"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Europa e Mediterraneo

Catalogna, la (non) vittoria degli indipendentisti e il crollo di Podemos. Ecco i perché
Catalogna, manifestazione indipendentista

I partiti favorevoli all’autonomia da Madrid hanno ottenuto la maggioranza dei seggi ma non dei voti fermandosi al 48 per cento. Mentre Podemos – per la prima volta – deve fare l’analisi di una sconfitta. Tanti gli errori e la linea pro referendum ma anti secessione non ha pagato. Alla creatura di Iglesias, in molti, hanno preferito la sinistra indipendentista del Cup, uscita vincitrice – insieme a Ciudadanos – dalle urne. Un'analisi del voto di Steven Forti.

di Steven Forti

(29 settembre 2015) Quelle di domenica scorsa in Catalogna non sono state delle normali elezioni regionali. In ballo c’era la questione dell’indipendenza di una delle più popolate e della più ricca regione spagnola (7,5 milioni di abitanti e 18% del PIL del paese). I partiti a favore della secessione hanno puntato tutto sul trasformare queste elezioni in un plebiscito a favore dell’indipendenza. Ed in buona parte ci sono riusciti. Lo dimostrano l’alta partecipazione (77%), la più alta della storia della Catalogna postfranchista, ben dieci punti percentuali maggiore rispetto al 2012, e la presenza di oltre 180 corrispondenti di giornali e televisioni straniere. Un fatto assolutamente inedito per delle elezioni regionali. Ma lo dimostra anche il pessimo risultato di Podemos, che si presentava all’interno della coalizione Catalunya Sí Que es Pot (“Catalogna Sí che si può”): la strategia del partito di Pablo Iglesias era infatti tutta giocata sul non schierarsi a favore o contro l’indipendenza e sul portare il dibattito elettorale dalla questione nazionale a quella sociale. Una strategia che non ha dato i risultati sperati.

Acqua, una battaglia di lunga durata
Acqua del rubinetto

L'8 settembre scorso Il Parlamento Europeo, con 363 voti favorevoli, 96 contrari e 231 astenuti ha approvato la risoluzione proposta dall'eurodepuata irlandese del Sinn Fein Lynn Boylan che ha dato seguito alla petizione di iniziativa dei cittadini europei "L'acqua è un diritto"  (Right2Water). La risoluzione, che potete trovare in allegato, è un importante risultato a fronte di un processo di privatizzazione dei servizi idrici sempre più pericoloso e diffuso e che, nonostante l'esito referendario, investe anche l'Italia. Le considerazioni che seguono sono dell'amico Emilio Molinari proprio attorno all'approvazione da parte del Parlamento Europeo di questa risoluzione e al ruolo dei movimenti e della politica.

di Emilio Molinari

(15 settembre 2015) In questi giorni il PE ha votato una risoluzione sul diritto all’acqua che considero in netta controtendenza alle leggi del governo Renzi e sul piano internazionale al TTIP (Trattato transatlantico USA – UE). Non c’è stato nessun grido di vittoria e non so spiegarmi il perché. Pongo perciò una riflessione.

Viviamo tempi in cui sembra impossibile opporsi alla potenza dei poteri economici. Tempi nei quali la gente si sente schiacciata dall’enormità dei problemi e dalla forza di quel 1% che detta le regole nel mondo, in cui si finisce con il non credere alla possibilità di resistere.

Spesso però, siamo anche noi, parte attiva della società civile, che alimentiamo questo senso d’impotenza, non valorizzando i risultati e le vittorie che produciamo. Spesso non ne cogliamo la portata politica e quindi non seminiamo la consapevolezza dei risultati. Sul referendum dell’acqua, continuiamo a sostenere che non ha spostato di una sola virgola la realtà di questo paese e per certi versi anche noi alimentiamo la frustrazione nel popolo. Misuriamo i risultati attraverso le nostre aspettative, non valorizziamo la realtà e cioè che il referendum ha bloccato l’ingresso dei privati nelle gestioni dei servizi idrici e questo, è un elemento di resistenza che oggi viene messa continuamente in discussione dal governo.

La realpolitik di Dayton
La realpolitik di Dayton

La soluzione di Dayton non può essere un esempio per altre situazioni di conflitto, avendo comportato la distruzione della società bosniaca e il saccheggio delle risorse del paese

 

di Zlatko Dizdarević

Signore e signori, cari amici,

sono testimone diretto del tempo e del processo in cui veniva creata nel sangue la nuova Bosnia. Ed ho creduto che il progetto del nuovo Stato - giacché quello di prima ormai non c'era più - avesse senso e possibilità. L'ho creduto anche rappresentando come Ambasciatore quello stesso Stato per dodici anni. Nel frattempo, però, ho anche imparato che la Bosnia Erzegovina spesso viene vissuta e raccontata in maniera completamente differente, sia nel paese che all'estero. Ecco perché penso che oggi abbia senso discutere di alcuni temi, nell'anniversario di uno Stato che non c'è, e che si fa beffe di qualsiasi normale concetto di statualità.

Fermare gli insediamenti illegali e la rapina della terra palestinese, se si vuole parlare di pace!
Un\'immagine della costruzione del muro a Beit Jala

Dall'associazione "Pace per Gerusalemme" mi giunge questo appello che riprendo. Attraverso questa associazione il Trentino da molti anni ha avviato un'intensa attività di cooperazione con la comunità di Beit Jala (nei pressi di Betlemme), oggetto in questi mesi di una profonda lacerazione dovuta all'avanzamento del muro della vergogna. 

