"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Lettere

Cittadini adulti, sudditi bambini
Paternalismo

L'amica Daniela di Modena mi segnala questo suo intervento intorno alla vicenda Covid 19 e ai rischi che l'epidemia si porta appresso. Che volentieri riprendo.

di Daniela Tazzioli *

Fin dal primo giorno di questa epidemia, mentre il governatore della mia regione, Stefano Bonaccini era indeciso se chiudere le scuole o no il 24 febbraio e rimandava dal venerdì al sabato, dalla mattina al pomeriggio, da un'ora all'altra, il suo annuncio in merito, avevo la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato nella comunicazione, che non faceva altro che alimentare confusione e panico. Questo stile poi si è ripresentato non solo in Regione, ma soprattutto a livello centrale nella gestione della comunicazione sull'epidemia e se, nella prima fase, era comprensibile per via dell’impreparazione, della confusione alimentata dall’incertezza, nelle settimane successive è diventato, prima per chi come me ha qualche strumento interpretativo e una certa sensibilità linguistica, poi anche per chi è meno attrezzato, davvero insopportabile.

 

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La guerra, i giovani, i vecchi.
Paul Klee amore per la Sicilia

di Francesco Picciotto

(28 marzo 2020) In questo tempo della mia vita le grandi questioni invece di fare nascere in me il desiderio di affrontarle, sviscerarle, discuterle, finiscono invece per ammutolirmi.

Per settimane, mesi, durante i quali assisto a dibattiti accesissimi, leggo tutto quello che redattori prolifici scodellano sulle pagine di social saturi, io non riesco a produrre un pensiero che sia uno, non riesco a definire un unica idea che mi sembri degna di nota e quindi taccio. Poi, magari dopo mesi appunto, magari quando il fatto, la notizia sono belli e decotti a me sembra di scorgere un significato, una “rima” ed è allora che scrivo.

Purtroppo quello di cui voglio parlare adesso non è questione passata e non perché una volta tanto io sia stato particolarmente reattivo ma perché si tratta di qualche cosa che c'è da tempo e che è destinata ad esserci ancora a lungo. Parlo di questa condizione terribile ed innaturale nella quale siamo immersi da settimane, questa condizione che ha rivoltato le nostre vite e che ci costringe ad una sorta di esilio forzato dal quale proviamo a ricucire relazioni, sicuramente difficili e forse impossibili, con le persone a noi care, con il nostro pianeta, con l'universo che si agita dentro di noi, con la nostra storia.

Perché proprio qui?
Bergamo. La colonna di camion dell'esercito per trasportare le salme dei defunti

Raccolgo dal sito www.rivistailmulino.it questa “Cartolina da Bergamo” che mi è stata segnalata dall'amica Luisa.

di Paolo Barcella*

(18 marzo 2020) Vivo nell'epicentro del contagio, a pochi chilometri dall'ospedale di Alzano, cuore del disastro bergamasco. Mi limito a fornirvi qualche dato sul presente in cui vivo, molto materiale, qualora non vi fosse giunto proprio tutto, da Bergamo.

I morti – come sostiene anche il sindaco Giorgio Gori – sono molti più di quelli che vengono conteggiati, perché non tutte le persone che muoiono hanno avuto un tampone. Infatti, già da domenica 8 marzo, gli ospedali della città non riescono più a ricoverare tutti, quindi c'è chi resta – o viene fatto rimanere – a casa a curarsi l'infiammazione fino a quando può. I morti sono così tanti che il crematorio di Bergamo non regge i ritmi e sono terminate le scorte di urne funerarie. Il padre di un fraterno amico rianimatore è morto il 13 marzo e ha avuto come data per la cremazione il 23 marzo. Ci vogliono oggi dieci giorni o più per cremare un uomo, nonostante il crematorio lavori a ritmo serrato. Le bare rimangono nelle case per 4 giorni, perché anche le pompe funebri e gli spazi cimiteriali sono al limite. Nel cimitero di Bergamo accumulano bare su bare, e le piazzano dove possono, in tutti gli spazi coperti a disposizione.

Non resta che il ritiro della delega?
Salvini

di Vincenzo Calì

(12 novembre 2019) Chi l’avrebbe detto, solo un paio di anni fa, che la metamorfosi di cui parla Marco Damilano (Salvini da leader estremista a capo dei moderati italiani) avrebbe dato il via anche in Trentino alla marcia trionfale della Lega?

