Lettere

Per uscire dall'era del fossile
Da Altreconomia

Al via la Conferenza internazionale di Santa Marta (Colombia)

di Ferdinando Catugno *

(18 aprile 2026) Santa Marta non è una città qualsiasi dove organizzare la prima conferenza internazionale sull'abbandono delle fonti fossili. Il clima incoraggia le simbologie, questa lotta funziona come una saga, e allora, se il Brasile aveva invitato il mondo alle porte della foresta amazzonica per la Cop30, la Colombia ha scelto la città simbolo delle sue esportazioni di carbone per parlare di come far finire l'era del carbone (e del petrolio, e del gas), in questo incontro internazionale di cui parliamo da mesi e che finalmente comincia il 24 aprile, si chiude il 29, ed è allo stesso tempo fuori contesto e perfettamente inserito nel contesto, quando per contesto intendiamo la più grande crisi energetica della nostra storia fossile. La crisi dello stretto di Hormuz è il red wedding dell'energia.

Quindi ci sono due letture possibili. La prima è che è da pazzi organizzare una conferenza del genere mentre il mondo è occupato a capire se ci saranno una recessione globale, una guerra non-più-regionale o la fine delle democrazie per come le conoscevamo, ma forse – ed è questa la seconda lettura – proprio per questo motivo non c'è momento migliore per ritrovarsi a Santa Marta a parlare di come farla finita con le fonti fossili di energia (e Areale ci sarà).

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Non si libera un popolo con le bombe
Campo di zafferano in Iran

Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”

di Kamran Babazadeh

(3 marzo 2026) Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.

Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh. Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.

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Che me ne faccio dell'Intelligenza Artificiale...
Scritta murale

«L'intelligenza artificiale e i recenti sviluppi tecnologici si basano sull'idea di un essere umano senza limiti, le cui capacità e possibilità si potrebbero estendere all'infinito grazie alla tecnologia. Così il paradigma tecnocratico si nutre mostruosamente di sé stesso». 

Papa Francesco, Esortazione Apostolica Laudate Deum

 

L'amico Tonino Perna, fratello con il quale ho condiviso una vita di impegno fra il Mediterraneo e le sue sponde divenute approdo di culture, saperi, lingue, civiltà e umanità, mi ha inviato nei giorni scorsi questo grido di dolore che vorrei di condividere con i lettori di questo blog. Quanto accade intorno a noi è motivo di dolore, inquietudine e senso di impotenza. Le guerre sono diventate, senza remora alcuna, lo strumento normale per far valere gli interessi dei più forti. Le nazioni sono ritornate ad essere l'ossessione che vorrebbe giustificare il primato di qualcuno di fronte all'ormai evidente limitatezza delle risorse. Le regole del diritto internazionale vengono stracciate in nome di un presunto scontro di civiltà, senza comprendere che ciascuno è l'esito dell'incontro con l'altro. Mentre la complessità delle crisi e il loro intrecciarsi richiederebbero risposte che solo un cambio di paradigma ci può offrire. Invece prevalgono la barbarie e il sopruso, il cinismo e la tecnoscienza. E l'abisso si avvicina. Lo so, c'è anche dell'altro. Ed è quello al quale ognuno di noi, avvertendone comunque una responsabilità generazionale, cerca di fare con il proprio impegno quotidiano. E' in particolare in questi momenti che la poesia ci può venire in aiuto ed è per questo che le parole di Tonino possono contribuire a scuotere le coscienze. (m.n.)



Che me ne faccio della Intelligenza Artificiale

se sono diventato un animale 

violento, cinico, feroce

che non ha più pietà per l’uomo in croce.

 

Che me ne faccio dell’Intelligenza Artificiale...

 

 

 

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La guerra in Iran e il disprezzo per la propria gente
Antiche civiltà

Ricevo questa riflessione che trovo puntuale e necessaria. 

di Tahar Lamri *

C'è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l'Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L'intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: "Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne" e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l'opposizione alla guerra.

Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall'esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata.

Ma al di là della psicologia coloniale, c'è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese.

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L’ultima voce per la Palestina
Gaza

di Raniero La Valle

Cari amici,

la richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne raccontava l’esistenza sulla terra.

Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’“asse” con Roma.