(20 agosto 2015) L’appello del sindaco Nicola Khamis (in calce) ci segnala che stanno procedendo i lavori di costruzione del muro di segregazione presso la città di Beit Jala (Cisgiordania, Palestina), nella zona tra Bir Onah e Cremisan.

Il governo israeliano prosegue la sua opera di colonizzazione illegale del territorio palestinese destinato, secondo la risoluzione Onu del 1947, alla formazione di uno stato per la popolazione araba ivi residente.

Lo fa costruendo illegalmente colonie e strade, occupando terreni agricoli, sradicando alberi secolari, creando condizioni di vita sempre più difficili per il popolo palestinese, ostacolando l’accesso ai luoghi di lavoro e ai servizi sanitari ed educativi. Il muro, infatti, non corre lungo il confine tra lo Stato di Israele e la Cisgiordania, ma penetra profondamente all’interno di quest’ultima.

Podemos, la Grecia e l'autunno caldo spagnolo
Spagna

Quanto influirà la questione greca su Podemos e le speranze di cambiamento della sinistra spagnola? La sintonia tra Iglesias e Tsipras è stata una costante degli ultimi mesi, ma questa vicinanza può ora indebolire la “creatura” iberica nei due prossimi importanti appuntamenti elettorali autunnali? Intanto nei sondaggi è in leggero calo mentre cresce la fronda interna che chiede l’“unità a sinistra”. Un ragionamento sulla Spagna, tra conservazione e rinnovamento.

di Steven Forti *

(27 luglio 2015) Lo scorso 8 luglio al Parlamento europeo Pablo Iglesias è intervenuto affermando che “difendere oggi il popolo greco e il suo governo significa difendere la dignità dell’Europa”. Una frase che riassume bene la posizione di Podemos di questi ultimi sei mesi. Quel giorno Tsipras si trovava a Bruxelles: era la settimana di duri negoziati e di grandi speranze successiva alla vittoria del “No” nel referendum greco. La firma del “diktat” imposto da Schäuble e Merkel – con l’appoggio di Finlandia, paesi baltici e Slovacchia – il mattino del 13 luglio ha creato non poche difficoltà alla sinistra europea: c’è chi ha accusato Tsipras di tradimento, chi è rimasto senza parole e chi ha appoggiato comunque il premier greco, consapevole della complessità della situazione europea.

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Ritorno a Srebrenica
Potocari, Srebrenica

Le commemorazioni per il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica si svolgeranno in una cittadina dove non vive più nessuno.

 

di Andrea Oskari Rossini *

 

(8 luglio 2015) “La linea era qui, a Zelenj Jadar. Questo era il check point dell'Unprofor, davanti c'erano i serbi e noi eravamo 20 metri più giù. Dritto arrivi alla Drina, a destra vai a Milići. Srebrenica è dietro di noi. Se questa linea saltava, i cetnici entravano in città.”

Percorro in macchina con Muhamed la strada fatta dall'esercito di Mladić nel luglio del '95. Quando a Srebrenica è arrivata la guerra, lui aveva meno di dieci anni. Il suo villaggio guarda il massiccio del Tara, e veniva bombardato direttamente dalla parte della Serbia, oltre il fiume. Ad ogni curva si ferma, e mi spiega cos'è successo in quel punto. “Là sopra è ancora tutto minato. Qui, a Kralja Voda, i paramilitari di Goran Zekić hanno incendiato tutto subito, nel '92. Si vedono ancora i resti del loro lavoro. Oltre la zona di separazione, a destra, ci sono le tombe dei soldati uccisi. Le trincee erano là sopra. La Serbia è là, un chilometro in linea d'aria.”

Sono passati vent'anni. Non sembrano così tanti, mentre Muhamed mi mostra i luoghi in cui ha vissuto da bambino. Un genocidio non finisce quando finiscono le uccisioni. Continua, con le domande che torturano i sopravvissuti e le ossa che continuano ad affiorare. “Vedi quell'altura? Da là è facile fermare i carri armati. Se blocchi il primo, hai chiuso la strada. Gli olandesi però, invece di difendere la città, ci hanno impedito di sparare. Sono stati complici nella caduta di Srebrenica, e nel genocidio.”

Bosnia Erzegovina, si gioca col fuoco.
I certelli all\'ingresso della Republika Srpska

Entro il mese di settembre 2015 si svolgerà in Republika Srpska un referendum che assume un forte valore simbolico sull'integrità della Bosnia Erzegovina.

di Michele Nardelli

(17 luglio 2015) Su proposta del premier Milorad Dodik il Parlamento della Republika Srpska (una delle due entità della Bosnia Erzegovina) ha deciso con 45 voti favorevoli e 31 astensioni di andare al referendum nel prossimo mese di settembre sul potere della Corte Nazionale (la magistratura centrale della Bosnia Erzegovina) nel territorio della RS.

Non è ancora il referendum più volte richiesto da Dodik per l'indipendenza della RS, ma certamente questa consultazione popolare assume un forte valore simbolico, tanto è vero che ha scatenato una serie di dichiarazioni dai toni pesanti. Per Bakir Izetbegovic, rappresentante bosniaco musulmano all'interno della presidenza tripartita di Sarajevo, si tratta “dell'atto distruttivo più pericoloso dopo la firma degli accordi di pace di Dayton". Dodik ha risposto che “il referendum rappresenta un mezzo democratico per permettere al popolo della Repubblica Srpska di esprimere il proprio parere" e che “Bakir Izetbegovic rappresenta la minaccia più grande per la pace e la stabilità della Bosnia e della regione”.

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