlare di sé per le lotte sociali, la gente caccia via una famiglia di immigrati dalla casa popolare che regolarmente era stata loro assegnata gridando “qui i negri non li vogliamo”. Un italiano su quattro è a rischio di povertà ma la corsa ai consumi voluttuari non accenna a diminuire. Ogni giorno ci sono due incidenti mortali sul lavoro, ma l'importante è far soldi (anche a scapito della sicurezza) e la velocità è diventata un valore. I cambiamenti climatici rendono i nostri territori fragilissimi ma non ti azzardare a proporre clausole di salvaguardia ambientale perché ti tiri addosso l'ira delle comunità. Siamo da tempo oltre la sostenibilità ma a Marrakech la conferenza sul clima si conclude con l'impegno, si fa per dire, di un regolamento per l'attuazione degli accordi di Parigi da stilare entro il dicembre 2018. L'Europa è devastata dai nazionalismi, ma ci si commuove di fronte all'inno di Mameli. La distruzione della città più antica del mondo (Aleppo) ormai non fa più notizia in una guerra che è già costata più di mezzo milione di morti, ma poi ci sembra naturale che il governo Renzi stanzi 14 miliardi di euro per gli F35...

 

 

 

E dopo? Bisogna che qualcuno fermi questo delirio...
Fine dell'illusione

Intorno all'esito referendario (2)

di Roberto Pinter

(6 dicembre 2016) L'Italia, contro ogni logica e buon senso si è occupata a tempo pieno di una piccola e maldestra riforma presentata come lo spartiacque tra conservazione e futuro. E lo ha fatto seriamente perché mentre il mondo politico si contrapponeva ferocemente gli elettori si sono fatti una loro opinione, nel merito della riforma o nel merito del plebiscito chiesto da Renzi, e hanno detto la loro, senza seguire pedissequamente i leader che ora rivendicano impropriamente il risultato come un loro risultato, molti in dubbio fino alla fine, lacerati per le pessime compagnie, affatto compatti e significativamente plurali.

 

Ponti da ricostruire...
L'abbattimento del Vecchio

di Alessandro Branz

Stiamo assistendo ad una “brutta” campagna referendaria, infarcita di toni polemici e caratterizzata dal palese tentativo di delegittimazione dell’avversario. In tal senso molto peggiore di quelle celebrate nella c.d. Prima Repubblica, allorquando - perlomeno - alla “vis polemica” si accompagnava l’approfondimento dei contenuti ed un confronto nel merito delle questioni. Per non parlare del clima di incertezza e disinformazione che si sta respirando, al punto da ingenerare immotivate paure (il c.d. “salto nel buio”) o previsioni poco attendibili (“se vince il NO non avremo più riforme per almeno trent’anni”…).

Tutto ciò va certamente attribuito alla natura dell’istituto referendario che, costringendo ad una scelta perentoria tra il SI ed il NO, dicotomizza il confronto, bipolarizza in modo ferreo la competizione ed alimenta le posizioni più radicali. Ma una grande responsabilità va anche attribuita all’uso strumentale che di questo referendum viene perpetrato dai maggiori leader politici (a partire, mi spiace dirlo, dal nostro Presidente del Consiglio), il cui tentativo tipicamente “populista” di attribuire al referendum significati che in realtà non ha, rischia di provocare nell’opinione pubblica danni difficilmente recuperabili in un prossimo futuro.

Il referendum e il Pd: il dilemma per la sinistra
Imbroglio

di Roberto Pinter

(15 novembre 2016) Si avvicina il referendum che dovrebbe incidere sul futuro del nostro paese. Nel merito è sempre più evidente che la riforma non sconvolgerà la Costituzione né cambierà il paese. Se ne poteva fare a meno non perché non si possa toccare la Costituzione, ma perché non è certo il bicameralismo l'ostacolo che impedisce al paese di cambiare. E se lo fosse non è certo questa una riforma capace di superarlo in modo chiaro.

Non solo la riforma è una pessima riforma e pure pasticciata e non da risposte alle vere priorità di un paese che oltre alla crisi deve fare i conti con la corruzione, il malcostume politico, le inefficienze e la disastrata amministrazione pubblica, ma va anche in parte in direzione opposta a quella necessaria. Demolendo il regionalismo e rafforzando il centralismo, senza riformare lo Stato e preoccupandosi solo di semplificare e concentrare il potere, si continua ad andare nella direzione sbagliata per quanto ormai dominante. E anche le Autonomie Speciali dubito possano sentirsi garantite in questo contesto.

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Il futuro che abbiamo cercato di costruire
Anni '70

di Fabiano Lorandi

(20 novembre 2016) Lasciatemi dire. Sono a disagio quando sento “ quelli del PD che hanno fatto la scelta di votare NO rubano il futuro e vogliono che stiamo tutti in una palude”. Non è vero. Buona parte di loro l’hanno costruito, il futuro e risanate tante paludi e continuano a farlo.

Dal 1968 al 1978 la mia generazione, con la lotta e l’impegno politico e sociale, fuori e dentro le scuole, le università, le fabbriche, i luoghi di lavoro, le istituzioni, hanno conquistato: lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, l’istituzione degli asili nido pubblici, la tutela delle lavoratrici madri, la scuola a tempo pieno, l’obiezione di coscienza al servizio militare, il nuovo diritto di famiglia con la parità uomo/donna, l’istituzione dei consultori sanitari, la riforma penitenziaria, la prevenzione e cura della tossicodipendenza, la legge Basaglia con la chiusura dei manicomi, l’equo canone, la legge sull’aborto.

Si è cambiato davvero il Paese. Il tutto in 10 anni e pensare che c’era il bicameralismo perfetto!

 

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