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Il Sole sepolto nella profondità della Terra
Disegno di Reza Negarestani

di Soheila Javaheri *

 

Guardami pellegrino,

Guardami a lungo,

Affinché io possa interessarti1


Come si può narrare un ciclone standoci dentro? Immagini che si trascinano una sull'altra, sovrapposizioni, suoni, silenzi, distorsioni… Grida, labirinti… Forse Reza Negarestani con la sua lungimiranza visionaria è riuscito a vederlo con chiarezza e a raccontarlo. Diciotto anni fa Negarestani ha scritto una lettera aperta per il ciclone “Cyclonopedia. Complicità con materiali anonimi”2, una narrativa tra il saggio e il romanzo che crea l’enigma, aprespazi per il pensiero senza cercare risposte, capace di suscitarmi allo stesso tempo sia fascino che timore. Mi fa paura perché fin dalla prima volta mi è sembrato di leggere un manifesto del futurismo, con la sua velocità di taglio e la sovrapposizione di immagini, l’andare oltre i saperi antichi e quelli vicini, lo scorrere tra Haftvad e Hamadani a Gilles Deleuze e Félix Guattari in un lampo, Reza Negarestani sorprende, porta la notizia di strati di energie represse e soffocate e soprattutto parla delle frequenze nella profondità della terra, parla del tellurico.

Il dolore ha toccato l’osso sta volta,

- Madre, come state?

La prima volta mio padre mi ha portato là. Mi leggeva le poesie di Umar Khayym3.

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Lo sport, il corpo, la bellezza, l'eros e le macerie olimpiche.
Spirito olimpico?

di Diego Cason *

Lo sport è un fenomeno sociale e culturale che mostra i tipi e la qualità delle relazioni collettive di massa, che manifesta gli stili di vita e di comportamento. È un’attività economica che produce e consuma merci di diverso tipo e valore. È anche passione popolare, miglioramento tecnologico e delle prestazioni, competizione agonistica, spettacolo, festa, gioco. La pratica e il consumo di sport risponde a bisogni umani relativi all’uso del tempo “libero”, posto (apparentemente) fuori dalla coazione lavorativa, professionale e sociale quotidiana. Lo sport ha una forte valenza libertaria legata a una visione ludica del tempo. Questa è la sua immagine dominante che ha una formidabile potenza evocativa e un conseguente fascino.

Lo sport ha, però, altre funzioni molto importanti in una società. Ad esempio, la capacità di creare consenso politico e una esorbitante forza propagandistica. È anche uno strumento con il quale si esibisce il proprio status sociale; la pratica e l’interesse per alcuni sport certificano l’appartenenza a classi e ceti sociali diversi. È uno strumento di catarsi del conflitto sociale e formidabile aggregatore di passioni identitarie. Un fenomeno di grande rilevanza materiale, simbolica e affettiva.

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Le verità di questa COP (e qualche pagella)
Immagine Belem

di Ferdinando Cotugno *

(24 novembre 2025) La COP30 è finita nel pomeriggio, il suo anticlimax ci ha privato del terzo atto, ci ha tolto una sintesi politica ed emotiva che desse un senso ai suoi risultati.

La conferenza sul clima di Belém è finita portando a casa quello che si poteva, cioè così poco da rasentare il nulla, con l'illusione di aver protetto il multilateralismo, ed è da qui che sento il bisogno di partire, prima di analizzare i risultati, i dettagli, i pacchetti e le decisioni sancite col martelletto.

Il commento quasi unanime della società civile, quelli che ci tengono e che sputano il sangue e producono idee e politica ogni settimana dell'anno, è che il compromesso finale è sì al ribasso, ma almeno abbiamo salvato il processo multilaterale, mandando un segnale a Trump. Io, pur rispettando questa posizione, e pur comprendendo quanto questa posizione provi a essere costruttiva, non sono proprio d'accordo.

 

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L'addio al Novecento dei ragazzi nelle piazze
La palestina e noi

 

 

Questo testo è stato pubblicato dall'autore su Substack. E' di libera circolazione e appartiene a tutti. Lo ritengo un buon punto di partenza per un confronto largo sul significato del passaggio di tempo che stiamo attraversando, senza illusioni né scetticismo. 

 

di Alessandro Baricco

(9 ottobre 2025) Adesso è difficile individuarlo, ma c’è stato un giorno, recente, in cui Gaza ha smesso di essere il nome di una terra per diventare la definizione di un limite: la linea rossa che molti di noi hanno scelto come confine invalicabile. Da quel giorno, lottare al fianco di Gaza non è più stata una scelta politica, da legittimare o da porre in discussione.

È diventata una mossa mentale in cui una certa umanità ha preso distanza da un’altra, rivendicando una propria idea della Storia e richiedendo indietro il mondo a chi glielo stava scippando.

 

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Aree interne: Lettera aperta al Governo e al Parlamento
Aree abbandonate del Mezzogiorno

Pubblichiamo la “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”, sottoscritta a conclusione dell’annuale convegno dei Vescovi delle Aree interne. Il documento, firmato al momento da 140 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati, resta aperto per ulteriori adesioni. Il testo sarà consegnato all’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili”.

Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali – e in particolare i piccoli centri periferici – alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta. S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione.

La recente pubblicazione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, che aggiorna la Strategia Nazionale per questi territori, delinea per l’ennesima volta il quadro di una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, ritenuti nella sostanza una condanna definitiva, tale da far scrivere agli esperti che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive» (p. 45). Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di «combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità» (ivi). Sono molti gli indicatori che fanno prevedere all’ISTAT un destino delle aree interne che, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo 4 della Strategia nazionale s’intitola: «Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile». In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse». In sintesi, il sostegno per una morte felice.

 

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sabato, 30 agosto 2025 ore 10:30

Le nuove geografie ecosistemiche. Una giornata di confronto ai piedi della Marmolada
Fonte: FAI

Care e cari,

come sapete nell'ambito del Collettivo di scrittura nato attorno al libro “Inverno liquido” da qualche tempo sto lavorando insieme ad alcuni di voi ad una nuova pubblicazione che ha come oggetto le “Nuove geografie ecosistemiche”.

Abbiamo fatto un paio di incontri da remoto, ne abbiamo discusso lo scorso anno nell'incontro in presenza del Collettivo a Puy de Champanesio, abbiamo realizzato un anno fa l'incontro a Dosoledo (BL) sulla “Regione che non c'è” ovvero sulla Regione Dolomiti per descrivere come il tema possa avere implicazioni territoriali molto significative, nel mese di aprile ho avuto il piacere di esporre il tema nell'ambito della Scuola di formazione politica Danilo Dolci di Roma, sempre in aprile abbiamo promosso con Slow Food del Trentino Alto Adige/Südtirol al Muse di Trento la presentazione del libro di Franco Farinelli “Il paesaggio che ci riguarda” dove ho potuto dialogare con l'autore proprio attorno ai temi delle nuove geografie. Grazie a Massimo De Marchi, il 30 giugno scorso abbiamo realizzato la visita al Museo di Geografia dell'Università di Padova e sempre Massimo ci ha fornito i materiali dell'ultimo congresso di geografia tenutosi recentemente a Torino nonché l'interessante catalogo della collana dedicata alle geografie della casa editrice Franco Angeli (vedi in fondo alla pagina il link di accesso).

Laste di Rocca Pietore (BL)

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Conservare abitando. Per una nuova geografia delle terre alte.
da https://pontidivista.wordpress.com/

di Federico Zappini

(20 settembre 2025) La fine dell’estate – con lo zero termico per giorni oltre i 5000 metri – è il momento giusto per una riflessione sul nostro rapporto con ambiente e territori montani. Per farlo però partirò dalla laguna veneziana e da una città d’arte, Roma.

Venezia. L’isola di Poveglia era stata messa in vendita dall’Agenzia del Demanio, con il rischio concreto di trasformarsi in resort di lusso. Solo la mobilitazione civica – con i comitati ad ottenerla in concessione, dopo dieci anni abbondanti di battaglia – l’ha sottratta alla speculazione, salvandone la sua identità naturalistica e culturale. Si apre ora una nuova fase di protezione attiva degli ecosistemi e valorizzazione responsabile degli spazi che saranno recuperati grazie a energie e competenze dei cittadin* attiv*.

Roma. Anche le superfici della Cappella Sistina subiscono gli effetti dell’overturism. L’elevato numero di visitatori compromette la conservazione degli affreschi, richiedendo interventi di restauro sempre più frequenti. La fruizione di massa di beni naturali o artistici mette a rischio ciò che ci siamo dati il compito di tramandare integro alle generazioni future.

Dolomiti. I crolli di questi anni – la Marmolada prima, la cima Falkner nel gruppo di Brenta poi – testimoniano la fragilità di quello che rappresenta un hotspot climatico, stressato da condizioni ecologiche e ambientali mutate radicalmente. Le Dolomiti patrimonio Unesco vedono ogni loro elemento a forte rischio: ghiacciai in ritirata e conseguente diminuzione delle acque a valle, foreste affaticate oppure che invadono disordinatamente prati aperti, qualità dell’aria che peggiora insieme all’aumento delle temperature, rocce e terreni instabili che amplificano il rischio di dissesto idrogeologico.

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La cattivocrazia
da https://salto.bz/it

di Mauro Cereghini

Ci sono segni che spiegano più delle parole. La violenza, l'insulto, il bullismo che vediamo nei gesti politici contemporanei ci dicono di un tempo nuovo, in cui sono immersi tanto i leader quanto i loro governati. Il tempo della cattiveria.

