"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

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Emergenza autonomistica. In ricordo di Walter Micheli, a dieci anni dalla sua scomparsa
Walter Micheli

Vincenzo Calì ha dedicato questa riflessione alla figura di Walter Micheli, a dieci anni della scomparsa

di Vincenzo Calì

(1 giugno 2018) Il miglior modo per ricordare Walter Micheli a dieci anni dalla scomparsa è quello di attualizzare il suo messaggio, dati i tempi di grave disorientamento vissuti dall’opinione pubblica.

Il nulla di fatto delle elezioni politiche generali, di quelle regionali di Lombardia e Friuli Venezia Giulia e i pronunciamenti referendari in Veneto ci dicono che per il Trentino si prospetta una nuova fase che potremmo definire di “emergenza autonomistica”.

Sovviene riprendere le intuizioni con le quali a metà anni ottanta il federalista Walter Micheli seppe rimettere in piedi un Trentino finito in ginocchio dopo la devastante vicenda di Stava. Non più la riproposizione su tavoli inconcludenti della formula del Centro Sinistra Autonomista oramai logora e stanca, bensì il lancio di una grande alleanza, una sorta di comitato di liberazione delle migliori energie, secondo le linee avanzate nel seminario “ il Trentino che verrà” fortemente voluto da Micheli e rimaste purtroppo in gran parte lettera morta.

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La trappola della democrazia nel mercato
Europa o mercato?

Quanto accaduto con la rinuncia di Giuseppe Conte e l'incarico di governo affidato dal Presidente della Repubblica a Carlo Cottarelli apre una crisi istituzionale pericolosa e senza precedenti. Intendo scriverne nelle prossime ore. Intanto ho trovato stimolante questa riflessione del giornalista dell'Espresso Alessandro Gilioli nel suo evidenziare come la dimensione sovranazionale sia diventata il terreno ineludibile per la democrazia. E, malgrado ciò, pressochè ignorata nella recente campagna elettorale.

di Alessandro Gilioli *

(27 maggio 2018) Mai visto un Di Maio così. Livido, rabbioso, le occhiaie nere su fondo bianco, la voce che rimbombava nell'ignota stanza in cui girava il suo video. Sparito il sorriso che aveva indossato per tutta la campagna elettorale, in mille foto, e negli 80 giorni dal voto. Sparita la cifra della composta pacatezza con cui si era presentato all'Italia, agli alleati, alla stampa straniera. «Non siamo una democrazia libera», ha detto, «è una crisi istituzionale mai vista»: preludio di gesti forti, di azioni contro quel presidente da cui pochi giorni fa, come disse lui stesso, si sentiva «pienamente garantito».

Del resto per tutto il giorno l'ordine di scuderia grillina era stato quello: totale fiducia nella «saggezza» di Mattarella e Conte, che insieme avrebbero «trovato una soluzione», ripetevano tutti i parlamentari pentastellati - e lo stesso mantra veniva dal giro di Casaleggio.

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L'Unione Europea e l'altra Europa. Erdogan a Sarajevo
Sarajevo, notturno invernale

Il recente comizio elettorale che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha tenuto a Sarajevo ha messo in luce le difficoltà della Bosnia Erzegovina di oggi e le contraddizioni dell'Europa

di Ahmed Buric, Sarajevo *

(maggio 2018) A prescindere da come la storia ricorderà - se lo ricorderà - il comizio elettorale tenuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Sarajevo domenica 20 maggio, una cosa è certa: ci sono (almeno) due Europe. La prima è quella che comprende il territorio dell’Unione europea. L’altra Europa, non appartenente all’Unione, è tutt’oggi un territorio conteso.

Pescando nel torbido e giocando la carta del populismo, Erdogan è riuscito a trarre il massimo vantaggio dal fatto che in Bosnia si intrecciano i due “imperi”. L’Unione europea non vuole né può risolvere i problemi della Bosnia Erzegovina, e quest’ultima non può uscire da sola dalla trappola in cui è finita a causa del malgoverno e del perdurare di un sistema insostenibile.

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Il paese è altrove, finiamola con le geremiadi
Apocalisse culturale. Banksi

Sono andati in pezzi i modi in cui si sono formate tutte le nostre categorie politiche, le identità, dalla destra alla sinistra. Una riflessione dell'amico Marco Revelli (pubblicata oggi da "il manifesto") con la quale spero nei prossimi giorni di poter interloquire.

di Marco Revelli

(23 maggio 2018) Da oggi, come si suol dire, «le chiacchiere stanno a zero». Nel senso che le nostre parole (da sole) non ci basteranno più. D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più “di persona”: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime e vere vittime di questo governo che (forse) nasce.

Dovremmo anche piantarla con le geremiadi su quanto siano sporchi brutti e cattivi i nuovi padroni che battono a palazzo. Quanto “di destra”. O “sovranisti”. Forse fascisti. O all’opposto “neo-liberisti”. Troppo anti-europeisti. O viceversa troppo poco, o solo fintamente. Intanto perché nessuno di noi (noi delle vecchie sinistre), è legittimato a lanciare fatwe, nel senso che nessuno è innocente rispetto a questo esito che viene alla fine di una lunga catena di errori, incapacità di capire, pigrizie, furbizie, abbandoni che l’hanno preparato. E poi perché parleremmo solo a noi stessi (e forse non ci convinceremmo nemmeno tanto). Il resto del Paese guarda e vede in altro modo. Sta già altrove rispetto a noi.

