"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli
(6 febbraio 2013) Per molti secoli le popolazioni rurali hanno affidato la spiegazione delle calamità naturali e delle carestie, che ciclicamente si abbattevano sulle comunità, all'influenza esercitata da strane figure femminili situate ai margini della società e bollate con lo stigma della strega. Anche ai poteri politici del tempo faceva comodo indicare capri espiatori dagli effetti garantiti e tali da suscitare la comune riprovazione.
L'antropologa inglese Mary Douglas ricostruisce, in un suo noto saggio dal titolo Rischio e colpa, i meccanismi sottostanti ai dispositivi simbolici di attribuzione di colpa, il cosiddetto «effetto blaming». In ogni circostanza negativa, essa sosteneva, le società pre-scientifiche si difendevano istintivamente dall'ignoto, da ciò che non si conosceva o non si era in grado di sottoporre al «tribunale della ragione», mediante l'invenzione di cause e concause di cui sarebbero stati portatori individui particolari o istituzioni sgradite.
Nel corso della storia europea tali funzioni malefiche sono state assegnate, di volta in volta, ai lebbrosi, agli ebrei, agli untori di manzoniana memoria, alle «enclaves dissidenti» (omosessuali, eretici), alle streghe. Per ogni crisi economica e sociale si doveva trovare un colpevole, naturalmente d'effetto e possibilmente visibile, non già un responsabile razionalmente identificato. I processi di stregoneria in Europa si sono protratti sino alla fine del Settecento allorquando lo scontro tra feudalesimo e modernità ha segnato la fine di un'epoca.
Nelle società alpine il fenomeno era diffuso, soprattutto, in quelle valli nelle quali le pratiche dell'autogoverno e della responsabilizzazione comunitaria sulla gestione dei beni comuni erano meno consuete. In Trentino, tali fenomeni di stregoneria (si pensi a Cìmego, nella valle del Chiese) erano più diradati rispetto al vicino Sudtirolo che registrava, invece, aree molto attive come la zona dello Sciliar (Altopiano della Bullaccia) o la Val Sarentina, territori isolati e vocati alle pratiche magiche.
La nascita della modernità avrebbe dovuto porre fine, secondo l'interpretazione storiografica illuminista, a tali meccanismi irrazionali e fatalistici di colpevolizzazione. La razionalità scientifica moderna avrebbe dovuto ottimisticamente attribuire le responsabilità materiali e morali delle crisi (ambientali, economiche, sociali) a cause reali dimostrabili, misurabili, verificabili.
Tuttavia, le previsioni incoraggianti legate all'incivilimento umano, alle sorti progressive del moderno, si scontreranno ancora con la naturale propensione dell'uomo a far prevalere la dimensione pulsionale e istintuale su quella razionale, le risposte viscerali su quelle meditate. Ne sono una riprova i molti populismi che hanno dominato la scena politica nel primo Novecento (Fascismo e Nazismo) e che neppure i disastri da essi causati hanno potuto insegnare qualcosa alle generazioni che ne sono seguite. L'intellettuale torinese Piero Gobetti scriveva, in Rivoluzione Liberale, che: «Il Fascismo rappresenta l'autobiografia della nazione italiana». Naturalmente, questa enunciazione antropologica vale per i populismi di ieri e per quelli di oggi.
Negli anni Quaranta si affermava il «qualunquismo» di Guglielmo Giannini e, nella Francia degli anni Cinquanta, il macellaio Pierre Poujade creava un movimento che indicava fra i suoi obiettivi la rivolta anti-fiscale, l'anti-europeismo, il disprezzo per la cultura e per gli intellettuali, l'antiparlamentarismo ecc.
Anche nei nostri difficili anni di catastrofe economica e morale, la teoria del capro espiatorio ritorna a essere rispolverata, soprattutto in relazione al ruolo dell'Europa. Gli euroscettici inglesi recenti, come quelli di casa nostra, ne faranno il pretesto più immediato, la scorciatoia più diretta per trovare un colpevole della crisi che ci attanaglia. Essi vorrebbero farci dimenticare i 68 anni di pace al riparo dai nazionalismi, la libera circolazione dei cittadini, l'uso di una moneta comune che, pur con tutti i sacrifici, ci ha fatto uscire dall'isolamento strapaesano e non dallo splendido isolamento vittoriano. In tutti i populismi gli ingredienti fondamentali sono sempre gli stessi.
La visceralità ha la meglio sulla razionalità, la violenza sulla moderazione, il disprezzo sul dialogo e sull'ascolto. L'esercizio alla responsabilità individuale e collettiva, base dei modelli di autogoverno delle comunità alpine di ieri e di oggi, rischia allora di soccombere di fronte al dilagare di una demagogia che, fra le genti delle Alpi, non ha mai avuto diritto di cittadinanza.
*Annibale Salsa è Presidente Comitato Scientifico Accademia della Montagna del Trentino. Questo intervento è stato pubblicato su L'Adige del 6 febbraio in occasione dell'incontro a Trento dal titolo "Terre alte: una proposta per la montagna alpina" promossa da Scelta Civica con Monti
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