"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Editoriali

Inaudito disordine
Angelus Novus

«Tempi interessanti» (64)

«C'è un quadro di Klee che s'intitola 'Angelus Novus'. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi...» Non ho mai sentito così vicine le parole dell'Angelus Novus di Walter Benjamin, come se lo scritto filosofico di questo grande pensatore del Novecento – morto suicida nella notte fra il 25 e 26 settembre 1941 a Port Bou mentre cercava di scappare dalla Francia occupata dai nazisti e dalla polizia franchista che voleva riconsegnarlo alle autorità francesi – mantenesse più che mai attuale il suo valore...

La nausea del presente
La nausea, immagine di copertina

di Simone Casalini *

«M’è accaduto qualcosa, non posso più dubitarne. È sorta in me come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza. S’è insinuata subdolamente, a poco a poco; mi son sentito un po’ strano, un po’ impacciato, ecco tutto. Una volta installata non s’è più mossa, è rimasta cheta, ed io ho potuto persuadermi che non avevo nulla, ch’era un falso allarme. Ma ecco che ora si espande». Questi appunti sono scritti nel diario di Antoine Roquentin, 29 gennaio 1932. Il protagonista del capolavoro sartriano «La Nausea» somatizza il disagio del suo tempo e personifica il clima che precede la seconda guerra mondiale dove si ammassano i detriti del primo conflitto mondiale, la grande crisi economica del ’29, l’affievolimento dei sistemi politici dell’epoca, la miseria incipiente.

 

L'Europa oltre gli stati nazionali
Europa sfinita

«Tempi interessanti» (63)

... E' sufficiente leggere gli appelli a sostegno di questa o quella manifestazione per rendersene conto. Quasi tutti a immaginare che l'Europa dovrebbe essere qualcosa che ti assomiglia piuttosto che un modo diverso di pensare e di pensarsi, oltre i paradigmi (e i deliri) degli stati nazionali che hanno fatto del Novecento un immenso campo di battaglia senza ancora aver capito che quelle simbologie e quei confini rappresentavano il brodo di coltura dello “spazio vitale”, dell'“über alles”, del “non nel mio giardino”, del “prima noi”...

Quando la dialettica politica è fra liberal e destra estrema...
Elisa Di Francisca sul podio a Rio

«Tempi interessanti» (62)

Elezioni parlamentari nei Paesi Bassi, si è detto il primo dei test sull'Europa cui seguiranno le elezioni in Francia e in Germania. Vince il centro destra e non la destra estrema. 

Il giorno dopo tutti sembrano tirare un sospiro di sollievo. Certo, il peggio è sempre in agguato. Ma come non interrogarsi sulle ragioni e sulle responsabilità di questa deriva? O forse pensiamo che la dialettica politica qui e nel mondo si debba svolgere fra liberal ed estrema destra?

Scusatemi, ma non sono d'accordo.

L'ulivo e il senso del limite
Puglia, Ulivi

(29 marzo 2017) Ulivi centenari, talvolta millenari. Come in Palestina, anche nel Salento la prima sensazione che ho provato avvicinandomi a queste meraviglie della natura è stata la fragilità delle nostre esistenze, quel profondo rispetto che provi verso le cose più grandi te, come se delle piante potessero infonderti il senso del limite.

Vedere – come avviene in Palestina – queste sculture naturali tagliate come segno di disprezzo per qualcosa che rappresenta la storia degli altri o – come accade in questi giorni nel Salento – strappate dalla terra per far posto alle magnifiche sorti di un progresso che non sa interrogarsi sulla propria insostenibilità, prova in me un senso insieme di dolore e di indignazione.

Distanze
Capovolgimenti

Tempi interessanti (61)

(23 febbraio 2017) Nell'osservare il triste spettacolo che si consuma in questi giorni nel Partito Democratico avverto soprattutto distanza. Certo, c'è anche l'amarezza per il definitivo consumarsi di un progetto nel quale avevo creduto, l'idea che potesse nascere un soggetto politico che, nel portare a sintesi le migliori culture politiche del campo democratico, fosse in grado di esprimere un pensiero capace di rappresentare un'alternativa originale al neoliberismo dominante. “Abitare i conflitti” mi dicevo e dunque perché non provarci anche in un partito che nasceva consapevole dell'inadeguatezza tanto dei partiti precedenti, quanto delle culture politiche novecentesche dalle quali proveniva? ...

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Grandi opere, il fascino dell’unico modello di sviluppo che conosciamo
Grandi opere

 

di Tonino Perna

(15 febbraio 2017) L’esito del duro scontro acceso intorno alla questione del nuovo stadio a Roma, e magari le dimissioni del prestigioso assessore Berdini, non riguarda solo la capitale. È una battaglia che ha un valore simbolico per tutto il nostro paese.

È da almeno vent’anni che si discute animatamente e si lotta duramente in alcuni casi (come per il Tav in Val Susa) sulle grandi opere prospettate di volta in volta come la panacea di tutti mali, unica prospettiva per il rilancio dell’economia, l’immagine e il futuro di un determinato territorio.

Purtroppo, bisogna dire che la resistenza dei movimenti ambientalisti e di una parte della sinistra (a cui negli ultimi anni si era aggiunto il M5S) non è stata finora sufficiente a bloccare questa hybris che si manifesta con più forza nei momenti di crisi economica come quello che stiamo attraversando.

Poco prima di perdere il Referendum l’ex premier ha tirato nuovamente in ballo il Ponte sullo Stretto come prospettiva realistica con cui rilanciare quest’area del nostro Sud che presenta altissimi tassi di inoccupazione giovanile ed una fuga da questo territorio che ormai è diventato un esodo. Ci piaccia o no, le Grandi Opere esercitano un fascino sulla gran parte della popolazione perché il modello di sviluppo che abbiamo visto ed interiorizzato è questo e non riusciamo a immaginarne un altro.

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