"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Tempi interessanti

Non palliativi ma un nuovo racconto

«Tempi interessanti» (89)

«Ho la sensazione che in molti a sinistra o nei mondi dell'impegno sociale, qui come altrove, pensino che se la destra vince questo sia l'esito di un errore da parte degli elettori, come si trattasse di fiducia mal riposta, oppure di una forma di protesta rispetto ad un contesto di crescente preoccupazione e di paura verso il futuro, oppure ancora di un difetto di comunicazione a fronte di grandi apparati mediatici che promuovono leader inguardabili che sanno interpretare gli umori del popolo. In questa nota provo a dire che non è affatto così, che gli elettori sanno bene per chi votano ...»

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Primo piano

  • Un fiore a Srebrenica

    Il fiore di Jovan (6)

    Un nuovo “racconto breve” ispirato da un viaggio formativo nel cuore balcanico dell'Europa. Che esce in contemporanea su www.balcanicaucaso.org

    di Michele Nardelli

     

    «Noi ci domanderemo se il perdono

    non cominci laddove esso sembra finire,

    laddove esso sembra im-possibile …

    il perdono, se ce n'è,

    deve e può perdonare solo l'imperdonabile...»

    Jacques Derrida



    C'è un incubo in cui sono finiti i popoli di quel paese che un tempo si chiamava Jugoslava dal quale è necessario uscire. Ne ho parlato in un mio precedente racconto. La “guerra dei dieci anni” si è conclusa da più di un quarto di secolo ma è proprio quell'incubo a covare sotto la cenere e a paralizzarne il futuro. E nel quale, paradossalmente, ci si può accomodare. L'adrenalina e il rancore possono fornire ragioni di vita. Un incubo che ciascuno si coltiva chiuso dentro la propria narrazione, il dolore, il rancore, il silenzio. O, semmai, dentro la propria nostalgia verso un passato mitizzato che quasi mai viene associato a ciò che è avvenuto in seguito.

    No. Non credo ci sarà alcun processo significativo di elaborazione di quanto accaduto nell'ultimo decennio del secolo scorso nel cuore balcanico dell'Europa. E temo che questo non avverrà nemmeno quando il tempo avrà creato una certa distanza da quei tragici avvenimenti.

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  • Costalunga (Alto Adige - Sud Tirolo)

    La terra guasta

    Ringrazio Giampaolo Visetti per avermi autorizzato a riprendere questo reportage pubblicato come inserto dal quotidiano “la Repubblica” il 17 novembre scorso e dedicato a quanto accaduto nella regione dolomitica nella notte fra il 28 e il 29 ottobre quando un evento inedito ha cambiato la storia delle nostre montagne. Le stime parlano di oltre 12 milioni di alberi abbattuti. Gli effetti del cambiamento climatico sono già nelle nostre vite. (m.n.)

    di Giampaolo Visetti

    I cerchi degli alberi, dopo tanti anni, sulle Alpi si sono interrotti. L’età di una pianta, dal primo all’ultimo istante, resta incisa per sempre nel suo cuore di legno. Solo quando le foglie smettono di respirare, ognuno può conoscerla. Le colonne delle foreste sono gli unici organismi a raccontare senza segreti il corso essenziale della vita. Chi ha meno difficoltà, crescendo può tracciare circonferenze più larghe. Chi fatica a restare in piedi, aggrappandosi alla terra, lascia trame più strette. Adesso questi milioni di romanzi vegetali, scritti con la clorofilla e custoditi nell’anima dei tronchi, si sono aperti e anche gli animali, assieme agli esseri umani e alle stelle, li possono leggere.

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  • Il rendering del Belgrade Waterfront Residence

    Nel caleidoscopio balcanico

    Nel diario del nono itinerario del “Viaggio nella solitudine della politica” (agosto 2018) l'ennesima conferma che questa regione europea continua a trasmetterci suggestioni generalmente incomprese sulla post-modernità*

    di Michele Nardelli

    Il viaggio che ci porta verso l'Europa di mezzo è estenuante. Le code per lavori di terze o quarte corsie (come se il problema fosse quello di fare spazio piuttosto che di interrogarsi su questi flussi che percorrono l'Europa), il traffico di vacanze esasperate, il rientro di migranti per assecondare radici che col tempo verranno definitivamente tagliate, i confini interni all'Unione Europea – che sulla carta non dovrebbero esserci più – che il vento sovranista vorrebbe ripristinare e quelli che le guerre degli anni '90 hanno sancito insieme all'imbroglio dell'identità nazionale: per arrivare a Kozarska Dubica, al confine fra Croazia e Bosnia Erzegovina, ci impieghiamo quattordici ore.

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  • Calitri. Foto di Mauro Arnese

    Questione meridionale o pensiero meridiano?

    Interrogativi e riflessioni intorno al viaggio nelle “terre dell'osso” (maggio – giugno 2018)

    di Michele Nardelli *

    Nel corso del viaggio nelle “terre dell'osso”1 si è fatta largo nei miei (nostri) pensieri una domanda che è divenuta ancor più assillante dopo essere ritornati nelle asprezze di un profondo nord dove la natura non si può certo dire sia meno ostile rispetto a quella che abbiamo attraversato nel nostro itinerario fra Sannio, Irpinia e Lucania.

    La domanda è la seguente: esiste (ed è mai esistita) una questione meridionale?

    So bene quanto questo interrogativo possa essere insidioso, dopo che alcune delle menti più fervide del Novecento, da Gaetano Salvemini ad Antonio Gramsci, hanno fatto di tale “quistione” uno dei temi cruciali del loro agire politico.

    Ma è proprio il cambio di sguardo che si propone questo nostro “Viaggio nella solitudine della politica”2, nel suo interrogarsi sui fondamentali, ad indurci domande cruciali che investono il presente, ovvero l'esito di quei paradigmi che hanno segnato il Novecento e con i quali ancora non abbiamo fatto i conti.

