"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Migrazioni

Migranti, rappresentazione e partecipazione
Foto di Luigi Ottani

di Adel Jabbar

Migranti identità e altrove

L’abbandono del luogo d’origine da parte dell’immigrato non è soltanto fisico, giacché egli è anche costretto ad allontanarsi dal suo vissuto quotidiano, e quindi a decodificare il bagaglio di conoscenze, pratiche e consuetudini interiorizzate e adatte a vivere nel proprio paese, per rimpiazzarle, il più velocemente possibile, con nuovi codici di riferimento funzionali all’inserimento nel paese di arrivo. D’altra parte il distanziamento dalle origini rimane parziale, poiché permane l’attaccamento affettivo, emotivo, che induce nostalgia, tanto da amplificare l’estraneità rispetto alla realtà in cui si inserisce. Né d’altra parte sono facilmente e immediatamente acquisibili le nuove conoscenze, le nuove regole, le nuove abitudini e tale difficoltà di inserimento comporta una condizione di marginalità che si delinea sostanzialmente secondo tre caratteristiche. Si tratta infatti di un individuo che:

a) viene da altrove, un altrove geografico, culturale, politico e linguistico;

b) viene dal basso ovvero da una condizione di debolezza socio-economica che rappresenta di per sé un ostacolo all’inserimento e alla partecipazione, anche in ragione del venir meno di una rete di relazioni sociali;

c) non possiede una titolarità formale dei diritti di cittadinanza, condizione che limita fortemente la capacità di negoziare i propri bisogni o anche di contare su qualche forma di rappresentanza, diversamente da altri soggetti deboli ma appartenenti per nascita a questa società.

Tuttavia questa condizione di doppia appartenenza innesca nell’immigrato un particolare processo identitario. Dal continuo rapporto dialettico fra la sfera della memoria, che rappresenta il vissuto passato e quindi il punto fermo di un percorso, e la sfera progettuale, ovvero la dimensione del divenire legata al ‘fare’, al movimento, si genera una peculiare esperienza, un tentativo di coniugazione fra due possibili modi di essere, che induce una continua alternanza identitaria. Si tratta di un delicato e sempre precario equilibrio, entro il quale incidono profondamente determinati fattori, che possono accelerare o rallentare il processo di inserimento. Questi fattori sono riconducibili sia a variabili ‘indipendenti’, come il genere, la provenienza geografico-culturale, il grado di istruzione, sia a condizioni acquisite, come l’inserimento nel mondo del lavoro, la qualità e il tipo di accoglienza. 

Un appello per regolarizzare il lavoro dei migranti nell'agricoltura
Migranti al lavoro

LETTERA - APPELLO APERTA

 

al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella -

al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte

ai Ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud



Agire subito per tutelare la salute dei migranti costretti negli insediamenti rurali informali e nei ghetti”


L'Italia è alle prese con una grave emergenza sanitaria. La pandemia di Covid-19 mette a dura prova il Paese, l’Europa e il pianeta nel suo complesso. Una drammatica situazione che richiede un impegno straordinario ad ogni livello della società, dalle istituzioni ai singoli. Oggi abbiamo più che mai bisogno tutti di fare riferimento ai principi di giustizia sociale e solidarietà insiti nella Costituzione per fare fronte a una minaccia inedita.

Come rappresentanti dei sindacati, organizzazioni del terzo settore impegnate nel campo dell'ecologia, della tutela dei diritti umani, sociali e civili, esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese. Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva.

L'empatia in Europa
da www.balcanicaucaso.org

 

La crisi europea, che si sta svolgendo al confine tra Grecia e Turchia, vista dagli occhi di chi, in passato, si è trovato ad essere rifugiato. 

di Aleksandar Brezar *

(marzo 2020) Non è facile parlare di un trauma profondo, che cambia la vita. C'è sicuramente bisogno di tempo. Hai bisogno di processarlo, di passare attraverso un apparente ciclo senza fine di impotenza, repressione, dolore, negazione, colpevolezza e di fronteggiarlo se eventualmente torna alla luce.

C'è bisogno di tempo per accettare che non andrà veramente mai via. Diventa semplicemente più facile conviverci. Se sei fortunato. Persino allora, non puoi prepararti per quando deciderà di colpirti in faccia o di pugnalare il tuo cuore, non molto diversamente da un capriccio.

Migrazioni e «cultura della legalità»
I segni dello scioglimento dell'Antartide

«Tempi interessanti» (94)

Ho lasciato trascorrere qualche giorno per condensare in un commento una serie di pensieri che, a partire dalla vicenda della Sea Watch, investono la questione migratoria. Ma in un tempo fatto di avvenimenti che si consumano in tempo reale, rimpiazzati di giorno in giorno da nuove emergenze (o presunte tali), sembra difficile trovare lo spazio (e l'attenzione) per una riflessione che guardi alla radice di quel che accade.

Si preferisce soffiare sul fuoco di un contesto ormai imbarbarito anziché affrontare i nodi di fondo che la questione migratoria pone, un iceberg che chiama in causa l'insostenibilità di uno sviluppo che sul piano globale produce naufraghi di ogni tipo.

Cambiare rotta. Senza eroi e capitani
Iceberg

Riprendo questa utile riflessione sul tema delle migrazioni dell'amico Andrea Segre

di Andrea Segre

Incredibile, Salvini ci aveva assicurato che i migranti erano scomparsi, e invece anche quest’estate ci risiamo. Continuano a succedersi senza sosta le notizie di navi di ONG che salvano migranti e vengono fermate da Salvini. E tutti i commenti e le tensioni mediatico-politiche sono calamitate da questi eventi.

