"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

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Dalla Catalunya al Trentino. Indipendenza e autonomia. Federalismo europeo. Sovranità da condividere e un pugno che deve farsi carezza.
Verso Barcellona

 

di Federico Zappini

(2 aprile 2018) Abbiamo deciso di intraprendere un viaggio dentro la crisi politica catalana dopo esserci chiesti – a metà dicembre scorso – quale potesse essere il ruolo dell’Autonomia nella delicata fase che sta vivendo l’Europa. Siamo arrivati a Barcellona mentre sei indipendentisti catalani entravano in carcere o erano costretti all’esilio. Sulla via del ritorno abbiamo appreso che Carles Puigdemont era in stato di arresto e si andavano formando le prime manifestazioni di solidarietà e protesta nelle piazze catalane.

Questo il contesto nel quale ci siamo mossi, tra incontri con partiti politici e conversazioni con soggetti sociali e culturali. Un contesto che, visto lo spropositato utilizzo della carcerazione preventiva da parte dello Stato spagnolo, rischia di veder chiudersi ogni possibilità di dialogo politico, favorendo una maggiore polarizzazione delle posizioni in campo e attivando una crescente radicalizzazione dei metodi di lotta da un lato e di tentativo di reprimerli dall’altro.

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Nell'Europa delle autonomie responsabili. Viaggio in Catalunya
Barcellona

Inizia giovedì 22 marzo 2018 il settimo itinerario del "Viaggio nella solitudine della politica".

Nella programmazione del “Viaggio nella solitudine della politica” non avevamo immaginato uno specifico viaggio catalano. Ma il nostro viaggio si rivela un generatore di idee e proposte che via via prendono corpo. E così dopo lo stimolante itinerario nel cuore di una Padania ormai declassata dalla Lega a trazione integrale del “prima gli italiani”, gli incontri di Pieve di Soligo “Autonomie cooperanti - L'utopia di un'Europa che si fonda sull'autogoverno territoriale” (22 ottobre) e di Trento “Autonomie - Quel cambio di sguardo che serve all'Europa” (alle Gallerie di Piedicastello, il 16 dicembre 2017), sono nate alcune piste di lavoro fra le quali la proposta di un viaggio in Catalunya, nella regione europea diventata cruciale rispetto alla possibilità di ridisegnare l'Europa in senso federalistico.

Il programma

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A proposito di cooperazione internazionale. CFSI, un bilancio
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In relazione al dibattito sullo stato della cooperazione internazionale in Trentino, riporto qui la relazione di fine mandato di quattro esponenti del direttivo uscente del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale (oggi Centro per la Cooperazione Internazionale), una relazione insieme critica e costruttiva rispetto all'evoluzione del Centro così come uscito dall'ultima assemblea dei soci e dall'indirizzo assunto dalla PAT.

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Relazione di fine mandato

Al termine del mandato triennale di consiglieri del Centro per la formazione alla solidarietà internazionale, poi Centro per la cooperazione internazionale, desideriamo lasciare un breve sunto del percorso realizzato e delle sfide aperte, come memoria e traccia per il prossimo direttivo.

1. L'attività interna al Centro

Il triennio trascorso è stato interamente destinato al ridisegno del Centro, percorso complesso e faticoso tanto che ha visto cambiare ben tre presidenti e succedersi numerose discussioni e ipotesi. Non va però dimenticata l'attività "ordinaria" del Centro, che ha permesso di raggiungere diversi obiettivi importanti fissati dal Direttivo ad inizio triennio.

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Oggi è sabato, domani è domenica *
Inverno

di Michele Nardelli

(3 marzo 2018) Le previsioni del tempo indicano che lunedì prossimo ci sarà ancora pioggia e neve sopra gli ottocento metri. Insomma non potremo rifugiarci in una bella giornata di sole. Ma non preoccupiamoci più di tanto, malgrado l'esito elettorale avremo a che fare con lo stesso paese del giorno precedente.

Sarà ancora notte quando le prime proiezioni elettorali sullo spoglio ci forniranno una fotografia di questo paese, delle sue paure e del suo smarrimento. Del resto, per mesi gli istituti demoscopici hanno indicato le tendenze di voto degli italiani e non penso che l'esito si discosterà in fondo più di tanto, salvo forse per il risultato di qualche partito minore che potrà rappresentare una qualche sorpresa.

Tutto invece si giocherà sull'avvicinarsi o meno alla soglia del 40% da parte della coalizione di destra (non ho mai pensato a Berlusconi come ad un uomo di centro) o del Movimento 5 Stelle, tanto che Salvini si è augurato negli ultimi giorni della campagna elettorale che il PD non vada sotto il 22% perché questo potrebbe significare un forte spostamento di quell'elettorato verso i pentastellati.

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Interdipendenza e autogoverno
Manifesto

Questo piccolo saggio è apparso sul n.113 di "Protagonisti", la rivista dell'Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea (Isbrec) dedicato al tema delle autonomie e della Regione Dolomiti.

di Michele Nardelli

«... E' pericoloso credere che un individuo o un gruppo possa essere libero solo a patto di essere anche sovrano. La famosa sovranità delle società politiche non è mai stata altro che un'illusione, che per di più può reggersi solo grazie agli strumenti della violenza, cioè con mezzi di per sé extra-politici. Data la condizione dell'uomo, determinata dal fatto che sulla terra non esiste l'uomo, bensì esistono gli uomini, libertà e sovranità sono così lontane dall'identificarsi da non poter neppure esistere simultaneamente. … Se gli uomini desiderano essere liberi, dovranno rinunciare proprio alla sovranità». Hannah Arendt, Tra passato e futuro

Hannah Arendt scrive queste parole nel 1954 ma il suo sguardo lungo giunge fino a noi, in questo tempo di “sovranismi” dove riecheggiano, malgrado le lezioni della storia, le rivendicazioni del “prima noi”, eco appunto di quel “Deutschland über alles” così foriero di sventura.

