"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

La stagione dei congressi e la praticabilità del campo

Campo di periferia negli anni cinquanta

«La maledizione di vivere tempi interessanti» (42)

di Michele Nardelli

Ci si aspetterebbe che da una stagione congressuale venissero sguardi e intuizioni in grado di indagare il presente e immaginare il futuro. In una parola, visioni. Per aiutare le istituzioni, i corpi sociali, i singoli individui ad abitare questo tempo complesso.

Se poi si ha la responsabilità del governo di un'autonomia pressoché integrale come la quella trentina, ai partiti di maggioranza si sarebbe dovuto richiedere una capacità di alzare lo sguardo e nel contempo di operare una verifica rispetto alle scelte compiute nella prima metà della legislatura. E invece? La stagione dei congressi per il centrosinistra autonomista trentino non si è ancora formalmente conclusa, ma già possiamo dire che di tutto questo c'è stato ben poco o nulla.

L'esito congressuale dell'UpT come quello del PATT hanno dato una risposta molto deludente, avvallando in buona sostanza la normalizzazione di quella “positiva anomalia” che il Trentino ha rappresentato nella passata stagione politica. Non un'idea sul modello di sviluppo per un Trentino europeo, silenzio sul terzo statuto, nulla per rispondere alla disaffezione nella partecipazione, vuoto totale nell'affrontare il tema delle aree urbane, solo risposte securitarie nell'affrontare il tema cruciale delle nuove cittadinanze...

Quanto al PD del Trentino, l'omologazione appare forse ancora più vistosa nell'appiattimento sul progetto renziano di “partito della nazione”, la narrazione autentica che accomuna in un unico disegno le tanto sbandierate riforme costituzionali. Che sta alla base dell'accettazione dello schema secondo il quale rappresentazione nazionale e territorialità sarebbero rispettivamente appannaggio delle due aree politiche a cui verrebbe ridotta la coalizione provinciale. Un bipolarismo che è l'esatto opposto di quel progetto culturale e politico che immaginava questa terra come sperimentazione di un percorso originale, oltre le vecchie appartenenze.

Proprio questo schema bipolare è diventato il mantra della stagione congressuale. Tanto nell'UpT quanto nel PATT ha preso corpo l'idea di un'area centrista disponibile a convergere con il PD se saranno date garanzie precise sulla leadership nel 2018, ma anche pronta a scaricarlo qualora venisse rivendicata da parte del PD la presidenza.

E' quindi significativo che nel congresso UpT sia prevalsa una figura come Tiziano Mellarini di cui tutto si può dire ma non che abbia visione di futuro. Una scelta, come è stato detto, di liquidazione di un'area politica che risultò decisiva dopo la fine della “balena bianca” nell'ancorare una parte importante del popolarismo ad una sinistra che provava faticosamente a darsi una propria strada fuori dagli schemi nazionali.

Analogamente nel PATT è riemersa con forza la vocazione bi-partisan che era stata nelle corde di Andreotti e Tretter, messa da parte nell'era dellaiana pur di avere un qualche riconoscimento governativo. Con le sciagurate primarie del 2013 e con la nuova leadership della coalizione, il PATT si è immaginato come “partito di raccolta”, ineludibile nello schema bipolare del centrosinistra ma anche rispetto ad un eventuale cambio di maggioranza. Il che, per altro, apre una contraddizione, visto che la designazione del candidato presidente si fa prima e non dopo l'esito elettorale.

Quel che in questi giorni sta avvenendo con l'avvio “romano” del congresso del PD del Trentino rappresenta l'avvallo verso un centrosinistra bipolare (per qualcuno il coronamento di un vecchio pensiero anti-dellaiano) e, insieme, una sorta di contromisura per rivendicare la leadership nel 2018 e per blindare le posizioni di potere da qui alle elezioni politiche nazionali e provinciali.

La candidatura di Italo Gilmozzi a segretario avviene infatti con il formarsi di una composita maggioranza nella quale convergono gli artefici su fronti opposti della disfatta delle primarie e normalizzando in chiave nazionale (e renziana) quel che rimane di quel “del Trentino” che segue la sigla PD, ormai solo di facciata. Un'operazione di potere che elude nodi cruciali come la narrazione della crisi profonda in cui versa questo partito ma soprattutto l'idea di un Trentino europeo capace di immaginarsi come snodo fra mondi diversi e inevitabilmente intrecciati, alle prese con la difficile sfida della sostenibilità.

Con tale blindatura l'esito dell'ultimo capitolo della stagione congressuale appare pressoché scontato. Si tratta solo di capire quanto la mozione “Un partito utile al Trentino”, alternativa allo schema del “renzismo in salsa trentina” saprà rappresentare.

Certo, come è stato detto a conclusione del congresso dell'UpT, si può avere ragione malgrado i numeri. Ma per il momento questo campo di gioco, nella degenerazione di una politica senza contenuti e sempre più incline alla deriva plebiscitaria (e ai destini personali), appare ormai impraticabile. Meglio ripartire dalla ritessitura delle idee e dai campi scoscesi di territori e periferie dove cercare di far vivere il piacere per il pensiero pulito e l'ebbrezza della creazione politica.

 

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