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Se la Patria chiama...
Prima guerra mondiale

La rievocazione storica di una adunata degli alpini. Come ai tempi della prima repubblica. In dialogo con Lorenzo Ferrari.

di Giorgio Cavallo *

E’ andata di scena a Trento la 91esima adunata nazionale degli alpini. Il “format" tiene ancora perfettamente e 300.000 persone hanno potuto gioire nel trovarsi assieme e nello sfilare marzialmente in ricordo della “vecchia” appartenenza.

Personalmente provengo dall’aviazione, ho “combattuto” con armi sofisticate dalla parte della “libertà” nella guerra fredda, e gli alpini mi davano l’idea di appartenere ad un mondo di subalterni un po’ tonti pronti ad obbedire ad ordini di cui non potevano valutare la portata.

Poi la frequentazione del Friuli mi ha permesso di capire il profondo legame tra la gente e gli alpini, per aver condiviso e sofferto i pezzi di una storia magari raccontata dalle classi dirigenti in maniera truffaldina, ma che, per chi ci aveva vissuto dentro, era piena di solidarietà e di emozioni umane che ne travalicavano la narrazione politica. Una solidarietà che si fa concreta anche dopo la naja e si trasferisce nelle comunità di provenienza.

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L'impronta ecologica del Trentino
Montagne trentine

(19 maggio 2018) Oggi pomeriggio (inizio ore 15.00) presso la distilleria Marzadro a Nogaredo (Tn) si svolge il congresso di Slow Food del Trentino Alto Adige/Sudtirol. In questa occasione parlerò della cultura del limite, con particolare riferimento all'impronta ecologica globale, nazionale e regionale, per indicare un possibile terreno di confronto con i cittadini e le istituzioni sulla sostenibilità in ciascun territorio. Ricordo che l'overshoot day globale (il giorno del superamento in cui il pianeta esaurisce le risorse che gli ecosistemi sono in grado di produrre in un anno) nel 2017 è stato il 2 agosto. Per questo vi ripropongo lo studio sull'impronta ecologica del Trentino realizzato da Agenda 21 e dal Parco Naturale Paneveggio - Pale di San Martino nel 2011.

Il documento che trovate in allegato è lo studio realizzato da Agenda 21 consulting e dal Parco Naturale Paneveggio - Pale di San Martino su input della PAT nel 2011. Misura la biocapacità e l'impronta ecologica dei territori presi in esame. Un criterio che potrebbe rappresentare la verifica annuale dell'efficacia delle nostre politiche, ma che non è stato rifinanziato negli anni successivi. Forse perché scomodo?

«... Nella strategia di Lisbona e nella strategia rinnovata per lo sviluppo sostenibile, l’Unione Europea riconosce che l'uso più efficiente delle risorse è fondamentale per lo sviluppo economico, per l'ambiente europeo, e per svolgere un ruolo autorevole nella scena internazionale. Aumentare l'efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia permette di accelerare l'innovazione, creare posti di lavoro, accrescere la competitività e migliorare lo stato dell'ambiente. Tuttavia non ci può essere sviluppo sostenibile nei paesi membri senza ridurre la domanda a livello mondiale delle risorse naturali utilizzate in Europa.

La ricerca sull'impronta ecologica in Trentino

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Al di là della grappa
Il Bacio, Hayez

Riprendo da www.ilpost.it questa interessante riflessione di Lorenzo Ferrari attorno all'adunata degli alpini che si è svolta nei giorni scorsi a Trento.

di Lorenzo Ferrari

Non avevo mai visto tante bandiere italiane, neanche la volta che abbiamo vinto i Mondiali. Migliaia di bandiere tricolori, su quasi ogni edificio della città. Nell’anno del centenario del passaggio all’Italia, lo scorso finesettimana Trento ha ospitato l’adunata nazionale degli Alpini. Con l’anniversario di mezzo, le memorie ancora combattute, l’Alto Adige qui di fianco, una tale celebrazione dell’italianità è stata un affare delicato – ma anche un’ottima occasione per vedere come si combinano localismi, patriottismo ed europeismo in questi tempi complicati.

Ancora una volta, l’adunata degli Alpini ha mostrato che sono poche le distanze politiche che non possono essere colmate da dosi massicce di grappa. In Trentino la bandiera italiana sventola poco pure quando c’è l’Italia che gioca ai Mondiali, ma lo scorso finesettimana sembrava possibile essere allo stesso tempo dei convinti autonomisti e dei patriottici ferventi, e di passaggio rimpiangere pure un po’ gli Asburgo e lasciare un pensiero per l’Europa pacificata. Un processo di ricomposizione e sovrapposizione delle identità è attualmente in corso anche nel resto d’Italia e d’Europa, con esiti apparentemente contraddittori.
Forse l’esempio più chiaro di questo processo sta nella svolta “sovranista” della Lega di Matteo Salvini: da varie parti è stata fatta notare la contraddizione tra lo storico messaggio settentrionalista (o al più localista, con le felpe del leader che di volta in volta aderiscono a una singola città) del partito e il suo recente messaggio nazionalista. In realtà le identità multiple che la Lega di Salvini va di volta in volta ad attivare non sono in contraddizione tra loro – o meglio, vengono attivate in modo selettivo secondo una logica lineare.

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