"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

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Da Oriente a Occidente, lungo gli scogli in cui si è incagliato il progetto politico europeo
Istanbul

Considerazioni sull'undicesimo itinerario del Viaggio nella solitudine della politica "Roma e Bisanzio. Guardando la Mezzaluna Fertile" (27 settembre - 8 ottobre 2019)

di Michele Nardelli

Quattromilaseicentonove chilometri, sedici frontiere attraversate di undici diversi paesi europei e due fusi orari, almeno una dozzina di città dove ci siamo fermati, non meno di sette lingue ascoltate come sette sono state le monete correnti scambiate, quindici sono stati i viaggiatori (otto donne e sette uomini1) di sei diverse regioni italiane...

Potrebbero bastare questi numeri per descrivere l'undicesimo itinerario del “Viaggio nella solitudine della politica”, certamente anche la fatica di comprimere tutto questo in dodici giorni, talvolta appena sfiorando luoghi che avrebbero meritato ben altra attenzione. Che pure abbiamo cercato di colmare negli spazi di conversazione, nelle letture dedicate (a partire dalla nostra piccola biblioteca mobile composta di oltre quaranta volumi e di numerose schede preparate) e nelle considerazioni emerse durante i nostri spostamenti.

L'intento del viaggio dentro la faglia fra Oriente e Occidente era di metterne a fuoco la complessità, di coglierne l'attualità e di intercettare sguardi e pratiche, pur nel disincanto, per rilanciare il progetto politico europeo e mediterraneo.

L'improbabile di fronte a noi
Paul Klee

di Michele Nardelli

(12 settembre 2019) Non è facile esprimere una valutazione sul nuovo governo. In assenza di una visione comune, di fronte al carattere generico dei punti programmatici, preso atto di un profilo della squadra di governo che risponde più agli equilibri interni ai partiti che all'autorevolezza dei ministri designati, è il lungo ed articolato discorso di Giuseppe Conte in Parlamento ad indicare le linee d'azione per un governo che si vorrebbe di legislatura ma soprattutto di svolta. Un discorso che merita attenzione, al di là del suo segnare un argine – speriamo non momentaneo – alla deriva autoritaria, sovranista ed antieuropea verso la quale stava naufragando questo paese.

Quando indicavo la necessità di tentare l'improbabile1, avevo in cuor mio un'altra idea di ciò che immaginavo potesse significare imprimere un cambio di sguardo. Realisticamente, era difficile immaginare che da una politica in profonda crisi potesse emergere un diverso profilo, ma la storia non procede mai in maniera lineare, piuttosto invece per accelerazioni improvvise, come è stato negli anni '60 o nell'ultimo decennio del secolo scorso.

Devo riconoscere che il discorso del Presidente del Consiglio sembra proporre una di queste accelerazioni, aprendo – più di altri che l'hanno preceduto e che vedevano il sostegno della sinistra parlamentare – spazi di dialogo e di interlocuzione solo qualche mese fa inimmaginabili.

E' quindi con un atteggiamento aperto e costruttivo che provo ad indicare quello di cui a mio avviso avremmo bisogno per segnare effettivamente una svolta, tanto sul piano della visione come su quello programmatico. Uno scarto culturale e politico guardando sì a questo paese, ma in una prospettiva europea e mediterranea.

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Il nuovo governo e le autonomie
Bandiere del Friuli e dell'Europa

E’ possibile portare l'autonomia speciale del Friuli Venezia Giulia fuori dalle secche del gioco politico di propaganda?

di Giorgio Cavallo *

(12 settembre 2019) Una premessa. Ho comunque apprezzato il tentativo di M5S e PD di dare vita ad un governo di rottura con la deriva antipolitica a rischio autoritario della coalizione precedente. Le affinità dei capitoli di programma di questa maggioranza sono più vaste di quelle del contratto di governo. E, fino a prova contraria, le forze di destra (Lega, FdI e Forza Italia, più Casa Pound e Forza Nuova) non rappresentano nessuna maggioranza del paese, nemmeno alle elezioni europee di primavera (49,9% del 56% dei votanti), e tanto meno alle politiche del 2018 (37% del 72,9% dei votanti). Le urla scomposte di questi giorni segnalano un vuoto mentale che gioca sulla bassa predisposizione del “popolo” per la matematica, confondendo numeri immaginari per reali. Tuttavia come ha detto la senatrice Segre ci siamo fermati sull’orlo dell’abisso, ma non siamo certo in un “porto sicuro”. E il panorama intorno non è fatto da amene colline.

