"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Cultura

Necropoli

Boris Pahor

Necropoli

Fazi editore 

 

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, un pomeriggio d'estate insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni torna nei luoghi dove era stato internato. Subito, di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di commozione. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l'umiliazione per le percorsse e gli insulti, la pena profondissima per quanti, i più, non ce l'hanno fatta.

«...Con questo grande libro Pahor affronta il tortuoso incubo della colpa (quantomeno sentita come tale) del sopravvissuto, di chi è tornato; incubo che tanto sembra aver pesato sul grandissimo Primo Levi, quando diceva che chi è tornato non ha visto veramente a fondo la Gorgone e chi l'ha vista non è tornato...»

dall'introduzione di Claudio Magris

Tito e i suoi compagni
La sopracoperta del libro

Jože Pirjevec

Tito e i suoi compagni

Einaudi, 2015

 

(29 gennaio 2016) E' uno sguardo sul Novecento quello che ci propone Jože Pirjevec in questo minuzioso lavoro di ricerca storica (620 pagine, 1722 note bibliografiche) sulla figura che più di ogni altra ha caratterizzato la vicenda di un paese come la Jugoslavia, sorto e scomparso nel corso del secolo breve.

Non è solo una questione di date. C'è dell'altro, che ben interpreta la lucida follia di questo secolo, le sue “sovrumane promesse” e le grandi tragedie che il Novecento ci ha lasciato in eredità.

Ci si dovrebbe chiedere, semmai, le ragioni che hanno portato un piccolo paese ad essere al centro del mondo. Perché, a pensarci bene, il Novecento nasce e muore a Sarajevo. Perché qui avviene la più forte resistenza popolare al nazifascismo. Perché è la Jugoslavia di Tito a rompere nel 1948 il monolitismo del blocco sovietico. Perché è sempre qui che prende il via l'idea del “non allineamento”, movimento che accompagnerà nel secondo dopoguerra la fine del colonialismo. Perché è ancora qui che negli anni '90, dopo mezzo secolo e nel cuore dell'Europa, riappariranno i campi di concentramento della pulizia etnica. E come anche un piccolo centro possa contenere – lo insegnano gli esoterici – tutto il mondo1.

 

La terrazza proibita. Un piccolo omaggio a Fatema Mernissi
La copertina del libro

Fatema Mernissi

La terrazza proibita

Vita nell'harem

Giunti, 1996

 

«Quando hai dei problemi, tutto quello che devi fare è nuotare nell'acqua, stenderti su un prato o guardare le stelle. E' così che una donna cura le sue paure».

Come cavalli che dormono in piedi
La copertina del libro

Paolo Rumiz

Came cavalli che dormono in piedi

Feltrinelli, 20014

 

«Perché proprio qui e ora,

in viaggio verso l'alba,

inseguito dalla notte di novembre,

alla vigilia dei giorni dei Morti,

ritrovo la pienezza del mito di Europa,

la terra del tramonto dove i popoli

si ammassano e non esiste alternativa

fra il massacro e la coabitazione?»

La piccola Europa
Ilidze, Sarajevo. Inizio \'900

 

Quella che segue è una delle due post-fazioni all'ultimo lavoro di Micaela Bertoldi "Intrecci. Stralci di narrazioni familiari sullo sfondo della 'piccola' Europa", edito dalla Fondazione Museo Storico del Trentino e presentato nei giorni scorsi di fronte ad un folto pubblico alla Biblioteca comunale di Trento. S'intitola "La piccola Europa”, nell'intento di ricostruire la cornice storica e, perché no?, geografica che faceva da sfondo alle "piccole" storie di vita di cui racconta Micaela nel suo prezioso libro. 

 

di Michele Nardelli

 

«Questo non ha nulla a che vedere con la religione degli austriaci, caro il mio muderis-efendija, è piuttosto una questione di interessi. Loro non scherzano e non perdono tempo nemmeno quando dormono,sono sempre attenti ai loro affari. Adesso non è ancora tutto chiaro ma lo sarà tra un mese o un anno. Diceva bene il defunto Šemsi-bey Branković: “Le mine degli austriaci hanno una lunga miccia”. La numerazione delle case e il censimento degli uomini servono, almeno a me così sembra, per mettere nuove imposte o richiamare gli uomini per qualche corvée o per la guerra; magari per tutte e due le ragioni...».

Ali-hodža, il vecchio imam di Visegrad nel romanzo di Ivo Andrić “Il ponte sulla Drina”[1]

 

Alcune delle pagine più belle di Ivo Andrić nel romanzo “Il ponte sulla Drina” sono quelle in cui il premio Nobel per la letteratura 1961 narra lo stupore degli abitanti della cittadina di Visegrad, lungo il confine che separava già allora la Bosnia Erzegovina dalla Serbia, nel vedere all'opera gli austriaci che avevano da poco sottratto quel territorio alla dominazione ottomana. Gli abitanti della cittadina bosniaca a grande maggioranza musulmana proprio non capivano il significato del lavoro con il quale i funzionari austroungarici numeravano sistematicamente ogni cosa, le case e le persone in primo luogo, pur intuendone i cattivi presagi. Immagini che ci aiutano a comprendere lo spirito del tempo, quel fervore modernizzante che caratterizzava l'impero asburgico, un territorio multinazionale che si estendeva attraverso l'Europa e il cui nome ufficiale era “Die im Reichsrat vertretenen Königreiche und Länder und die Länder der heiligen ungarischen Stephanskrone”, ovvero “I regni e le terre rappresentate nel concilio imperiale e le terre della corona di Santo Stefano”.

 

La moviola
Prima guerra mondiale, partenza dalla stazione di Trento

 

Di nuovo lo sferragliare dei carri armati in Europa. E' lo scorrere della "moviola balcanica" che ancora non abbiamo elaborato. Figuriamoci quella del 1914 di cui celebriamo, senza averne imparato nulla, il centenario. O quella dei campi della morte, mentre rinascono ovunque nuovi fascismi e permangono vecchie rimozioni. Come per l'inferno del gelo, quei gulag sui quali ancora oggi, in Russia e altrove, è ritenuto sconveniente parlare. I fantasmi del Novecento, le immagini di guerra che ci giungono dall'Ucraina, il libro di Paolo Rumiz.

 

Intrecci. L'ultimo libro di Micaela Bertoldi
La copertina del libro

Micaela Bertoldi

"Intrecci: stralci di narrazioni familiari sullo sfondo della "piccola" Europa"

Fondazione Museo Storico del Trentino, 2014

 

La presentazione avverrà il 26 febbraio 2015, alle ore 17.30, presso la Biblioteca Comunale di Trento


Il libro, che fa parte della collana "'900 testimonianze" edita dalla Fondazione Museo storico del Trentino racconta la storia di uomini e donne che hanno animato la microstoria del secolo scorso, partendo dalle vicende di famiglia.


Scrive l'autrice: "(...) vado in cerca di voci altrui, leggendo narrazioni e pensieri di testimoni dell'intero secolo trascorso così da poter inquadrare il tessuto di microstorie, in cui mi trovo ad essere inserita, dentro l'ampio contesto della Storia e delle Memorie consegnate a chiunque voglia rilevare il testimone".

Con due post fazioni rispettivamente di Ugo Morelli e di Michele Nardelli