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2018 – 2020. Di un’agenda politica comune e dei margini sensibili da cui partire
immagine da https://pontidivista.wordpress.com/

di Federico Zappini *

Comunque vada abbiamo un problema.

Non sono mancati in questi mesi gli spunti capaci di condurci con maggiore consapevolezza alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Ecco alcuni esempi, quelli che sento a me più affini. Pier Luigi Sacco ha suggerito un approccio diverso alle politiche culturali, offrendo un piano di lavoro di dimensioni ampie e di sicura prospettiva. Mauro Magatti un radicale cambiamento dei paradigmi economici e Donatella Di Cesare una nuova lettura (filosofica e politica) dei fenomeni migratori. Lo hanno fatto illuminando campi di enorme rilevanza, che meriterebbero migliore e più articolata riflessione. E poi non sono mancati spunti su ambiente, Europa, lavoro e welfare, tecnologia e innovazione, città e urbanistica. Un caleidoscopio di contributi che descrive un contesto vitale, come ama dire Giuseppe De Rita, “con poca voce ma grande potenza”.

Non una novità se pensiamo che Sabino Cassese coniò la felice espressione “società senza Stato” per descrivere la scissione tra rappresentanti e rappresentati, tra istituzioni e corpo sociale, in un libro edito nel contesto del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il disallineamento tra cittadini e leadership politica non è quindi un fenomeno esclusivo di questo tempo, anche se oggi la frattura sembra diventata tanto profonda e il rischio di corto circuito nell’assetto democratico così prossimo al verificarsi da richiedere un opportuno supplemento di riflessione. Certo c’è l’astensione (effetto più che causa, per quanto mi riguarda possibile triste e vergognoso rifugio) ma il problema di fondo – che rimarrà sul tavolo anche dopo il 4 marzo – è la fragilità dell’interazione tra le dimensioni del sociale e quella del politico. Una fragilità che rappresenta un po’ la conseguenza e un po’ l’origine delle contemporanee crisi di domanda (cosa cercano gli elettori? che idea hanno della politica? ne sentono il bisogno o credono se ne possa fare tranquillamente a meno?) e di offerta politica (come si propongono partiti e potenziali eletti? in che modo tentano di tenere insieme valori e conquista del consenso? come immaginano il futuro, se se lo immaginano?).

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La notte del PD
Sede PD chiusa

Quella che segue è la cronaca della notte delle candidature alla direzione del PD pubblicata su Huffington Post. Credo che il processo di trasformazione di questo partito o, meglio, la metamorfosi del progetto politico che stava nella sua Carta dei valori, l'idea di una sintesi originale in cui io come altri abbiamo provato a riconoscerci, si sia consumata da tempo. E' una notte lunga quella che segna questo partito. E non solo per effetto delle scissioni che via via ne hanno la segnato la vicenda (sotto questo profilo la scissione più significativa è quella avvenuta con l'abbandono da parte di più della metà degli iscritti e di un numero impressionante di elettori - http://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=3957) ma proprio nella rinuncia alla ragione fondante, quella di dar vita ad un soggetto politico capace di mettere in discussione il «modello di sviluppo che condanna milioni di persone e intere aree del pianeta alla povertà e che, se non subirà modifiche radicali, renderà la terra invivibile». Di questa radicalità nel Partito Democratico non c'è più traccia. Per questo ho scelto quattro anni fa di non farne più parte, cercando altrove lungo coordinate di ricerca diverse le strade possibili di un nuovo umanesimo. Ma il problema non è solo il PD: ho l'impressione che siamo al crepuscolo di un sistema politico (e sociale) che richiede un cambiamento profondo nello sguardo, nel pensiero e nelle forme dell'agire. Conto di ritornarci nei prossimi giorni. (m.n.)

 

 

Lacrime, rabbia, suppliche e litigi per le liste: così Renzi si è fatto il partito di Renzi

di Alessandro De Angelis *

La notte che trasforma il Pd. Anzi, la notte del Pd. Alle cinque di mattina Andrea Orlando è distrutto. Chiede, con voce tesa: "Si possono almeno avere le fotocopie delle liste? Fateci almeno sapere dove ci avete messo. Un'ora di tempo e riprendiamo". Emanuele Fiano ha l'incarico di rispondere che non c'è tempo.

Poco dopo inizia la direzione, sette ore dopo la prima convocazione. E dalla presidenza, per la prima volta nella storia, le liste vengono solo lette. Un lungo eletto di sommersi e salvati. Paolo Gentiloni, arrivato alle due di notte, è visibilmente imbarazzato. Soprattutto quando non viene pronunciato il nome di Claudio De Vincenti, il suo sottosegretario a palazzo Chigi. Uomini di governo, gente con una lunga storia alle spalle, anche di provata lealtà apprendono solo a quel punto il proprio destino. Senza un colloquio, un sms, un contatto col Capo. Al termine del lungo elenco, nero su bianco non resta nulla, alimentando nelle ore successive il sospetto di aggiustamenti, limature, ulteriori sostituzioni nonostante il passaggio ufficiale. Poche ore dopo, a metà mattinata il sole illumina il "partito di Renzi". Dal Nazareno escono mano per mano la neo candidata Francesca Barra, giornalista che conquistò Renzi con una non indimenticabile intervista a palazzo Chigi, col suo compagno Claudio Santamaria, il popolare attore che prima si schierò con Virginia Raggi, tranne poi dichiarare poco tempo fa la sua delusione.

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