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  • A Port Bou

    Nel limes catalano, che ci parla di noi

    Itinerario catalano. Un diario di viaggio nelle contraddizioni di un'Europa che deve imparare ad ascoltarsi

    di Michele Nardelli

    (31 marzo 2018) «Come può l'Europa farsi carico della questione catalana? Ascoltando la Spagna. Non il governo di Madrid, ma la realtà di questo paese...». Nelle parole di Alexis Rodriguez Rata, giovane studioso di Altiero Spinelli che incontriamo al Museo del Mar in una Barcellona battuta dalla pioggia, c'è forse l'essenza dei giorni di immersione nella questione catalana. Per comprendere – se ancora non l'avessimo capito – che siamo di fronte a una crisi europea, che l'Europa ha scelto di non ascoltare e di non vedere per timore che i nodi che la vicenda catalana pone non contagiassero un continente ritornato preda di vecchi e nuovi nazionalismi.

    Un'agenda fittissima di incontri, tanto fitta da non riuscire ad assolvere l'agenda di lavoro che ci siamo dati e quelli che nel corso della nostra visita si andavano proponendo, cui cerchiamo di rimediare con una serie di interviste a lato dei nostri appuntamenti che andranno ad arricchire successivamente il racconto del viaggio. Voci diverse, intellettuali, esponenti politici o della società civile, militanti federalisti ma anche indipendentisti, per capire le posizioni in campo e dare voce a quelle realtà che, malgrado il radicalizzarsi dello scontro, lavorano per cercare vie d'uscita da una situazione bloccata e – in assenza di soluzioni politiche – destinata a degenerare.

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  • Un momento della conversazione a Sant'Anna

    Una comunità di pensiero, per stare al mondo

    Nella spettacolare cornice dell'antico monastero di Sant'Anna1 abbiamo cercato di restituire ad un folto gruppo di amici quel che il recente viaggio in Catalunya ci ha consegnato. Lo abbiamo fatto attraverso una serie di immagini/riflessioni che si sommano a quanto con Federico abbiamo già scritto. Metto quindi per esteso gli appunti che ho proposto introducendo la proficua conversazione di sabato scorso, chiedendo ai presenti di fare altrettanto, sviluppando in forma scritta le loro stimolanti considerazioni.

    di Michele Nardelli

    1. L'omaggio a Walter Benjamin, l'attualità del suo messaggio

    Cominciamo dalla fine del nostro viaggio, la visita a Port Bou dove sorge il memoriale in ricordo di Walter Benjamin. Qui, nella notte fra il 26 e il 27 settembre del 1940, il filosofo tedesco stremato dal fuggire infinito dalla persecuzione nazista e devastato dalla decisione del governo franchista di chiudere il suo territorio ai “profughi illegali” decise di porre fine alla sua esistenza. Scrisse un biglietto: «In una situazione senza uscita, non ho altra scelta che farla finita. E la mia vita terminerà (va s'achever) in un paesino dei Pirenei in cui nessuno mi conosce. La prego di trasmettere i miei pensieri al mio amico Adorno, e di spiegargli la situazione nella quale mi sono trovato. Non mi resta abbastanza tempo per scrivere tutte le lettere che avrei voluto scrivere».

    Nel promontorio a picco sul Mediterraneo dove l'architetto di origine ebraica Dani Karavan realizzò agli inizi degli anni '90 un memoriale per nulla retorico e di straordinaria efficacia comunicativa, a pochi passi dal cimitero di Port Bou, i flutti delle onde ci ricordano dell'infinito lottare per la vita. E della straordinaria attualità del messaggio che Benjamin ci ha lasciato, mettendoci di fronte alla critica del progresso con il suo celebre scritto sull'Angelus Novus di Paul Klee2, alla questione dell'umano nella storia in un tempo che con il “prima noi” sdogana la fine dell'umanesimo, alla condizione dell'apolide fra il diritto di cittadinanza di ogni essere umano e i confini degli stati-nazione all'origine delle grandi tragedie del Novecento.

    Ragione quest'ultima che aveva portato Soheila Javaheri e Razi Mohebi – amici cari che hanno partecipato al nostro viaggio – ad immaginare da tempo di concludere proprio qui a Port Bou l'autobiografia della prima parte della vita di un apolide moderno come Razi. In quel bisogno imprescindibile di passare da una condizione di sopravvivenza vegetativa ad una vita che possa definirsi tale, ben rappresentata da quella piccola frontiera ancora oggi militarizzata che ci ferma e che mette Razi per l'ennesima volta di fronte al proprio status di “cittadino del nulla”. Non avremmo potuto immaginare una conclusione del nostro itinerario catalano più paradigmatica.

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  • Foto di Francesco De Bastiani

    Nel gorgo, per non abbaiare

    Racconto di viaggio lungo la valle del Po, fra ingombranti eredità e la ricerca di nuovi paradigmi

    di Michele Nardelli

    In ognuno degli itinerari fin qui realizzati del “Viaggio nella solitudine della politica” sentivo di essere sul pezzo, ma mai come in quest'ultimo percorso nel cuore della “Padania” la sensazione di “essere presenti al proprio tempo” è stata così viva. 

    Essere lì, a Pieve di Soligo, nella terra di Andrea Zanzotto e di Giuseppe Toniolo, il poeta che ha saputo raccontare con grande profondità lo spaesamento della sua terra e l'economista cattolico che seppe dar corpo e profilo culturale al movimento cooperativo veneto, nel giorno cruciale del referendum per l'autonomia, ad interrogarci sul valore dell'autogoverno in una prospettiva europea, ha dato oltremodo significato al nostro viaggio assumendo nel tempo di twitter e dei talk show – come qualcuno ha osservato nel corso dell'incontro riferendosi all'aridità dell'attuale contesto politico – un profilo quasi commovente.

    Pulsare col tempo, coglierne i segni, non è affatto scontato. Vivere un presente tanto complesso, oltremodo in una regione come la “Padania” che – da Caorso alla Marca trevigiana – porta addosso le conseguenze visibili del fallimento di un modello di sviluppo industriale ed energetico che ha avuto l'effetto di snaturare quella che rappresentava una della più importanti aree rurali d'Europa, fra pulsioni contraddittorie e laceranti, ci è servito a riflettere su come il cambio dei nostri paradigmi sia un passaggio tanto cruciale quanto ineludibile.

