"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Europa e Mediterraneo

Dal libro dell'esodo
Una delle foto di Luigi Ottani

SCAPPARE LA GUERRA

14 febbraio / 14 marzo 2018

Mostra fotografica di Luigi Ottani / Reportage dal confine greco-macedone

Presentazione volume 14 MARZO 2018 ore 17.30

 

Si è inaugurata il 14 Febbraio scorso a Milano, presso la Galleria San Fedele (via Hoepli 3/), “Scappare la guerra”, un reportage fotografico dal confine greco-macedone di Luigi Ottani e Roberta Biagiarelli, tratto dal volume Dal libro dell’esodo (Piemme edizioni).

Il corpus di opere fotografiche, in bianco e nero, documenta il viaggio dei due autori compiuto nell’estate del 2015 sulla rotta balcanica dei migranti, a fianco delle famiglie di profughi siriani iracheni e afgani, durante l’esodo sulla via dei Balcani. Si tratta di un viaggio che porta la guerra e il dolore fin dentro il cuore d'Europa e che l'artista multidisciplinare Roberta Biagiarelli, con la sensibilità e l’attenzione acquisite attraverso l’esperienza del teatro storico sociale, e il fotografo Luigi Ottani, con lo sguardo empatico e penetrante di chi cattura attimi di storia, hanno documentato in un reportage intenso.

Dalla Catalunya al Trentino. Indipendenza e autonomia. Federalismo europeo. Sovranità da condividere e un pugno che deve farsi carezza.
Verso Barcellona

 

di Federico Zappini

(2 aprile 2018) Abbiamo deciso di intraprendere un viaggio dentro la crisi politica catalana dopo esserci chiesti – a metà dicembre scorso – quale potesse essere il ruolo dell’Autonomia nella delicata fase che sta vivendo l’Europa. Siamo arrivati a Barcellona mentre sei indipendentisti catalani entravano in carcere o erano costretti all’esilio. Sulla via del ritorno abbiamo appreso che Carles Puigdemont era in stato di arresto e si andavano formando le prime manifestazioni di solidarietà e protesta nelle piazze catalane.

Questo il contesto nel quale ci siamo mossi, tra incontri con partiti politici e conversazioni con soggetti sociali e culturali. Un contesto che, visto lo spropositato utilizzo della carcerazione preventiva da parte dello Stato spagnolo, rischia di veder chiudersi ogni possibilità di dialogo politico, favorendo una maggiore polarizzazione delle posizioni in campo e attivando una crescente radicalizzazione dei metodi di lotta da un lato e di tentativo di reprimerli dall’altro.

Autonomia, quel cambio di sguardo che serve all'Europa
L'Europa delle Regioni

di Michele Nardelli e Federico Zappini

La questione catalana sembra essersi incagliata nella storia del Novecento. Se non sapremo proporre un approccio diverso, indicare nuovi scenari, immaginare paradigmi inediti, sarà ben difficile disincagliarla. E se l'orizzonte di ciascuna delle parti (ma anche dell'Europa e a ben vedere di ognuno di noi) rimane ancorato ai concetti di sovranità da un lato e di autodeterminazione dall'altro, sarà difficile venirne a capo. Può infatti sembrare paradossale, ma nella contrapposizione sulla Catalunya i principali protagonisti la pensano sostanzialmente allo stesso modo.

La situazione non è poi così diversa da ciò che avvenne nel 1999 nella crisi del Kosovo, oggi silenziata ma non per questo risolta, tanto è vero che per il diritto internazionale il Kosovo è ancora una regione della Serbia nonostante la sua indipendenza sia stata riconosciuta da 114 Paesi.

Sarajevo muore
Sarajevo, inverno

Le autorità locali di Sarajevo hanno dato al nuovo palazzetto dello sport, nel quartiere di Grbavica, il nome banale di “Novo Sarajevo” (Sarajevo Nuova) per evitare di intitolarlo a Goran Cengic. Ma è proprio così che la città muore

di Azra Nuhefendic *

Goran Cengic era un ragazzo del posto, un raja come si direbbe tra amici a Sarajevo, e un eccellente sportivo ai tempi della Jugoslavia. Giocava a pallamano e faceva parte della squadra nazionale. Ma non era questo a contraddistinguerlo. Era il coraggio che Goran, durante la guerra, aveva mostrato per difendere un vicino e che gli costò la vita.

Il quartiere di Grbavica era stato occupato dai nazionalisti serbi. Gli abitanti musulmani e cattolici furono malmenati, uccisi, derubati, violentati e cacciati dalle proprie case. A Grbavica operava Veselin Vlahovic Batko, conosciuto come “il mostro di Grbavica”. Maltrattava e uccideva la gente, spesso per puro piacere. Era temuto anche dai serbi stessi. Dopo la guerra Batko fu processato e condannato a 45 anni di carcere per crimini di guerra e contro l’umanità.