(29 agosto 2025) Il presidente turco Erdogan ha sorriso leggermente quando, incontrando la Presidente della Commissione Europea von der Layen insieme al Presidente del Consiglio UE Michel, ne ha palesemente sminuito il ruolo politico sedendola defilata rispetto al collega maschio. Il ministro israeliano Gvir invece è apparso tronfio mentre illustrava le foto sulla distruzione di Gaza appese nei corridoi di un carcere. “I detenuti palestinesi le devono vedere tutti i giorni, uno di loro ha anche riconosciuto i resti della sua casa” – ha commentato compiaciuto, concludendo – “Così dev'essere”. Più esplicito ancora il presidente USA Trump all'inaugurazione del controverso centro di detenzione per migranti irregolari nelle paludi della Florida: “Gli alligatori come guardie costano poco”.

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Marcello, maestro irregolare
Marcello Farina (foto di Gianni Zotta, da Vita Trentina)

 

 

“Stava sul filo dell’onda e del vento”

Frammento 212, di Archiloco



Ancora un’altra perdita: quella dell’amico Marcello Farina.

Che si può dire della morte, se non il lascito di tristezza infinita che ci consegna? Ognuno fa i conti con i propri ricordi relativi alla persona che se ne è andata. Fin dal primo momento in cui si è saputo che don Marcello Farina non era più, in rete si sono avvicendati spunti di memoria di tante persone che lo hanno avuto come catechista o insegnante, che hanno condiviso esperienze di lavoro in quanto collega, come sacerdote o uomo di cultura nella veste di filosofo, teologo e storico. In molti hanno avvertito il bisogno di parlare, di dire di lui.

Va bene così: parliamo. Parliamo della vita di un maestro irregolare, titolo del tutto onorifico, a mio parere. Irregolare come lo sono stati nel corso del Novecento alcuni protagonisti citati nel volume di Filippo La Porta1. Nomi famosi, figure di intellettuali “scomodi’”, spesso ignorati, marginalizzati e relegati in spazi di minoranza. In qualche modo così è stato anche per lui, nonostante il suo essere immerso nel flusso delle contraddizioni. O forse proprio per questo.

 

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Ali Rashid, il suo ultimo messaggio e quell'ulivo che brucia
Ulivo che brucia in Palestina

Ali Rashid, il mio amico Ali, mio fratello Ali, non è più fra noi. Il suo cuore malandato si è fermato, non ce l'ha fatta a reggere oltre il dolore di una terra, la Palestina, per la quale aveva speso una vita.

Qualche giorno fa Ali mi aveva inviato le immagini di un ulivo millenario che bruciava da ore alimentato dal vento, anch'esso vittima designata della tragedia che si andava consumando nella Mezzaluna fertile per togliere di mezzo, con il genocidio della sua gente, anche le tracce della sua storia.

Quell'immagine rappresentava, non so quanto inconsapevolmente, il suo ultimo atroce messaggio, un editoriale senza parole perché tutte quelle possibili erano già state consumate. Il mio dolore è grande, caro Ali, alleviato solo dall'immaginare che il tuo corpo stanco ha finalmente trovato pace. 

 

§§§

 

Riporto la riflessione che Ali scrisse mesi fa di fronte al nuovo tragico capitolo di una guerra infinita nella sua terra.

 

Eppure una volta eravamo fratelli.

di Ali Rashid

(un numero insopportabile di morti fa) Corre il tempo e cambiano le idee, i concetti fondamentali e i significati. Come fosse arrivato a compimento la negazione di ogni valore! Dio è morto. Viva l’eroica morte, giusto l’annientamento del “nemico”. Dilaga il nichilismo e trionfa la tecnica.

Vivono in me i racconti di mio nonno. Andava a Safad in Galilea per comprare un fulard di seta dalla comunità ebraica sfuggita all'inquisizione in Portogallo, avevano imparato la tessitura della seta dagli arabi in Spagna.

Mi ricordo di Khaiem, socio di mio nonno in una cava vicino a Gerusalemme. Khaiem non ha potuto salvare la mia famiglia dalla pulizia etnica, ma continuò a mandare alla nostra famiglia in esilio la parte del guadagno dell'impresa finché non morì.

Non ho notizie dei figli di Khaiem, ma ho seppellito mia sorella in Norvegia, un fratello negli Stati Uniti, un mio caro e stimatissimo zio una settimana fa a New York, mentre la salma di mio nonno giace in un anonimo cimitero di Amman.

Ali Rashid, Andalusia (2022)

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