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  • Angelus Novus

    «La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento»

    «L'attenzione alla condizione umana ma anche all'inumano che ci circonda. “Comprendere” è forse la parola chiave per descrivere la vocazione filosofica di Hannah Arendt. Ed è anche una chiave per andare oltre il Novecento, cercando un senso a questo passaggio di tempo, fra il non più e il non ancora. Nella speranza che effettivamente in questi intervalli possiamo trovare il momento della verità».

    Si conclude con queste parole la riflessione che ho proposto ai partecipanti del nuovo percorso annuale della Scuola di formazione Danilo Dolci che si è svolto mercoledì scorso a Roma. Il titolo proposto "Tra passato e futuro. Nel passaggio di tempo fra il non più e il non ancora. Riflessione sul nostro presente a partire dal pensiero di Hannah Arendt" pone un obiettivo ambizioso, quello di osservare il nostro tempo cercando di farci aiutare da uno dei pensieri più originali e fervidi del secolo scorso.

    In allegato il testo della mia riflessione.

     

    Il testo della lezione alla Scuola Danilo Dolci di Roma

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Le sfide della cooperazione internazionale nel contesto odierno

mercoledì, 20 febbraio 2019 ore 18:00

Un precedente momento formativo a Padova
Nell'ambito del percorso di riflessione proposto dalla Fondazione Fontana dal titolo "Padova e la cooperazione internazionale. Un percorso di condivisione e rilancio del contributo della città alla cooperazione", rivolto alle associazioni di volontariato della provincia di Padova che operano nella cooperazione internazionale, un primo incontro si svolgerà a Padova, presso il Municipio, il 20 febbraio 2019, dalle ore 18.00 alle ore 21.30.
 
Il tema dell'incontro a carattere seminariale è "Le sfide della cooperazione internazionale nel contesto odierno" e si avvalerà del contributo di Michele Nardelli

Padova, Municipio

Salviamoci con il Pianeta
La temperatura degli oceani in superficie

Un contributo che l'amico Antonio Lupo mi ha inviato per accompagnare il nostro viaggio nelle Alpi devastate dagli eventi atmosferici. Con uno sguardo ai mari e agli oceani, l'altra faccia del global warming.

di Antonio Lupo *

La COP 24 in Polonia è stato un fallimento completo, scontato, ma desolante. Le conclusioni non hanno accolto gli allarmi dell'IPCC sugli effetti del riscaldamento globale e i pochi anni rimasti all'umanità per cambiare radicalmente direzione e “Salvarsi con il Pianeta”, come dicono dal 2010 alcuni movimenti latinoamericani, invitandoci a piantarla con “Salviamo il Pianeta”, affermazione stupida, ipocrita ed antropocentrica.

Non accolti gli allarmi dell'IPCC, molte Nazioni faranno finta di rifugiarsi nel Piano B dell'IPCC, quello della geoingegneria e delle tecniche di captazione (storage) dei gas serra climalteranti, invece di imboccare la strada, unica e maestra, della rapida eliminazione dell'uso dei carbonfossili. Il recente documento conclusivo del Global Compact sulle Migrazioni (GCM), accolto anche da Papa Bergoglio è stato rifiutato da molti paesi Ue, compresa l'Italia, e dagli Stati Uniti.

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Parole allo specchio. «Sicurezza» a Bolzano

lunedì, 4 marzo 2019 ore 18:00

Una presentazione del libro

Una nuova presentazione del libro "Sicurezza" avrà luogo a Bolzano, presso il Centro Trevi (Via dei Cappuccini 28) lunedì 4 marzo alle ore 18.00. Con gli autori Mauro Cereghini e Michele Nardelli dialogherà il sociologo Adel Jabbar.

Bolzano, Centro Trevi, via dei Cappuccini 28

Il Giorno del Ricordo come strumento per cancellare le memorie degli altri
Esodo giuliano dalmato

di Roberto Spagnoli *

Il 10 febbraio si celebra il “Giorno del ricordo” istituito nel 2004 per conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra, e della più complessa vicenda del confine orientale».

Purtroppo ogni anno il 10 febbraio viene preso in ostaggio da forze politiche a cui non interessa rinnovare la memoria della complessa vicenda del confine orientale ma solo usare in maniera strumentale la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo. Del resto una sorta di “peccato originale” è insito nella stessa legge che ha istituito questa solennità dove si parla “dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre”. Quelle terre, tuttavia, non erano soltanto loro.

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Nelle Alpi devastate dagli eventi atmosferici

venerdì, 15 febbraio 2019 ore 07:00

Val Visdende

Dal 15 al 17 febbraio 2019 si svolge l'itinerario n.10 del "Viaggio nella solitudine della politica". S'intitola "Esiti del cambiamento climatico. Nelle Alpi devastate dagli eventi atmosferici" e si snoderà attraverso le Alpi Carniche, il Cadore, il Lagorai e le valli colpite dal vento devastante che nella notte fra il 29 e il 30 ottobre  è arrivato a punte oltre i 200 chilometri orari.

«Ciò che è accaduto nella notte fra il 29 e il 30 ottobre del 2018 nelle foreste dolomitiche e carniche rappresenta un avvenimento tanto inedito quanto inquietante che ci porta a considerare come gli esiti dei cambiamenti climatici siano da considerare nel nostro presente. Ne ho parlato nel mio blog nella riflessione dal titolo “La ribellione della natura” (http://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=4215) e riprendendo il prezioso reportage di Giampaolo Visetti “La terra guasta” (http://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=4214).

Malgrado l'evidenza degli avvenimenti che investono il pianeta sotto ogni latitudine e rispetto ai quali nessuno può chiamarsene fuori, tanto la dimensione pubblica (le scelte dei governi in primo luogo) quanto quella privata (i nostri stili di vita) non sembrano approdare ad alcun significativo ripensamento.

