«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

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Le mani sulla città. Osservazioni tra le righe di un’inchiesta.
Un'immagine del Parco delle Predare. Che i signori degli affari volevano trasformare in un luogo privato. Qui la posa di un albero di melograno nel giorno del Nowruz, la festa di primavera nel vicino oriente.

di Federico Zappini *

Ho visto crescere l'”Operazione sciabolata” da vicino, dentro una delle zona della città di Trento (il quartiere di San Martino) che frequento di più. Nel biennio del Covid ho visto crescere la presenza di uno dei gruppi protagonisti nelle dinamiche di spaccio, di riciclaggio di denaro e di tentativi di corruzione nei confronti di società pubbliche.

Non posso dirmi stupito. I comportamenti sopra le righe erano visibili. Se c’è un sentimento che ha attraversato questi anni (lunghi e faticosi, soprattutto per alcuni e alcune in quartiere) di convivenza forzata è la frustrazione, sostituita solo in parte oggi dal sollievo per l’emersione di un quadro accusatorio ampio e circostanziato. Chi si occupa della cosa pubblica non può accontentarsi della cronaca giudiziaria, ma deve trarre da essa qualche insegnamento più generale.

Il nostro sguardo strabico sulla droga

Nei confronti dello spaccio e del consumo di sostanze stupefacenti corriamo il rischio di vivere dentro un pericoloso corto circuito interpretativo. Ciò che ogni giorno viene denunciato è lo “spaccio a cielo aperto” che coinvolge nello spazio pubblico chi si occupa soprattutto della vendita delle cosiddette droghe leggere, oltre il 60% del traffico globale secondo vecchie stime. Si tratta in genere di fasce marginali della società, manodopera precaria dentro un pezzo di mercato che si potrebbe – e dovrebbe – asciugare con interventi di legalizzazione progressiva, capaci di sviluppare in parallelo processi di controllo e di cura, di gestione trasparente e di educazione all’uso consapevole.

 

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Elezioni comunali in Trentino. Per non rinunciare a fare diversa questa terra.
Paul Klee

di Michele Nardelli

 

Domenica 4 maggio si andrà a votare per l'elezione dei Sindaci e dei Consigli Comunali nella quasi totalità dei Comuni del Trentino. Tranne 9 Comuni (Ala, Borgo Chiese, Caldonazzo, Campodenno, Fiavè, Lona Lases, Mezzolombardo, Predazzo e Rovereto) in cui si è votato nel 2024 e 3 Comuni (Capriana, Luserna, Madruzzo) nei quali non è stata presentata alcuna lista, tutti gli altri andranno a votare.

Il primo dato che balza all'attenzione è che in ben 82 Comuni (pressoché la metà) è stata presentata una sola lista e in quel caso la sfida sarà il raggiungimento del quorum del 40% degli aventi diritto affinché le elezioni siano ritenute valide e non si ritorni al voto (con una sola lista, il quorum sale al 50% nei Comuni sopra i 5.000 abitanti, come nel caso di Baselga di Pinè, Mezzocorona e Predaia). Ma questo dato non può nascondere un elemento preoccupante, ovvero il venir meno di una necessaria dialettica politica che non sia relativa alle preferenze espresse verso i candidati consiglieri dell'unica lista presentata. Nella difficoltà di credere che nella metà dei Comuni trentini vi sia un comune sentire sul presente e sul futuro nella gestione dell'amministrazione locale, questo dato ci racconta piuttosto di un crescente vuoto politico che di certo non fa bene allo svolgersi del confronto democratico. Vorrei sommessamente notare che non è sempre stato così.

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Antidivo e anticapitalista: lunga vita alle idee di Pepe Mujica, contro la banalità dei ricordi
Papa Francesco con Pepe Mujica

José Alberto Mujica Cordano è morto a 89 anni per le complicazioni di un cancro all’esofago, il 13 maggio. Parte del movimento di guerriglia uruguaiana Tupamaros, finì in carcere per dodici anni, due dei quali chiuso in un pozzo. Deputato, senatore, poi ministro dell’Agricoltura e nel 2010 presidente della Repubblica. Lascia un segno profondo e un’organizzazione politica che va oltre la personalizzazione

di Federico Nastasi 

(15 Maggio 2025) Al Palacio legislativo di Montevideo c’è la fila. Le persone aspettano pazienti, col volto serio, chi con un fiore in mano, chi con la bandiera del Frente amplio (la coalizione di centrosinistra che governa l’Uruguay) sulle spalle.