Si avvicinano le elezioni comunali e non è difficile prevederne l’esito, con la vittoria leghista a Trento e Rovereto a coronamento dei risultati già raggiunti nelle elezioni politiche, provinciali ed europee.

A certificare il saldo insediamento leghista manca solo, in tempi di riscoperta del simbolismo religioso, la risalita in terra trentina delle tre colombe custodi dei martiri d’Anaunia, portatrici del messaggio del leggendario Alberto da Giussano.

Curdi, il dovere della memoria
Manifestazione popolo curdo

di Emilio Molinari

(25 ottobre 2019) Rojava, la tentazione è di farne una lettura congeniale alle nostre speranze. C'è chi la vede come un sogno anarchico, come Barcellona del 1936, chi come il sottoscritto, che anarchico non è mai stato, è tentato di vederla come la Comune di Parigi... ma è altra cosa. Rojava è straordinariamente piantata nel nostro tempo: è universalista, ambientalista, femminista e comunitaria, in regioni dove tutto sembra imbarbarirsi. È entrata nella mente e nei cuori di persone in tutto il mondo, di tutte le idee e anche senza idee. Oggi Rojava, è un sacrificio e un lascito a tutta l'umanità. Ha parlato con il linguaggio di un Mondo da salvare... dalla guerra, dalle discriminazioni, dall'intolleranza.

E Rojava non nasce in Siria e non morirà in Siria. Viene dal passato che nessuno ricorda e dal retroterra della lunga lotta di quindici milioni di curdi di Turchia, del PKK, dal suo dibattito interno e dalla sua maturazione nel corso degli anni. Una lotta di decenni non solo armata e per l'autodeterminazione, ma una rivoluzione culturale, emancipatoria di donne e uomini. Fatta anche di politica, fatta di partecipazione alle elezioni, in vent'anni 15 partiti curdi sciolti e ricostruiti. E di governo di grandi città come Dyarbakir, Batman, Van. E tutto ciò in mezzo ad una guerra tremenda, senza incrudelirsi.

 

De amicitia, cum Roma complice
Arcobaleno alle Camalghe

«A vida não è de brincadeira, amigo
A vida è a arte do encontro»

Vinicius de Moraes, Samba da benção

 

«La vita, amico, è l'arte dell'incontro» scriveva ormai tanto tempo fa Vinicius de Moraes, poeta e cantautore, il bianco più nero del Brasile.

Nel leggere l'ultimo lavoro di Micaela Bertoldi è questa l'immagine che mi è tornata alla mente, un vecchio disco registrato alla fine degli anni '60 con le voci di Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo, Toquinho e dello stesso Vinicio, uniti con Baden Powell nel folgorante Samba delle benedizioni.

Così un viaggio dentro Roma, in questo caso non nelle borgate alla ricerca del bandolo di una inestricabile governabilità, ma una rivisitazione nei luoghi classici, incrociando sguardi per riscoprire pezzi di storia, quella di cui Roma è testimonianza vivente come forse nessun'altra città ma anche personale, può trasformarsi in un racconto.

 

Uomini e no. In dialogo con Francesco Picciotto
Marte e Venere

«Da una parte gli uomini, dall'altra no» scrive l'amico Francesco Picciotto (sulla home page di questo sito oppure in https://adoraincertablog.wordpress.com/2019/01/02/uomini-e-no/). Vorrei essere d'accordo con lui e probabilmente un tempo lo sarei stato. Ora non più.

Uomini e no di Elio Vittorini è stato uno dei libri importanti della mia formazione giovanile. In quel confine fra umanità e disumanità ci sono cresciuto, era la ragion d'essere, il discrimine fra il male e il bene. Cui corrispondevano le scelte di vita, non solo l'impegno politico ma, come nel romanzo di Vittorini, persino gli amori.

Eppure lo stesso Vittorini, figlio di quel tempo manicheo, nelle ultime pagine del suo romanzo apre una possibilità, quella di vedere nel soldato tedesco non solo il seguace del nazismo, ma un operaio triste che porta su di sé il dubbio e forse il dolore. E nel giovane partigiano che lo risparmia, la capacità di distinguere fra l'uomo e la sua rappresentazione... una moto in meno che, bruciata, gli offre una nuova possibilità.

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