Un giorno Batko prelevò da una casa un uomo anziano e ammalato. Lo maltrattava nel cortile, la gente sentiva la supplichevole voce del vecchio, qualcuno sbirciava da dietro la finestra, ma nessuno osava intervenire. Tranne Goran engi. Egli si oppose a Batko e cercò di difendere il vicino. Ma fu lui, alla fine, ad essere ucciso. I suoi resti sono stati trovati dopo la guerra.

Ritorno a casa Bouazizi, culla dell'incompiuta rivoluzione tunisina
La primavera tunisina

Sette anni fa, il martirio di Mohamed Bouazizi diede il via alla cosiddetta primavera araba. “Era un ragazzo che lottava per la vita, ma era stato marginalizzato, come tutto il popolo”, lo ricorda zio Salah. A Sidi Bouzid la situazione non è migliorata. E sono ripartite le proteste

di Simone Casalini *

(1 Gennaio 2018) Sidi Bouzid, sette anni dopo. La rivoluzione dei gelsomini è germogliata qui, nella profonda ruralità tunisina, e si è propagata nel mondo arabo in quello che la pubblicistica occidentale ha classificato “primavere arabe”. Ora l’inverno si espande tra gli olivi e i mandorli di Sidi Bouzid e tra le vite di una rivoluzione interrotta.

Era partita con l’immolazione di Tarek “Mohamed” Bouazizi, il 17 dicembre 2010, davanti alla sede del governatorato. Aveva 26 anni e un carretto per lo smercio di ortaggi e frutta con il quale manteneva la madre e due sorelle (ora trasferitesi in Canada). Quella mattina venne sequestrato dalla polizia con la giustificazione che non aveva la licenza anche se le indagini successive rivelarono che non era necessaria. Poi seguì un’ammenda di 20 dinari (6 euro).

“Mohamed era un ragazzo che lottava per la vita. Ma è stato marginalizzato come la maggior parte del popolo” ricorda Salah Bouazizi, lo zio che conduce una farmacia sull’avenue Burghiba dove giovani studenti, sindacalisti e frammenti di popolo sfilano come onde infrante per contestare la scelta di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Salah è stato l’ultimo a sentirlo. Mohamed lo chiamò, alterato, per dirgli che gli stavano requisendo la bilancia. Gli chiese di temporeggiare qualche minuto, ma la disperazione di Mohamed non attese. Morì il 4 gennaio 2011 nell’ospedale grandi ustionati di Ben Arous e la sua parabola finale coincise con quella del dittatore Ben Ali costretto all’esilio in Arabia Saudita. Da lì s’incamminò la transizione democratica.

La multinazionale e il campo
Un'immagine del campo di concentramento di Omarska nel 1992

«Tempi interessanti» (75)

In queste settimane si è parlato molto della vicenda dell'Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico europeo, e dello scontro in atto fra il Governo italiano e la Regione Puglia in relazione al rispetto delle prescrizioni relative al disinquinamento dell'area come condizione per il rilancio produttivo da parte della cordata che si è proposta l'acquisto dell'Ilva. (...) Intendo dedicare questa piccola nota alla multinazionale al centro della trattativa per l'acquisto dell'Ilva, l'Arcelor Mittal. Il colosso industriale dell'acciaio anglo-indiano nato nel 2006 dalla fusione di due delle più grandi aziende del settore a livello mondiale (Arcelor e Mittal Steel Company) dislocata in 60 paesi e che produce annualmente 114 milioni di tonnellate di acciaio per un fatturato di oltre 50 miliardi di euro. Fra questi paesi anche la Bosnia Erzegovina, dove nel dopoguerra vennero rilevate l'enorme acciaieria di Zenica e il sistema minerario di Omarska (Prijedor)...

L'elezione che creò due Catalogne
Dov'è finita l'Europa?

di Steven Forti

(22 dicembre 2017) Il voto regionale non risolve la crisi tra Barcellona e Madrid, non favorisce la creazione di un governo stabile ed evidenzia una frattura geografica e politica inedita tra indipendentisti e costituzionalisti.

Le elezioni regionali del 21 dicembre in Catalogna ci offrono una fotografia molto nitida, ma allo stesso tempo estremamente difficile da decifrare. Rispetto all’ultimo biennio non cambia nulla – e cambia tutto.

Le formazioni indipendentiste (Junts per Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya e la Cup) vincono le elezioni, mantenendo la maggioranza nel parlamento regionale, per quanto risicata (70 deputati su 135). Senza però superare la soglia magica del 50% dei voti (si fermano al 47,5%), favorite da una legge elettorale che premia le circoscrizioni dell’interno della regione. Un déjà-vu, insomma, di quello che è successo nella precedente tornata elettorale del settembre 2015. Ma ci sono anche delle novità importanti che segneranno il futuro della politica catalana e spagnola.

Un partito non catalanista, Ciudadanos, è per la prima volta il più votato in Catalogna. Il Partido Popular del premier Mariano Rajoy subisce invece una batosta terribile, andando sotto il 5%. Infine: la società è spaccata a metà. La frattura è evidente e potrebbero volerci anni per ricostruire un consenso minimo che superi la divisione tra i due blocchi.

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