Dolomiti e Alpi Carniche

Il programma

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Soprattutto il vento
Sicilia

di Francesco Picciotto *

Questo racconto nasce veramente da innumerevoli sollecitazioni: la lettura dell'ultimo libro dal titolo "Sicurezza" del mio amico Michele Nardelli, uno dei personaggi de "L'estate Incantata" di Ray Bradbury che o più amato, il racconto "Walter" di Michele Serra. C'è anche dentro un po' del Piccolo Principe e tanto della mia vita, naturalmente.

Lo dedico a tutti quelli che avranno voglia e pazienza per leggerlo ma soprattutto ai miei Piccoli e a Veronica nella speranza che presto torneremo a insieme al Passo del Vento. Lo dedico inoltre al mio amico Giovanni al quale a quel passo ho dato, fra trent'anni (anzi adesso 29), un appuntamento, e al mio amico Giancarlo chiedendogli di venirmi a strappare dal "contenitore" se domani dovesse avere la sensazione che io non sia più capace di farlo da solo.

"Lo chiamavano così: il vecchio del centro commerciale. Impiegati del centro, clienti, semplici visitatori, lui era per tutti "il Vecchio del centro commerciale". E d'altra parte nessuno si era mai preoccupato di conoscere quale fosse il suo vero nome. Era una figura nota a tutti per il semplice fatto che dal momento in cui il centro apriva la mattina fino a quando l'ultimo cliente non era andato via la sera, egli si aggirava all'interno della gigantesca struttura con il suo trabiccolo a quattro ruote. Il vecchio non parlava con nessuno e nessuno parlava con il vecchio. Tutti pensavano semplicemente che il vecchio fosse stato sempre li, forse ancora prima che il centro commerciale esistesse. E questo in fondo era l'unica piccola verità di questa storia.

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Sicurezza. Un libro che si rivela uno spazio di pensiero.
La sala di Cognola gremita di pubblico

(1 febbraio 2019) Era previsto l'arrivo di una forte nevicata per la sera di giovedì e questo non poteva certo favorire l'afflusso di pubblico nel sobborgo di Cognola a Trento dove nella sala Polifunzionale delle Marnighe era prevista la presentazione del libro “Sicurezza”. Peraltro non si trattava nemmeno della prima presentazione che si svolgeva in città del nuovo libro di Mauro Cereghini e Michele Nardelli.

E invece l'incontro con gli autori, moderato dalla giornalista Rai Elisa Dossi ha visto la partecipazione di un folto pubblico che ha seguito fino a tarda sera gli argomenti cruciali per il nostro tempo che questo volume pone.

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La Politica è amare un uomo che ancora non è nato
dal blog di Federico Zappini

di Federico Zappini *

(1 febbraio 2019) E’ un tempo di mancanza e di bisogno. Mancanza di Politica e bisogno di Politica. Come pratica della cura e azione che interroga il reale. Della Politica non possiamo fare a meno. Non possiamo ridurla a inseguimento del quotidiano o aderenza a un continuo presente, che non passa. Dobbiamo riappropriarci del desiderio della Politica. Ma come? Come pensare – l’apparentemente – impensabile?

Per Albert Camus “la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che ancora non è nato”. Ecco il livello della sfida. Dopo dieci anni di crisi – al plurale – va messo in campo un modello economico capace di impattare sulle crescenti diseguaglianze, di sostituire la competizione con la cooperazione. Con l’approssimarsi del default ecologico dobbiamo ri-farci Natura, rientrando nei limiti che abbiamo superato. Schiacciati dal peso di tecnologie pervasive possiamo rivendicarne il controllo, anteponendo al potere regolatorio dell’algoritmo la mitezza dell’empatia e la meraviglia della creatività. Di fronte a spinte demografiche che cambiano i connotati del pianeta possiamo rimpiangere le identità, riesumare le razze e tracciare confini o impegnarci per definire le caratteristiche di un Mondo nuovo, più giusto ed equilibrato, più meticcio e relazionale.

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Come si cancella il passato *
Fossa comune a Ljubija

Molte delle fosse comuni del conflitto degli anni '90 nell'area di Prijedor, in Bosnia Erzegovina, si trovano all'interno di complessi minerari. Che ora vengono progressivamente privatizzati senza alcuna garanzia di tutela nei confronti di questi luoghi della memoria.

 

di Edvard Cucek

(30 gennaio 2019) Un’altra svolta triste del, fino ad oggi, impossibile processo di condivisione in Bosnia Erzegovina del passato recente e del conflitto degli anni novanta. La città di Prijedor, nella Bosnia settentrionale – sul cui territorio e nei territori limitrofi vennero rinvenute decine di fosse comuni – è nuovamente protagonista di una mossa sconcertante del governo locale.

“La Banca dello sviluppo ' degli investimenti della RS il 30 gennaio di quest'anno, notizia confermata dalla Direttrice Snjeana Vujni e trasmessa dai vari giornali del 5 novembre scorso, attraverso la borsa di Banja Luka, venderà un pacchetto di azioni della “Miniera di ferro Ljubija' di Prijedor. Vendendo il 65% del capitale statale delle miniere il Governo della RS 'vende' complessivamente anche quattro fosse comuni che saranno di proprietà del futuro proprietario di maggioranza”, ha reso noto Mirsad Duratovi, presidente dell’Associazione dei detenuti di campi di concentramento “Prijedor ‘92” in un'intervista rilasciata lo scorso 6 gennaio al quotidiano bosniaco Avaz.

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Uomini e no. In dialogo con Francesco Picciotto
Marte e Venere

«Da una parte gli uomini, dall'altra no» scrive l'amico Francesco Picciotto (sulla home page di questo sito oppure in https://adoraincertablog.wordpress.com/2019/01/02/uomini-e-no/). Vorrei essere d'accordo con lui e probabilmente un tempo lo sarei stato. Ora non più.

Uomini e no di Elio Vittorini è stato uno dei libri importanti della mia formazione giovanile. In quel confine fra umanità e disumanità ci sono cresciuto, era la ragion d'essere, il discrimine fra il male e il bene. Cui corrispondevano le scelte di vita, non solo l'impegno politico ma, come nel romanzo di Vittorini, persino gli amori.

