"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli
Dalla Spagna un messaggio a favore di politiche coalizionali
di Alessandro Branz
(24 dicembre 2015) I vari commenti che in questi giorni si sono susseguiti sulle elezioni spagnole hanno sottolineato l’affermazione di due forze nuove come “Podemos” e “Ciudadanos” e la (forse non temporanea) fine del bipartitismo che ha retto la Spagna negli ultimi decenni. Soprattutto Podemos merita attenzione, non solo per la novità in sé, ma perché si tratta di un fenomeno rivelatore di una linea di tendenza che, per lo più, soprattutto in Italia, viene ignorata o non presa nella dovuta considerazione.
Podemos, infatti, nonostante le sue origini movimentiste e profondamente critiche nei confronti della classe politica, ha poco o nulla a che vedere con il populismo “anti-politico” di talune forze anche italiane (si veda il Movimento 5 Stelle), né si propone come alternativa totalizzante al sistema dei partiti, ma anzi si sta dimostrando (perlomeno per ora) una forza disponibile ad entrare nel gioco politico-istituzionale e ad appoggiare, anche a livello governativo e pur a certe precise condizioni, una fase di “compromesso” finalizzata a guidare la Spagna in una fase di difficile transizione.
Inoltre, come osserva il sociologo Andrés Villena Oliver, è in atto un tentativo, da parte soprattutto del suo leader Pablo Iglesias, di accreditare Podemos come un versione rinnovata, per quanto più radicale, della ormai logorata socialdemocrazia spagnola. Il che farebbe trapelare la volontà, peraltro già presente prima delle elezioni, di trasformare il movimento in un “partito” (non rifiutando, quindi, come spesso avviene in Italia, questa etichetta), con tutti i problemi ma anche le opportunità che un passaggio di tale natura comporterebbe.
Naturalmente l’evolversi delle cose potrà smentire questa tesi, ma dalla vicenda spagnola si possono comunque trarre alcune interessanti indicazioni anche in chiave comparata.
Innanzitutto, credo si possa tranquillamente sostenere che l’affermazione in Spagna della terza e quarta forza sia (soprattutto) dovuta ad una crisi dei due partiti tradizionali, certamente dotati ancora di largo consenso, ma sempre meno rappresentativi. Probabilmente i decenni di rigido bipartitismo hanno (nonostante il primo Zapatero) cristallizzato PP e PSOE, vittime anch’essi di quel fenomeno che vede i partiti, in particolare quelli di governo, sempre più appiattiti sulle istituzioni (“stato-centrici” li definirebbe Ignazi) e sempre meno in grado di collegare in modo virtuoso istituzioni e società.
In secondo luogo, l’affermazione di Podemos, sembra confermare (anche se ancora in modo incompleto) una linea di tendenza che, soprattutto a sinistra, vede uno spostamento del baricentro politico: le vicende greche e la nascita di un partito come Syriza, la nuova leadership laburista in Gran Bretagna ed ora le elezioni spagnole e l’affermazione di Podemos, sono segnali che stanno ad indicare l’esigenza di partiti più attenti ad interpretare quanto si muove nella società e soprattutto dotati di una identità e di una cultura politica che in questi anni si sono molto annebbiate, pur non venendo del tutto meno.
Infine, questa spinta ad una maggiore attenzione ai profili ideali ed a politiche coerenti, da un lato può rappresentare un parziale argine alle notevoli spinte populiste, e dall’altro provoca inevitabilmente una maggiore articolazione del sistema politico e con essa l’esigenza di “governi di coalizione”. Che non sono, come qualcuno vorrebbe far credere, il male assoluto o un frutto velenoso del sistema, ma il risultato chiaro (nonostante le apparenze) delle scelte operate dagli elettori sulla base di un’analisi attenta e responsabile. Non dimentichiamoci infatti che, fra le richieste che un voto come quello spagnolo evidenzia, vi è anche quella di istituzioni meno unilaterali e schiacciate sull’esecutivo e sul premier, di un maggior pluralismo a livello governativo, nonché dell’adozione di pratiche di “mediazione” ritenute evidentemente più produttive di quanto comunemente si creda.
Per tutte queste ragioni appare incomprensibile la reazione di chi (in primis il nostro Presidente del Consiglio) ritiene di risolvere problemi complessi ed eminentemente politici, con il ricorso ad una legge ultra-maggioritaria come l’Italicum. Dimenticando che, per quanto fondamentali ed influenti, i sistemi elettorali si debbono sempre misurare con il voto degli elettori ed in tal senso non è detto rispondano sempre allo stesso modo: quindi può certamente esser vero che con l’Italicum sia possibile avere sin dalla sera delle elezioni una maggioranza certa ed un premier, ma è altrettanto vero che tale soluzione potrebbe anche non essere la più opportuna e comunque nell’urna le sorprese potrebbero non mancare.
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