“Non ho mai visto tanta gente piangere per un politico. Quando ho saputo la notizia, mi sono sentita orgogliosa per una figura così. E ho sentito paura: chi raccoglierà la sua eredità? Ha introdotto la parola amore in politica, amore per la vita, la natura, la semplicità. Speriamo di essere all’altezza”, dice Vanessa, mentre aspetta il suo turno per salutare José Alberto Mujica Cordano, Pepe come lo chiamavano tutti, morto a 89 anni per le complicazioni di un cancro all’esofago.

 

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«Gaza non esiste più: questo è genocidio»
Da Invictapalestina

Sabrina Provenzani intervista Amos Goldberg*, studioso dell’olocausto **

“Quello che Israele sta commettendo a Gaza è un genocidio”. Amos Goldberg è professore di Storia dell’Olocausto presso il Dipartimento di Storia Ebraica e Studi Contemporanei dell’Università Ebraica di Gerusalemme. “Mi sono avvicinato allo studio del genocidio perché credo che, studiandolo, possiamo comprendere meglio i pericoli e le minacce che affrontiamo come individui, società e culture. Mettiamo da parte l’Olocausto per un momento: quasi sempre i genocidi, per chi li perpetra, sono reazioni di autodifesa rispetto a una minaccia reale o immaginaria. Ora, ed è molto importante sottolinearlo: il 7 ottobre è stata una catastrofe. Un trauma profondo, un crimine atroce, che ha colpito persone a me molto vicine. Siamo rimasti tutti scioccati; l’abbiamo vissuta come una minaccia esistenziale. Non abbiamo nemmeno potuto elaborare il lutto. Ma anche quel crimine deve essere compreso – non giustificato – nel suo contesto: la Nakba, l’occupazione, l’assedio, l’apartheid… La risposta di Israele è stata completamente sproporzionata, e nessun crimine, per quanto atroce come quello del 7 ottobre, giustifica un genocidio.

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La centralità dell’urbanistica nel costruire la città giusta
dal blog https://pontidivista.wordpress.com

di Federico Zappini*


Pubblico l'ultimo capitolo di una conversazione elettorale che Federico ci ha proposto in queste settimane con il titolo “Stringiamo un patto? Facciamo la Trento giusta, insieme”. «All'ultima curva della campagna elettorale – scrive Federico – condivido con voi una piccola riflessione su uno dei temi che maggiormente mi ha coinvolto negli anni da consigliere comunale: l'urbanistica. Si tratta di quello che potremmo definire il fondamento su cui edificare (non solo materialmente, per fortuna) la città e la comunità del presente e del futuro. Un campo di confronto e di lavoro di enorme complessità, che rappresenterà però nei primi 12/18 mesi della prossima consiliatura una priorità ineludibile, un'urgenza ordinatoria e di visione di cui occuparsi».


Negli scorsi quattro anni e mezzo di amministrazione della città si sono moltiplicate le partite legate alla pianificazione cittadina, cercando di unire utopie alla necessaria concretezza. Nei prossimi ci serviranno comunità coinvolte e partecipi (amministrative, politiche, sociali e civiche) che insieme completino la strada complessa e insieme interessante iniziata nella precedente consiliatura. Le parole che ci devono guidare in questo percorso sono cura e giustizia, pianificazione e prossimità.

Questo perché sappiamo che le città sono quei luoghi in cui si possono generare coesione e benessere (individuale e collettivo) ma che rischiano di essere attraversate da crescenti faglie di disuguaglianza e solitudine. Possono fare stare bene, ma possono al contrario escludere, impaurire e uccidere. E’ sulle città che impattano (lo abbiamo sperimentato negli ultimi anni) diverse crisi, moltiplicando al punto di contatto tra esse gli effetti: crisi ambientale e crisi economiche, crisi demografica e crisi migratorie – in ingresso e in uscita -, crisi democratiche e crisi di senso.

 

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Le parole che rimangono. Grazie Francesco.
Campo fiorito

(23 aprile 2025) Immagino che in molti, nell'assistere a quell'ultima apparizione in piazza San Pietro nel giorno di Pasqua, abbiamo pensato che quello avrebbe potuto rappresentare un ultimo saluto. Se la sentiva, papa Francesco, che non sarebbe durato a lungo e penso che la scelta di stare fino all'ultimo respiro vicino alla propria gente sia stata coerente con il suo Magistero.

