«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

Lettere

Per Fakir e per il futuro. Cittadinanza di comunità: solo l’inizio di un viaggio in comune
Cittadinanze invisibili

Ripenso spesso ad Abderrahim Fakir. Aveva la mia età.

Della sua morte dobbiamo interessarci per denunciare il fatto che non deve accadere (e continua ad accadere, troppo spesso) che un* cittadin* nelle mani delle forze dell’ordine - per strada, in carcere, durante una manifestazione - invece di essere protett* subisca, per mancanza di preparazione o per condotta dolosa, una tale violenza da perdere la vita o rimanere gravemente ferito.

Non dobbiamo perdere di vista però anche le premesse che lo hanno condotto in una torrida domenica di luglio a essere in una condizione di enorme fragilità al quartiere Pilastro. Negli stessi giorni di giugno sia io che lui abbiamo avuto un passaggio in un pronto soccorso e in un Centro di Salute Mentale, alla ricerca di un sostegno psicologico. Una coincidenza temporale che mi ha molto colpito. Sono/siamo in molt* alle prese con percorsi simili di dolore e incertezza, ovviamente a diverse scale di profondità ma con lo stesso rischio di perdersi. Il tema della salute mentale esonda in una società che si dimentica di aiutare e sempre più spesso abbandona.

Su Fakir pesavano le preoccupazioni - così ci ha raccontato la sua avvocata - per l’andamento altalenante del lavoro e insieme il senso di accerchiamento che può conoscere solo chi, in questo tempo cattivo e razzista, teme di perdere i propri diritti di cittadinanza, oggi leva di ricatto e punizione in mano al Potere. Una combinazione generatrice di inquietudine e spaesamento, tale da togliere il terreno sotto i piedi.

Essere cittadini - se vogliamo dare senso compiuto a questo status, per ogni singolo e per l’intero corpo sociale - significa veder ammortizzare le proprie angosce grazie all’intervento di istituzioni capaci di curare e comunità che sanno ancora costruire legami profondi.

Ne ho provato a scrivere qui. Per Fakir e per il futuro.

 

di Federico Zappini*

Nell’Odissea di Christopher Nolan tornano due immagini che raccontano molto anche del nostro presente. La legge di Zeus da un lato, che impone ospitalità allo straniero. Il timore per l’arrivo di popoli dal mare dall’altro. Aprirsi all’Altro secondo il principio della fraternità, cercando punti di contatto con chi arriva, oppure far prevalere il timore di un’invasione imminente, di un attacco alla propria identità? Negli ultimi anni in tant* hanno scommesso (e lucrato) sul secondo scenario — fino a rendere dicibile persino l’abominio della “remigrazione/deportazione” — speculando sui timori legati ai processi migratori e alimentando verso di essi una crescente ostilità. Si costruisce un nemico riconoscibile per dare un senso alla propria dimensione comunitaria in opposizione a esso.

 

La crisi climatica, le elezioni anticipate, il caldo “eccezionale” e l'urgenza di una chiave di lettura
da https://www.huffingtonpost.it/

di Ferdinando Cotugno *

Sarà un autunno di importanza non trascurabile (e noi non la trascureremo). Ci sarà la Cop31 in Turchia, che arriva sull'onda di aspettative politicamente scariche, è vero, dopo l'anticlimax di Belém, sull'onda di una serie di procrastinazioni (Baku che ha rimandato i suoi compiti a Belém, che ha a sua volta rimandato ad Antalya, le roadmap che generano altre roadmap), ma anche dell'energia di Santa Marta, una prima verifica se il modello a coalizioni può avere degli effetti. E poi nella Turchia meridionale saremo a non grande distanza dallo stretto di Hormuz, la perfetta infografica globale sull'elettrificazione come forma più efficace di sicurezza energetica.

Altro Adige. Un appello per il Trentino in vista del 2028
Fedrico Zappini, Valle dei Mocheni

 

di Federico Zappini

Più di vent’anni fa – a ridosso del G8 di Genova, di cui tra poco ricorreranno i venticinque anni – esisteva da queste parti Altro Adige, piattaforma web che metteva in rete persone e organizzazioni dal cattolicesimo di base al mondo sindacale, passando per movimenti e partiti. Lo faceva attorno a temi già allora urgenti: l’opposizione alle guerre, la preoccupazione per la crisi ecologica e migratoria, la fragilità delle strutture democratiche e l’ampliarsi delle disuguaglianze. Quell’agenda non ha perso di attualità. 

