«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Le comunità di montagna e l’idea di una nuova economia della neve

Carovana ghiacciai sul Mandrone

di Aldo Bonomi

Abbassare lo sguardo al territorio per commentare un lavoro di ricerca come quello portato avanti da Legambiente nel suo monitoraggio annuale sullo stato dell’industria della neve nella montagna italiana può apparire esercizio velleitario, perché la crisi ecologica morde, ma non certo quanto la crisi da riarmamento, che sostenibile non potrà mai esserlo per definizione.

Il rapporto sullo stato dell’inverno liquido ha il merito di porre in luce il confronto tra due visioni della comunità locale in evoluzione dialettica sui territori alpini e appenninici. Da un lato, ciò che resta dell’industria fordista che insegue sempre più in alto la ritirata delle nevi a suon di investimenti, non sempre razionali a quanto pare, in nuovi impianti di risalita e in bacini artificiali di raccolta delle acque per alimentare la produzione di neve a quote medie. Dall’altra, tracce di comunità in itinere che partendo dalla coscienza di luogo sperimentano modalità dolci di fruizione turistica della montagna cercando di tradurre anche sul piano degli interessi materiali le istanze di un cambiamento strutturale reso necessario dal cambiamento climatico.

Così, se da un lato, il rapporto censisce 265 impianti dismessi in Italia, cui si aggiungono le centinaia presenti nelle Alpi francesi, svizzere e austriache, residui della stagione d’oro fordista, e i numerosi casi di “accanimento terapeutico” sostenuti dalla mano pubblica, dall’altra si riporta una lunga casistica di nuove modalità di fare economia della neve, rifacendo al contempo comunità locale. Ho avuto modo di assistere al confronto tra queste due comunità nel corso della presentazione del rapporto, non a caso organizzata a Milano guardando a Cortina, in un luogo simbolicamente posto all’ombra del bosco verticale.

Lì si sono confrontati i rappresentanti dell’associazione degli impianti di risalita con le nuove forme di turismo alpino riuniti nella rete trans-nazionale Beyond Snow. Sindaci di rinomate stazioni sciistiche interessate dal circo olimpico di Cortina e organizzatori di reti locali di sviluppo locale di valli non toccate dalla stagione fordista come la Val Maira. Denominandosi “Neve diversa” partendo da istanze critiche marginali da “minoranza attiva”, hanno posto il tema di come si sta affrontando la crisi dispiegata di un modello di sviluppo. Che interroga anche Legambiente su come ingaggiare la cultura ambientalista non più ai margini ma al centro della crisi, misurandosi anche sul terreno sconnesso degli interessi, a partire da quelli messi in discussione dalla crisi del modello di sviluppo dell’industria dello sci.

Parliamo da un lato, di “risorse” fondamentali come l’acqua, l’aria, il suolo, la flora e la fauna, le nostre terre rare, dall’altra delle lunghe derive delle vite minute che questi processi di cambiamento tendono a subirli dove, appunto, la conversione ecologica non è ancora una terza via desiderabile. Pur andando in direzione ostinata e contraria le due visioni si incontrano al crocevia dell’abbandono, dello spopolamento e del ripopolamento delle terre alte dei piccoli comuni del lavoro stagionale nell’industria dello sci e della coscienza di luogo messa al lavoro per produrre senso e reddito.

In questo essere tra il disincanto del “non più” e il “non ancora” di un nuovo incanto, le due comunità artificiali, quella della crisi del fordismo alpino e quella della conversione ecologica, si confrontano e si compenetrano nella sfera economica e sociale valle per valle, a livello micro, ma anche a livello di piattaforma alpina. Al crocevia le risorse connesse e necessarie non sono solo acqua, ma l’abitare in montagna e il welfare. Guardando al Manifesto europeo per la governance dei ghiacciai e delle risorse connesse, cui aderiscono 65 soggetti europei tra Ong, enti di ricerca, parchi e università. Questione non semplice, da “metro-montagna”, non da “aree interne”.

Questione complessa e non affrontabile solo nella dimensione locale. Per questo, ad esempio, quando parliamo di Alpi è utile parlare di “piattaforma alpina”. Piattaforma come prospettiva di ricucitura nella verticalità dei dislivelli tra fondovalle urbanizzati, medie montagne dell’abbandono e terre alte premium, ma di giuntura orizzontale tra città medie dei saperi e delle reti (Sondrio, Trento, Bolzano, Aosta, Cuneo, etc. per rimanere sul versante italiano), città snodo di valle e pulviscolo dei piccoli comuni. In questo senso parlare di “Neve diversa” vuol essere anche un segno interrogante il grande evento che si annuncia da Milano a Cortina.

 

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