Eppure lo stesso Vittorini, figlio di quel tempo manicheo, nelle ultime pagine del suo romanzo apre una possibilità, quella di vedere nel soldato tedesco non solo il seguace del nazismo, ma un operaio triste che porta su di sé il dubbio e forse il dolore. E nel giovane partigiano che lo risparmia, la capacità di distinguere fra l'uomo e la sua rappresentazione... una moto in meno che, bruciata, gli offre una nuova possibilità.

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La ribellione della natura
Val Visdende

«Tempi interessanti» (88)

Fino ad oggi avevamo immaginato gli effetti dei cambiamenti climatici con un andamento lineare che poco a poco avrebbe eroso coste e ghiacciai, desertificato aree prima coltivabili... e che avrebbe riguardato le generazioni a venire. E invece ci siamo immersi.

Gli eventi eccezionali, penso alla quantità d'acqua caduta fra il 28 e il 29 ottobre o al vento a duecentoventi all'ora, sono inediti, quindi escono dalla norma. Ma come non vedere che la straordinarietà diventa normalità? O come non vedere che molto di quello che chiamiamo “emergenza” è l'esito di fattori di tipo strutturale, dell'esplicarsi di interessi globali o di cambiamenti connessi ai nostri comportamenti e ai nostri approcci culturali?

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Sicurezza, solidarietà e fiducia nel futuro
La presentazione del libro a Torino

La recensione di Stefano Garzaro per il settimanale diocesano torinese "La Voce e il Tempo" del libro Sicurezza

di Stefano Garzaro

I reati in Italia calano, gli omicidi addirittura si dimezzano, ma ogni giorno urliamo la nostra insicurezza, legata non soltanto all’ordine pubblico, ma ad angosce più estese. Di che cosa abbiamo paura? Mauro Cereghini e Michele Nardelli, ricercatori trentini sui temi della pace e della cooperazione internazionale, nel libro «Sicurezza» (Edizioni Messaggero), azzardano una risposta fin dalle prime pagine: ci fa paura quel futuro che abbiamo già compromesso.

Ogni anno, per nutrire il nostro modello di sviluppo occidentale, bruciamo le risorse disponibili già all’inizio di agosto; ciò che consumiamo di lì in avanti lo togliamo ai nostri figli. Pur consapevoli cheil nostro stile di vita è insostenibile, non siamo disposti a rinunciarvi. Ma le risorse necessarie a mantenerlo non bastano per tutti: una parte di umanità dovrà quindi essere ‘sacrificata’, e non si tratterà certo di noi. «Torneremo allo stato di natura, tutti contro tutti?».

La recensione di Garzaro

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Essere visionari, questo dovremmo. Un piccolo omaggio al grande Fabrizio
Foto di Carlo Nardelli

(11 gennaio 2019) Nel cercare di descrivere quanto accade intorno a noi, mi viene spesso di usare l'espressione della filosofa Jeanne Hersch sulla necessità di «essere presenti al proprio tempo». Perché non è affatto scontata la presenza al proprio tempo, quand'anche ciascuno di noi ci viva. Anzi, vedo nel rincorrere la quotidianità e nella riduzione di ogni problematica ad emergenza, proprio l'incapacità di mettere a fuoco il proprio tempo. Che invece richiederebbe di alzare lo sguardo e di scorgere anche in avvenimenti apparentemente banali i suoi segni.

Essere visionari, questo dovremmo. Ma oggi questa parola – nel delirio del fare – ha assunto un'accezione negativa e così tutto ciò che è pensiero, lavoro intellettuale, politica viene generalmente guardato con disprezzo, quasi non ci fosse più niente da capire e non avessimo più bisogno di vedere lontano. Né per terra, né per mare. Eppure senza bussole – ovvero chiavi interpretative – non si va da nessuna parte e così siamo caduti nel paradosso che in un tempo ricco di informazioni, mai siamo stati così ignoranti.

Vedere nelle cose di ogni giorno la profondità, per questo nasce la poesia. Così avverto la mancanza di Fabrizio De Andrè e del suo sguardo. E per quanto le sue creature ancora ci aiutino ad osservare il dolore e la bellezza del mondo, mi manca la sua genialità nell'osservare le moderne spoon river di questo nostro tempo. La sua dolcezza nel raccontarci la maternità di Maria come il fascino dell'incontro di civiltà che ci hanno portato i naviganti e le città mediterranee, il bisogno di interrogarci sul potere a fronte del nostro accomodarci sul presente come il non saper riconoscere il dono di Dio in chi sa leggere il libro del mondo. Così ogni volta Fabrizio sapeva stupirci.

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Democrazia e disobbedienza. Una sfida su cui riflettere
Trento, 1975. Occupazione Santa Chiara

Se tutto si riduce a un interrogativo giuridico, a chi crede nella politica resta l’amaro in bocca

di Donatella Di Cesare *

La disobbedienza civile non vale solo nei regimi dispotici. È, anzi, il sale della democrazia.A provocarla è, come ha scritto Hannah Arendt nel 1970, «l’incapacità del governo di funzionare adeguatamente». I cittadini sono assaliti dal dubbio sulla legittimità di una legge. Non sanno, però, come esprimerlo, perché l’opposizione è affievolita o tace del tutto. Il timore è di restare inascoltati, mentre il governo insiste in quelle iniziative «la cui legalità e costituzionalità suscitano molti interrogativi».

Parlare di «ribellismo» è pretestuoso. Sarebbe comodo «ridurre le minoranze dissidenti a un’accozzaglia di ribelli e traditori». Ma chi disobbedisce si muove nel quadro dell’autorità costituita. Non viola la legge — la sfida. E la sfida in nome di una legge più alta, di una Costituzione tradita, di una giustizia mancata. Articola il disaccordo pubblicamente e opera per il bene comune, assumendosi la propria responsabilità. Certo che la legge non può giustificare la violazione della legge! Perciò i disobbedienti si muovono ai margini, dove il diritto è chiamato in causa dalla giustizia.