In un certo senso abbiamo bisogno di un nuovo Altro Adige – inteso come spazio per lo studio e la semina paziente, abitudine all’elaborazione in comune – in vista delle elezioni del 2028. Un esperimento di ascolto e convergenza, territorio per territorio, per dare sostanza e credibilità a una proposta politica.

Per uscire dall'era del fossile
Da Altreconomia

Al via la Conferenza internazionale di Santa Marta (Colombia)

di Ferdinando Catugno *

(18 aprile 2026) Santa Marta non è una città qualsiasi dove organizzare la prima conferenza internazionale sull'abbandono delle fonti fossili. Il clima incoraggia le simbologie, questa lotta funziona come una saga, e allora, se il Brasile aveva invitato il mondo alle porte della foresta amazzonica per la Cop30, la Colombia ha scelto la città simbolo delle sue esportazioni di carbone per parlare di come far finire l'era del carbone (e del petrolio, e del gas), in questo incontro internazionale di cui parliamo da mesi e che finalmente comincia il 24 aprile, si chiude il 29, ed è allo stesso tempo fuori contesto e perfettamente inserito nel contesto, quando per contesto intendiamo la più grande crisi energetica della nostra storia fossile. La crisi dello stretto di Hormuz è il red wedding dell'energia.

Quindi ci sono due letture possibili. La prima è che è da pazzi organizzare una conferenza del genere mentre il mondo è occupato a capire se ci saranno una recessione globale, una guerra non-più-regionale o la fine delle democrazie per come le conoscevamo, ma forse – ed è questa la seconda lettura – proprio per questo motivo non c'è momento migliore per ritrovarsi a Santa Marta a parlare di come farla finita con le fonti fossili di energia (e Areale ci sarà).

Il vuoto che mi è rimasto. Ad un anno dalla scomparsa di Ali Rashid.

Caro Ali.

Nella mia vita si è aperto un vuoto. A pensarci bene, ben più di uno. Ma quello di cui parlo, lo avverto più di frequente, malgrado la vita ci avvolga spingendoci in una quotidianità sempre più di corsa ed affannosa, negli impegni che non riusciamo ad evitare e che spesso ci sembrano ripetitivi e vuoti, nella consapevolezza sempre maggiore che di tutto quel che ci possiamo inventare resterà ben poco.

Ciò nonostante ti ritrovo, pressoché quotidianamente, nelle tracce del mio piccolo mondo, in quella che era la tua stanza nella casa di campagna dove venivi a staccare la spina; nell'imbattermi nella tua tuta da ginnastica rimasta fra le mie, così improbabile nella tua impeccabile eleganza; nel comino nero che mi portavi perché “cura ogni malattia tranne la morte”; nel tappeto che acquistammo in un villaggio berbero in Marocco, dopo una conferenza a El Kelâat Es-Sraghna, una settantina di chilometri da Marrakech verso le montagne dell'Atlante. Oppure, ancora, quando stappo una bottiglia di Carignano del Sulcis, raccontando ai miei ospiti che quello è il vino più prossimo a quello delle nozze di Cana, dove pure andammo alla ricerca di vitigni antichi per poi scoprire insieme che li avremmo dovuti cercare nel cuore del Mediterraneo, dove i fenici provenienti da Gaza li avevano disseminati. E qui si potrebbe aprire tutta una storia che, in questa breve nota, non c'è il tempo di raccontare.

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La guerra in Iran e il disprezzo per la propria gente
Antiche civiltà

Ricevo questa riflessione che trovo puntuale e necessaria. 

di Tahar Lamri *

C'è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l'Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L'intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: "Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne" e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l'opposizione alla guerra.

Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall'esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata.

Ma al di là della psicologia coloniale, c'è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese.

Non si libera un popolo con le bombe
Campo di zafferano in Iran

Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”

di Kamran Babazadeh

(3 marzo 2026) Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.

Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh. Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.

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