Roma e Bisanzio. Guardando la Mezzaluna fertile.
Istanbul. Disegno Carlo Bossoli

Storia, culture, ibridazioni nello spazio mediterraneo

27 settembre - 8 ottobre 2019

 

Itinerario n.11 del Viaggio nella solitudine della politica

 

Venezia – Senj – Mostar – Sarajevo – Dubrovnik – Kotor – Salonicco – Istanbul – Nis – Belgrado

(27 settembre - 8 ottobre 2019)


Viviamo in un ingorgo che si fatica a decifrare. Una difficoltà che non è solo l'esito della complessità in un tempo sempre più interdipendente, ma del venire a galla dei grandi nodi che l'umanità aveva erroneamente affidato alle magnifiche sorti e progressive. Come nelle parole di Walter Benjamin sull'Angelus Novus, quando le macerie della prima guerra mondiale già lasciavano presagire quale sarebbe stato l'esito del Novecento, è il concetto di progresso ad essere in discussione, così come il nostro rapporto con la natura e il tema del limite nell'agire umano.

Nodi di carattere filosofico e religioso che lungo la storia hanno prodotto vere e proprie faglie, spaccature profonde mai sanate che hanno lastricato il cammino dell'umanità. Fra tutte, quella fra Oriente e Occidente, che investe fra l'altro il rapporto fra modernità e tradizione, stato di diritto e stato etico, libertà e sovranità.

Quello che ci si propone con l'undicesimo itinerario del “Viaggio nella solitudine della politica” è di scandagliare questa faglia, forse quella che ha conosciuto più cesure ma che più di altre ha generato straordinari sincretismi.

Per una Politica originaria, non solo originale
Trento, Muse

di Ugo Morelli e Federico Zappini

(19 agosto 2019) Da qualunque lato la si guardi quella che stiamo attraversando è una fase di grande disordine. L'entropia che satura questo tempo è insieme politica, sociale e culturale. Una confusione che crea spaesamento diffuso, che polarizza le posizioni ma allo stesso tempo le rimescola continuamente, ribaltando punti di vista, impedendo lo stabilizzarsi di un dibattito pubblico che si muove scompostamente. A questa generale sensazione di precarietà e insicurezza si è aggiunta nelle scorse ore anche l'apertura di una crisi che – se si prova a spostare la messa a fuoco oltre l'ingombrante volto di Matteo Salvini – non si può circoscrivere all'interno dei contorni dell'alleanza contrattizia tra Lega e M5s ma va allargata e fotografata a livello di sistema. È difficile, allora, cercare di trovare acqua potabile nel pozzo che abbiamo inquinato. Questo è quello che facciamo e si continua a fare, alla ricerca ansiogena di proposte originali, mestando e rimestando parole e slogan che durano un giorno, se va bene.

A proposito di sovranità e sovranismi
Hannah Arendt

«Tempi interessanti» (95)

Così scriveva Hannah Arendt nel 1954:

«La famosa sovranità delle società politiche non è mai stata altro che un'illusione, che per di più può reggersi solo grazie agli strumenti della violenza, cioè con mezzi di per sé extrapolitici. Data la condizione dell'uomo, determinata dal fatto che sulla terra non esiste l'uomo, bensì esistono gli uomini, libertà e sovranità sono così lontane dall'identificarsi da non poter neppure esistere simultaneamente. … Se gli uomini desiderano essere liberi, dovranno rinunciare proprio alla sovranità».

Nuove geografie per leggere il presente
Mappe

di Michele Nardelli

 

Le carte geografiche corrispondono alle visioni del tempo. Così per secoli abbiamo immaginato che la nostra parte di mondo fosse più rilevante di quel che era nella realtà, come a rendere oggettivo il dominio sul resto del pianeta. Non era solo la storia ad essere scritta dai vincitori, anche la geografia seguiva tendenzialmente questa logica. Storia e geografia corrispondevano del resto ad un umanesimo narciso e povero di mondo, intento – nella sua ipocrisia – a proclamare un diritto internazionale asimmetrico e largamente inesigibile.

La Carta di Peters (1973) ha incominciato a raddrizzare le cose, rispettando le dimensioni reali dei continenti, le proporzioni, le distanze, compresa la colorazione degli Stati non più riconducibili ai possedimenti coloniali. A venir messe in discussione in maniera evidente, oltre alle carte, era la pretesa oggettività dei geografi, a testimonianza del fatto che la geografia è una materia viva, in continuo divenire ed in stretta relazione – come ogni sapere – al carattere multidisciplinare della conoscenza. Malgrado ciò, ancora oggi è la Carta di Mercatore (1569) ad essere quella di maggior uso comune. Ed un neocolonialismo a colorare di fatto nuove egemonie.

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