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L'homo faber e il delirio fabbricato (5)
Potocari, capannone industriale

Varchi per uscire dall'incubo

Il quinto “racconto breve” ci parla di Srebrenica. Trae spunto dal percorso formativo “Ex Jugoslavia, una guerra postmoderna. Viaggio nel cuore dell'Europa”. Esce in contemporanea sul sito di Osservatorio Balcani Caucaso - Transeuropa (www.balcanicaucaso.org)

di Michele Nardelli

 

«Noi riteniamo …

che tutti gli uomini sono stati creati uguali,

che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili,

che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità...»

 

dalla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America

Filadelfia, 4 luglio 1776



Erano fabbriche, il lavoro rendeva liberi.

Si accorsero ben presto che non era così, quand'anche chi riuscì ad uscirne vivo facesse fatica a raccontarne l'orrore. Del resto in pochi avevano voglia di ascoltare. Persino le immagini vennero censurate per non urtare la falsa coscienza. Meno se ne fosse parlato, in fondo, meglio sarebbe stato.

Ma il lavoro non rendeva liberi. Non nei campi della morte dove quella scritta campeggiava come un programma, in tragica sintonia con il fumo delle ciminiere. Non a Jasenovac, il principale campo degli Ustasa croati, crudeli epigoni dei loro amici nazisti e fascisti, dove gli internati che non venivano assassinati al loro arrivo (come i rom) avevano il “privilegio” di venir condotti ai lavori forzati fino allo stremo. Non nei gulag staliniani dove la riabilitazione prevedeva il lavoro nei boschi e nelle segherie (molte delle quali nella regione di Arkangelsk ancor oggi in funzione) nel silenzio e nel gelo siberiani. Non nella Risiera di san Sabba, campo di lavoro e di sterminio nostrano che la falsa coscienza della città di Trieste non ha mai smesso di rimuovere. Non nell'isola calva1, dove chi non veniva piegato dal caldo torrido e dal gelo impietoso del mare dove gli internati erano costretti a spaccare pietre e scavare sabbia, passava sotto le bastonate e l'umiliazione del “kroz stroj” e del “bojkot”2. E nemmeno ad Omarska, qualche decennio più tardi, in quei capannoni per la lavorazione del materiale ferroso che oggi esibisce le insegne dell'Arcelor Mittal, il più grande gruppo mondiale dell'acciaio, dove riapparvero i campi di concentramento in nome della razza e del credo religioso e dove l'attuale proprietà nega la realizzazione anche solo di un piccolo luogo della memoria.

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Il gulag in mezzo al mare
La prima di copertina del libro

Giacomo Scotti

Il gulag in mezzo al mare

Nuove rivelazioni su Goli Otok

Lint editoriale, 2012

«Primo in Italia a rivelare le tristi vicende di quel gulag ... Scotti ritorna su quell'isola con questo libro. Stavolta però non si ferma soltanto sull'Isola Calva, ma ci porta nell'intero arcipelago concentrazionario jugoslavo della fine degli anni Quaranta e degli anni Cinquanta: isola di Sveti Grgur (San Gregorio), isola di Ugljan (prezzo Zara), Sremska Mitrovica in Serbia, Stara Gradiska e Nova Gradiska in Croazia, Bileca in Erzegovina; un variegato arcipelago di terra e di mare nel quale si consumò per circa un decennio uno dei crimini più orrendi contro l'uomo: la sua distruzione fisica e morale, la sua trasformazione da uomo libero in schiavo».

dalla prefazione di Predrag Matvejevic

Uomini e no.
Migranti

di Francesco Picciotto *

“Con tutti i problemi che ha, Orlando fa disobbedienza…”. Non cito mai il signore che ha pronunciato oggi questa frase. Non pubblico mai sue foto, post o commenti. Lo faccio non perché non li ritenga in qualche modo rilevanti ma perché credo che facendolo, anche in maniera critica, continuo soltanto ad alimentare il consenso nei suoi confronti. Oggi però con questa frase credo che abbia affermato un principio fondamentale per la fondazione del suo sistema filosofico: essere uomini è un fatto residuale e viene dopo tante altre cose importanti che abbiamo da fare.

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Le “fate ignoranti” di Torino
I sindaci della Val di Susa contro la realizzazione della TAV

Riprendo volentieri questo intervento dell'amico Marco Revelli scritto all'indomani della manifestazione torinese a favore della TAV apparso sul sito https://volerelaluna.it. Successivamente e in tempi più recenti la risposta popolare è venuta dalla manifestazione svoltasi sempre a Torino ma di segno opposto che ha certamente avuto un numero ben superiore di partecipanti ma non lo stesso rilievo mediatico. (m.n.)

di Marco Revelli

Giuro che non volevo credere ai miei orecchi lunedì sera quando ho sentito a Otto e mezzo, una delle magnifiche sette madamine torinesi “organizzatrici” della manifestazione in Piazza Castello, Patrizia Ghiazza, dichiarare bellamente di ignorare tutto delle problematiche tecniche e ambientali relative alla discussa linea del TAV Torino Lione. Ha detto proprio così: “posso assolutamente dire che non siamo, né io né le altre organizzatrici, competenti per poter entrare nel merito degli aspetti tecnici e ambientali dell’opera”.

Il fatto è che la manifestazione di cui figuravano come promotrici Patrizia Ghiazza e le altre chiamava in causa – forse a loro insaputa, ma indiscutibilmente – proprio il merito delle ragioni tecniche e ambientali dell’opera, per dire che era giusta e buona, e che la si sarebbe dovuta assolutamente fare pena la rovina della città e della Regione.

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La società italiana al 2018
La copertina del rapporto

E' uscito oggi il nuovo rapporto Censis sulla situazione sociale italiana nel 2018. Come da molti anni il Censis offre uno sguardo piuttosto realistico non solo della condizione sociale ma anche degli orientamenti e delle dinamiche culturali della popolazione. Forse mai come in questa occasione, una fotografia graffiante e disperante di un paese che dal rancore passa alla cattiveria, oltremodo legittimato dall'esito delle elezioni del marzo scorso. Ne riprendo alcuni passaggi in attesa di una lettura più attenta. (m.n.)