Coerenti nelle proprie vite non lo si è mai. La coerenza è una ricerca continua, che ci mette alla prova quotidianamente, dalla quale usciamo il più delle volte sconfitti. Semplicemente perché nessuno di noi è sovrano. Ma nel suo percorso Francesco ha saputo interpretare un tempo particolarmente complesso, nel quale l'intreccio delle crisi richiedeva una riconsiderazione, ad un tempo più umile e più ricca, del nostro posto nella natura.

Un percorso di riconciliazione con il mondo che ci ospita ben lontano dalle logiche con le quali i potenti della Terra esercitano il proprio dominio, senza comprendere che in un contesto interdipendente non ci si può salvare da soli. E dunque inviso, nel corso del quale abbiamo toccato con mano la grande solitudine di papa Francesco. Quegli stessi potenti che ora, di fronte al concludersi del tragitto terreno di quest'uomo, danno l'ennesima prova di ipocrisia.

Nei messaggi di condoglianze gli aggettivi rituali si sprecano, ma ben pochi s'interrogano sul valore e la pregnanza di un papato che ha indicato l'insostenibilità dell'attuale modello di sviluppo, evidenziandone – in occasione dell'Esortazione Apostolica “Laudate Deum” del 4 ottobre 2023 – il carattere di peccato strutturale.

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La guerra non è ineluttabile. Una conversazione con Ugo Morelli
Foto di Mohamed Nohassi

Capire come la dimensione estetica e creativa funzionano nella mente chiarisce le ragioni dell’attitudine simbolica tipica degli esseri umani, ma non solo. Indagare questi temi significa anche ragionare sui presupposti fondamentali della relazionalità, della socialità, dell’educazione per la tenuta della democrazia e della pace.

A cura di Neve Mazzoleni *

Ugo Morelli è saggista, scrittore, professore di scienze cognitive applicate alla vivibilità, paesaggio e all’ambiente, di Psicologia del lavoro e dell’organizzazione e di Psicologia della creatività e dell’innovazione. Per nove anni è stato il Direttore del master in Management dell’arte e della cultura (MAC) della Trentino School of Management, fra i primi percorsi di formazione che mettevano in relazione discipline scientifiche, umanistiche e creative con elementi di gestione e sviluppo organizzativo, con lo scopo di diffondere la valorizzazione delle istituzioni e delle industrie creative italiane, settore che ha un impatto rilevante nel nostro Sistema Paese. (...)

Morelli da qualche mese ha pubblicato il fondamentale volume “Cosa significa essere umani?” (Cortina, 2024), scritto a quattro mani con il neuroscienziato Vittorio Gallese. Un testo altrettanto enciclopedico, multidisciplinare, modulare e nello stesso tempo onnicomprensivo, facile ed erudito, che risponde al quesito posto nel titolo sotto diversi punti di vista: dalle neuroscienze, alla biologia, all’evoluzionismo, fino alla psicologia, l’estetica, l’educazione, infine l’etica. Abbiamo avuto la possibilità di conversare con lui su un tema attuale e doloroso: la guerra.


Professor Morelli le vorrei porre una domanda scomoda: come è possibile che la mente umana, capace di empatia, creatività e bellezza, produca anche orrore, violenza e la guerra?

La guerra è l’altra faccia della bellezza, come racconta l’antico mito dell’attrazione passionale fra Ares e Afrodite. Non è possibile comprendere una senza l’altra. C’è bellezza anche nella distruzione assoluta. Non possiamo dare una spiegazione naturalistica completa della mente, senza tenere conto anche di questo aspetto. La guerra è una delle vie possibili ed effettive nella regolazione delle relazioni entro la specie umana. Se osserviamo scimpanzè e macachi, ovvero i primati superiori comparsi sul pianeta oltre venticinque milioni di anni fa, riscontriamo in loro forme di esperienze proto-estetiche, nonché forme di distruttività intraspecifiche. Essendo i nostri antecedenti evolutivi, possiamo dedurre che nell’uomo, comparso circa sei milioni di anni fa (e solo da circa trecento mila anni nell’attuale forma sapiens) ci siano forme simboliche più sofisticate, fra le quali ricadono anche la violenza, l’orrore, la guerra.

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