Senza nulla togliere all’importanza etica del salvataggio e anche al valore politico della sua rivendicazione, la cosa che mi preoccupa di più è che siamo sempre fermi allo stesso punto, allo stesso ombelico che da ormai vent’anni ci impedisce di trovare una vera soluzione al dramma delle migrazioni illegali e troppo spesso mortali. Parliamo sempre e solo di sbarchi, dividendoci tra chi li vuole e chi no. Altro non interessa.

La complessità della gestione dei flussi migratori viene riportata sempre e solo alla gestione dell’ultimo pezzo di viaggio, quello via mare, che spesso è meno di un decimo dell’intero viaggio. Una miopia geografica e geopolitica che ci acceca da ormai vent’anni, ma che ora sembra diventata ancora più pesante con la trasformazione del dibattito da politico a quasi esclusivamente morale: è giusto salvare o no? Una domanda che fa slittare il tema su un piano di polarizzazione pregiudiziale: io sono per salvarli o io sono per fermarli. Altro spazio e direzione di discussione sembra non esserci. La discussione inizia e si ferma lì. La gran parte dello sforzo giornalistico è dedicato alla narrazione personalistica degli eroi dei salvataggi o dell’accoglienza e del loro scontro con il capitano irato e vincente.

Uomini e no.
Migranti

di Francesco Picciotto *

“Con tutti i problemi che ha, Orlando fa disobbedienza…”. Non cito mai il signore che ha pronunciato oggi questa frase. Non pubblico mai sue foto, post o commenti. Lo faccio non perché non li ritenga in qualche modo rilevanti ma perché credo che facendolo, anche in maniera critica, continuo soltanto ad alimentare il consenso nei suoi confronti. Oggi però con questa frase credo che abbia affermato un principio fondamentale per la fondazione del suo sistema filosofico: essere uomini è un fatto residuale e viene dopo tante altre cose importanti che abbiamo da fare.

I migranti di Riace e il sindaco che Salvini insulta
Riace nel 2001

E intanto sono due anni che il Comune deve ricevere fondi che gli spettano, rischiando il dissesto secondo quello che sembra un piano preordinato

 

Era il Capodanno del 2001. In uno dei nostri primi viaggi del turismo responsabile andammo con l'amico Tonino Perna a visitare Riace ed in particolare l'esperienza degli amici di Città Futura impegnati nell'accoglienza e nella valorizzazione del territorio. L'idea era davvero interessante: ridare vita ad un borgo abbandonato da una parte significativa dei propri abitanti emigrati al nord o in altri paesi attraverso la concessione delle abitazioni in comodato d'uso a chi voleva mettere nuove radici in quella terra e riattivare antichi mestieri che si andavano perdendo. Noi stessi in quell'occasione venimmo ospitati in una di queste abitazioni altrimenti vuote, concretizzando in questo modo anche una diversa idea di offerta turistica. Ricordo in particolare lo stupore di noi tutti di fronte alla bellezza dei manufatti artigianali che venivano dalla lavorazione della ginestra, una delle tradizioni che Città Futura aveva fatto rivivere. In quella circostanza conoscemmo anche Domenico Lucano che di quell'esperienza era l'animatore. Mimmo non era ancora sindaco, ma ci rimase impresso il suo fervore vulcanico che aveva come caratteristica in primo luogo l'amore verso il territorio. Ora Mimmo, nel frattempo diventato Sindaco di Riace, è stato arrestato per aver perseguito con risultati positivi quell'idea di accoglienza, tanto da divenire un simbolo e un modello anche in altri paesi. Riprendo qui l'articolo pubblicato nel giugno scorso con il quale Tonino Perna faceva trasparire un cattivo presagio che poi si è tristemente avverato. Quando in quegli stessi giorni siamo stati con il “Viaggio nella solitudine della politica” nelle “Terre dell'osso” volevamo andare ad incontrare anche Mimmo nella sua Riace, ma non ce l'abbiamo fatta. Tonino ora mi propone di andare a dicembre in Calabria a presentare “Sicurezza”. Sarà l'occasione per un nuovo itinerario e per riabbracciare con l'amico Tonino anche Mimmo Lucano, al quale in queste ore buie va tutta la mia vicinanza e solidarietà. (m.n.)

 

di Tonino Perna *

In un’intervista del ministro Salvini a Repubblica.tv, diventata virale sui social, il leader della Lega invitato dall’intervistatore a mandare un messaggio al sindaco di Riace “Lucano” ha testualmente risposto: «Al sindaco di Riace non dedico neanche mezzo pensiero. Zero. È lo zero».

Questa risposta si commenta da sé e il ministro dovrà risponderne di fronte ai calabresi, ai meridionali e a tutti le italiane e gli italiani che in questi vent'anni sono venuti a Riace per tirare una boccata di ossigeno, per scoprire come si possa convivere tra tante etnie e culture diverse, per vedere con i propri occhi quello che un grande regista tedesco ha dichiarato di fronte a dieci premi Nobel per la pace: «A Riace, un paesino della Calabria, ho scoperto la vera civiltà e quale potrebbe essere il nostro futuro». È successo nel 2009, nella ricorrenza del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, quando Wim Wenders, dopo aver girato un docufilm su Badolato e Riace, ha così esordito stupendo la stampa di mezzo mondo.

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