Da un’economia dei sistemi verso un ecosistema degli attori individuali

Nell'ultima parte dell'anno scorso e nella prima parte di quello che si va chiudendo, il miglioramento dei parametri economici, la fiducia delle famiglie e delle imprese, le positive dinamiche industriali e dell'occupazione facevano percepire la possibilità concreta di vedere completato il superamento della crisi e dei dubbi sul nostro modello di sviluppo. La ripartenza poi non c'è stata: è sopraggiunto un inciampo, un rabbuiarsi dell'orizzonte.

Guardando agli ultimi mesi, segnati da un rallentamento degli indicatori macroeconomici, da un volgersi al negativo del clima di fiducia delle imprese, da un impoverimento del vigore della crescita, dal rinforzarsi di vecchie insicurezze nella vita quotidiana e dal costituirsene di nuove, verrebbe da pensare che tutto arretra. Specie se si guarda, nella cronaca quotidiana, al rapido affermarsi della convinzione che siamo oggi nel bel mezzo di un annunciato ritorno a una economia dello «zero virgola qualcosa».

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Il tempo della complessità
La prima di copertina del libro

Mauro Ceruti

Il tempo della complessità

Raffaello Cortina Editore, 2018

«Comprendere il nostro tempo significa comprendere la mondializzazione che trascina l'avventura umana, divenuta planetariamente interdipendente, fatta di azioni e reazioni, in particolare poltiche, economiche, demografiche, mitologiche, religiose; significa cercare di interrogare il divenire dell'umanità, che dai motori congiunti scienza/tecnica/economia è spinto verso un "uomo aumentato" ma per nulla migliorato, e verso una società governata da algoritmi, tendente a farsi guidare dall'intelligenza artificiale e, nello stesso tempo, a fare di noi delle macchine banali»

dalla prefazione di Edgar Morin

Microcosmi. Sarajevo centro del mondo (4)
Sarajevo, inverno

Quello che segue è il quarto racconto breve che trae spunto dal percorso formativo “Ex Jugoslavia, una guerra postmoderna. Viaggio nel cuore dell'Europa”. Esce in contemporanea sul sito di Osservatorio Balcani Caucaso - Transeuropa (www.balcanicaucaso.org)

di Michele Nardelli



«... Sarajevo è diventata ben presto metafora del mondo.

Il luogo in cui differenti volti del mondo si sono raccolti in un punto

come nel prisma si concentrano i raggi di luce dispersi ...

E' diventata un microcosmo,

centro del mondo che, come ogni centro secondo l'insegnamento degli esoterici,

contiene tutto il mondo»

Dzevad Karahasan



Questo breve racconto non è dedicato ad una persona ma ad una città. Una città che è fatta di tante cose che nel tempo sono diventate genio del luogo: ambiente, storia, cultura, tradizioni, saperi e, ovviamente, persone.

Quelle che ho incontrato e attraverso le quali ho amato e amo una città del tutto speciale che si è presa un posto di rilievo nella storia, in quella più lontana con la S maiuscola, come in quella ancora da elaborare di un infinito presente.

Scrivere di Sarajevo può risultare retorico, perfino banale. Un fiume d'inchiostro è stato versato per descrivere “la polveriera d'Europa” o per altro verso “la culla della cultura europea”, per confermare gli stereotipi o per celebrarne il fascino malgrado ciò che le ha riservato il Novecento. Cosa potrei mai aggiungere di nuovo a quanto già scritto?

Eppure c'è qualcosa che mi spinge a scriverne, perché a ben vedere del suo cuore balcanico (e dunque di sé) questa nostra Europa conosce ben poco. Tanto che ancora oggi, proprio nei giorni del centenario della fine della prima guerra mondiale, sentiamo voci autorevoli affermare stoltamente che l'Europa da settant'anni non avrebbe più conosciuto la tragedia della guerra.

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Gli alberi caduti e la comunità che semina il proprio futuro
Alberi

di Federico Zappini *

Scrivo queste righe mentre ancora non si è esaurita la coda dell’allarme maltempo che da giorni tiene in scacco il Trentino insieme a diverse altre regioni italiane. Fuori dalla porta della libreria cade ancora qualche goccia di pioggia. Sul divano della libreria Petra e Adele – le mie due figlie – capiscono solo in parte la causa delle loro prolungata assenza da scuola. Incrocio sui social network le cronache appassionate di amministratori locali che guidano e monitorano, mani e piedi nel fango, i tentativi di rimettere in esercizio vie di comunicazione interrotte, riattivare servizi di base come luce e acqua non garantiti in alcuni casi da giorni, elaborare la conta dei danni e – compito ingrato e doloroso – offrire sostegno a chi ha subito dei lutti.

Siamo quindi ancora nel campo precario di ciò che avviene immediatamente dopo un fenomeno traumatico che impatta su un territorio e sulla comunità che lo abita. Si interrompe il flusso normale della vita. Si incrinano le certezze banali e pur fondamentali della quotidianità. Soffrono le istituzioni – politiche, sociali ed economiche – che ne regolano il funzionamento.

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L'uomo in rivolta
La copertina del Libro

Albert Camus

L'uomo in rivolta

Bompiani, 1957

«L'Europa non è mai stata altrimenti che in questa lotta fra meriggio e mezzanotte».

Il saggio di Albert Camus che nel 1951 segna la sua rottura con Jean Paul Sartre e lo storicismo: «Nel suo sforzo maggiore, l'uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo». Nel mio percorso di ricerca attorno all'idea di un "pensiero meridiano", un testo che col tempo si rivela sempre più cruciale.

Nel gorgo della Diamond Route (3)
Agostino Zanotti nel giorno dell'inaugurazione del luogo della memoria sulla Diamond Route

Il terzo racconto breve è ambientato nella Bosnia centrale, nei pressi di Gornji Vakuf, teatro venticinque anni fa di una tragica vicenda dove persero la vita Sergio Lana, Fabio Moreni Guido Puletti, tre volontari italiani che cercavano la pace1

di Michele Nardelli

«Nell'epoca della globalizzazione

la guerra non è più monopolio degli stati nazionali

né, come voleva von Clausewitz,

“la continuazione della politica con altri mezzi”.

