"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia

Sandra Kalniete

Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia

Edizioni Scheiwiller, 2005

di Michele Nardelli

Paesi di mezzo: la Lettonia del ‘900 nel racconto della tragedia di due famiglie nei gulag staliniani".

Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia" non aggiunge nulla di nuovo – almeno sotto il profilo storico – a quanto già sappiamo sulla tragedia dei gulag staliniani. Almeno per chi vuol sapere. Perché – inutile nascondercelo – sono ancora in molti a non voler fare i conti con questa storia, la storia di un totalitarismo che ha permesso che comunismo e terrore diventassero, come afferma l’autrice Sandra Kalniete, “un binomio inscindibile”.

Ogni storia, però, racchiude gioie e dolori incommensurabili, ogni vita è irripetibile, ogni sogno o incubo così profondamente radicato in ognuna delle vicende umane passate attraverso il terrore, che lo scriverne, il valore della testimonianza individuale, rappresenta un frammento di verità del quale non si può fare a meno. Almeno se vogliamo che la storia non si ripeta all’infinito, secondo le modalità che l’impronta del tempo le assegna. Come ebbe a dire Arthur Rimbaud alle soglie del ‘900, di fronte alla scienza applicata alla guerra, “Voici le temps des assassins”.

Ma forse, quel che più mi ha colpito di questa drammatica vicenda famigliare, è il luogo che fa da sfondo al racconto della Kalniete, i paesi baltici, la Lettonia. Paesi che, nell’arco di un secolo, sono stati vittime sacrificali dei grandi imperi nel loro disfacimento, oggetto di scambio nel conflitto talvolta apparente fra i totalitarismi, ed infine luoghi insignificanti nel realismo bipolare del secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino.

Paesi di mezzo, ogni volta attraversati ed insudiciati, ogni volta deportati fino al punto di essere cancellati, conquistati e corrotti: per questo inaffidabili ed ingombranti.

Ecco, è forse l’ambiguità del contesto che fa da cornice alla tragedia di tante persone l’aspetto che più mi ha fatto pensare in questo racconto. Che mi ha ricordato in una certa misura la tragedia delle “opzioni”, l’altra faccia della pulizia etnica. Quando cioè i sudtirolesi, altro popolo di mezzo, vennero immaginati dai nazisti (in virtù dell’asse Hitler – Mussolini e della strategia di italianizzazione forzata del Sud Tirolo) come coloni per la Crimea. O quando le popolazioni germanofone del Trentino vennero fagocitate, secondo lo stesso principio, ad abbandonare le loro case per colonizzare le pianure danubiane (come già, mezzo secolo prima, per popolare quelle “krajine” sottratte alla dominazione ottomana). Il ritorno fu dolore, fame e vergogna.

Vittime – come nei paesi baltici – di un ingorgo della storia, tanto da confondersi con i carnefici. Ingorghi di vite. E’ la storia di Aleksandrs Kalnietis, nonno paterno dell’autrice, una persona come tante che in questo confondersi di occupazioni e di deportazioni, di campi di concentramento e di gulag, smarrisce se stesso: “Il nemico del mio nemico è mio amico” e così la Germania nazista può essere vista come liberatrice, tanto da finire nella Legione lettone delle SS e poi – per evitare nuove ritorsioni – nelle bande della resistenza antisovietica dei “Fratelli della foresta”, il cui marchio ricadrà su tutta la sua famiglia.

Stanco di guerra, dopo qualche mese (è l’autunno del 1945), ritorna a Riga dove viene arrestato dalla NKGB, la polizia staliniana, condannato a dieci anni di gulag duro e cinque di confino. Morirà nel 1953 nel Campo AA-274 di Pecorlag, senza aver più potuto riabbracciare i propri famigliari, che pure – tranne il figlio Arnis rifugiato in Canada – finiranno nel Gulag, condannati a vita.

Una storia che s’intreccia con quella di un’altra famiglia – i Dreifelds – colpevole di essere benestante e dunque sospetta, finita in Siberia già da prima della guerra, e di una ragazza, Ligita Dreifelds, che per sedici anni (tranne una parentesi di qualche mese) vivrà nell’inferno concentrazionario sovietico e nel kolkoz. Vita e morte si rincorrono, finalmente una casa di legno, i fiori, un amore. Un intreccio da cui nasce Sandra, che di questo racconto è l’autrice.

Storie come tante, che devono essere raccontate. Troppe non lo saranno. Perché il racconto è il punto di partenza di un possibile quanto improbabile percorso di elaborazione del conflitto. Prima che il silenzio – nel prevalere di una pace così sensibile alla storia dei vincitori – faccia cadere le tragedie nell’oblio o nel rancoroso racconto che il tempo trasforma in odio. Fin quando continueremo ad aver fede nel veleno?


Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia,
ed. Libri Scheiwiller (2005),
290 pagine, Euro 14,00

 

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