Al suo posto c'è un altro tipo di violenza organizzata,

in cui confluiscono ragioni militari e criminalità,

economia illegale e violazione dei diritti umani...»

Mary Kaldor

Le nuove guerre

 

Non so quale fosse la ragione per la quale l'UNPROFOR2 avesse chiamato così quella strada sterrata nella Bosnia centrale, forse per via della miniera di Radovan cui si poteva accedere proprio attraverso la rotta che collegava Prozor a Travnik lungo il torrente che scende dalle pendici della Vranica.

Di certo c'era che quella strada avrebbe dovuto essere sotto il controllo delle Nazioni Unite e dunque percorribile per i convogli umanitari. Ma in quegli anni imparammo che il vecchio ordine stava proprio per finire, che nelle nuove guerre non ci sarebbero state nemmeno formalmente delle regole cui attenersi e che il monopolio della violenza non sarebbe più stato riconducibile alle sole istituzioni statuali, figuriamoci in un paese dove le vecchie istituzioni erano svanite come neve al sole.

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La leonessa della Lijeva Obala (2)
Jasna

Il secondo dei racconti brevi che prendono spunto dal percorso formativo “Ex Jugoslavia, una guerra postmoderna. Viaggio nel cuore dell'Europa”1

 

di Michele Nardelli

 



«La Commissione di indagine sui crimini di guerra delle Nazioni Unite

presieduta da Tadeusz Mazowiecki, nel suo rapporto del 1994,

ha dichiarato che la distruzione sistematica della comunità bosniaca

nell'area di Prijedor merita il nome di genocidio».

Luca Rastello

La guerra in casa”



In un primo momento non voleva incontrarci. Troppo tempo trascorso nel silenzio, troppe delusioni, fors'anche una sorta di – peraltro reciproco – senso di colpa. Anni nei quali le speranze di una nuova vita dopo la tragedia che aveva segnato quella precedente si sono infrante in una dura quotidianità che non ti riconosce nemmeno il dolore, che di nuovo ti respinge e ti discrimina, che ti fa sentire sola, che ti fa capire quanta ipocrisia e falsa coscienza ti circonda.

Finiti gli anni del fervore, quando nel ritorno e nella ricostruzione ti dicevi “malgrado tutto sono ancora qui” e ti sentivi forte di questo e sapevi guardare negli occhi chi ti aveva cacciata e che ora faceva finta di nulla, non è facile trovarsi a dover fare i conti con una realtà dimezzata, negli affetti più cari che se ne vanno e con gli amori che non riescono più a nascere.

C'è un sole ancora caldo a Rizvanovici, uno dei villaggi sulla riva sinistra del fiume Sana, nel territorio della municipalità di Prijedor. Malgrado l'apparente normalità e i fiori alle finestre, ancora si scorgono qua e là i segni di quei tragici giorni della primavera del 1992 in cui venne raso al suolo senza risparmiare nulla, nemmeno i cimiteri o le strade, l'acquedotto o i pali della luce. Nella “Lijeva Obala” si contarono circa millecinquecento vittime. Jasna scappò attraverso i boschi tenendo per mano i suoi due figli piccoli. Una storia simile a quella di tante altre donne.

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Angelus Novus
La copertina del libro

Walter Benjamin

Angelus Novus

Saggi e frammenti

Einaudi, 1962

Questa raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi, raccoglie i testi più rappresentativi, dai saggi filosofici Per la critica della violenza, Destino e carattere, Sulla facoltà mimetica, a quelli più letterari su Baudelaire, Kafka e Goethe: tutti scritti rivelatori di una particolare forma di saggismo in cui le "affermazioni sulla vita" non possono prescindere dall'analisi di un determinato "paesaggio culturale" ... e che mettono in luce le risorse di un laboratorio di pensiero tra i più fervidi e originali del Novecento.

Scrive Benjamin: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, e le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira  dal paradiso, che si è impigliata  nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

L'intellettuale europeo e l'orologiaio catalano (1)
Cimitero Zagabria, l'ultima dimora di Predrag

 

Quello che segue è il primo di una serie di racconti brevi che prendono spunto dal percorso formativo “Ex Jugoslavia, una guerra postmoderna. Viaggio nel cuore dell'Europa” realizzato nel settembre scorso dall'Istituto storico di Modena e che ho avuto il piacere di accompagnare.

di Michele Nardelli

«Ho conosciuto ad Alessandria un Catalano,

di mestiere orologiaio,

che tentava di ricostruire,

sulla base dell'esiguo numero di dati a disposizione,

il catalogo della devastata biblioteca di quella città,

la più grande dell'antichità...»

 

Predrag Matvejevic,

Breviario Mediterraneo

 

Scrive Claudio Magris che Predrag Matvejevic – nella sua ricerca filologica sul Mediterraneo – aveva qualcosa in comune con quell'orologiaio catalano che non desisteva dalla sua impresa malgrado il carattere impossibile del suo proponimento. Predrag era così, un cuore mite che “viveva pericolosamente”, perché questo era il suo modo di stare al mondo..

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Nina è volata via...

Sapevamo che Nina se ne sarebbe uscita prima o poi dalle nostre vite. Lo ha fatto in punta di zampa come per non essere di peso, percorrendo per un'ultima volta quelle scale dalle quali quand'era cucciolona scendeva come una pazza per rincorrere giocosa i suoi amici gatti o per venirci incontro nel farci le feste. Cosa che ci metteva di buon umore malgrado le cose del mondo spesso girassero in maniera contraria.

Perché questo è stata Nina, una vita fra le nostre vite che ci ha regalato affetto, serenità e amore fin dal primo momento che ci siamo incontrati, undici anni fa, quando decidesti di venire con noi pur senza ancora conoscerci, cosa che per una montagna dei Pirenei era tutt'altro che scontato.

Ora ti cercheremo tutti, due o quattro zampe che sia, anche il gatto rosso per cui venivi a svegliarci nel pieno della notte per farlo entrare in casa quando d'inverno la porta rimaneva chiusa.

Ciao Ninetta mia, ovunque andrai a volare.

https://youtu.be/ma0PAQXat6E

Nina e Beatrice

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