"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

Immaginare e costruire il futuro. La Politica alla prova della nuova normalità.

da https://pontidivista.wordpress.com/

di Federico Zappini

Le parole di un anno che ne vale dieci.

Mi avvicino alla discussione del bilancio sempre con una particolare attesa. Si tratta infatti del momento in cui si può tentare di portare al massimo livello la qualità dell’interlocuzione politica, l’ambizione di contribuire con le proprie proposte all’indirizzo dell’azione di governo della città.

Confermo qui questo senso alto di responsabilità che sento mentre tento di mettere in fila parole che devono entrare in connessione (e, perché no?, in conflitto dove serve) con quelle che gli altri consiglieri e consigliere pronunceranno in questi giorni o che il Sindaco Ianeselli e l’Assessora Franzoia hanno già utilizzato presentandoci la previsione di bilancio per l’anno 2023 e – almeno in filigrana – per gli anni successivi.

Dodici mesi fa per iniziare presi spunto dal Rapporto Censis e dalla sua fotografia annuale dello stato della società italiana, ma il Sindaco mi ha anticipato richiamando nel suo intervento la malinconia che ci attanaglia, che ci blocca, che ci impedisce di proiettarci nel futuro. Ci tornerò poi, per un appunto connesso a questa mia introduzione.

Nanni Moretti – in Palombella Rossa – ripeteva spesso che le parole sono importanti: Chi parla male, pensa male e vive male”. A trent’anni di distanza quel monito è ancora più azzeccato lì dove i tempi della politica (e non solo della politica) sono ulteriormente accelerati, l’attenzione ai termini e al loro utilizzo spesso piuttosto superficiale. Servono parole buone, che costruiscono pensieri attenti alla vita di comunità e alle sue sfumature, ai suoi lati meno in luce, alle sue sofferenze.

In questo esercizio di composizione di vocabolario – per un anno che, come i precedenti, sembra contenere un decennio – mi sono fatto aiutare da altri, e in particolare da un inserto speciale dei periodici Internazionali e l’Essenziale, osservatori preziosi e plurali di ciò che ci capita attorno.

La prima quartina è: povertà, squilibrio, gentrificazione, periferia. Si allargano le fasce di popolazione che, citando Collodi in Pinocchio, quando lavorano si accorgono di guadagnare tanto quanto basta per non avere mai un centesimo in tasca”. La povertà assume caratteristiche diverse – è economica, energetica, educativa, relazionale – e rischia di diventare uno dei pochi tratti ereditari della nostra esistenza, segnando il destino di una generazione dopo l’altra, irrigidendo le disuguaglianze e moltiplicando i rischi di fragilità psicologiche oltre che materiali. I contesti da questo punto di vista contano e, anche se Trento non è una megalopoli dal tessuto urbano in espansione, è bene ricordarsi che è nei luoghi più lontani e nascosti ai nostri occhi che i rischi di frammentazione sociale aumentano ed è lì che maggiore e più costante e più puntuale deve essere l’investimento in cura, coesione, coinvolgimento.

La seconda quartina è: nazione, frontiere, razializzazione, identità. I clacson e le esultanze dei tifosi e delle tifose marocchine nelle settimane dei Mondiali di calcio hanno dato voce e visibilità a una delle decine di comunità – una tra le più numerose – che contribuiscono alla fragile demografia autoctona, che attraversano e animano quartieri e condomini, posti di lavoro e scuole, campi sportivi e palestre. E’ la presa di parola di Albert O. Hirschman, premessa a una possibile e auspicabile partecipazione/lealtà e antidoto alla terza opzione: l’uscita e la protesta. Sulle frontiere (che il Governo in carica vorrebbe chiuse, presidiate, impermeabili) e sui confini identitari si gioca il destino di una cittadinanza globale, cooperante e ibrida, decolonizzata culturalmente, economicamente e politicamente. Nel nostro piccolo il 2023 sarà l’anno per contribuire – così come già fatto dalla città di Bologna – alla spinta dal basso per il riconoscimento della cittadinanza (l’ormai famoso ius soli) a tutti i ragazzi e alle ragazze nati in Italia, dando vita alla non più rimandabile riforma della cittadinanza in chiave inclusiva?

La terza – e ultima quartina – è tutta dedicata alla questione climatica, l’astronave madre di tutte le sfide che ci aspettano. Gas, caldo, fango, zuppa. Sono le parole chiave – ricorrenti negli ultimi mesi – di una conversione ecologica strutturale, organica a tutte le componenti della città. Di fronte all’evidenza dei dati e dell’esperienza che stiamo vivendo la nostra sicurezza energetica sarà ancora affidata al gas e alla sua estrazione o finalmente cambieremo la nostra visione, accorgendoci che l’orizzonte delle rinnovabili è non solo necessario ma anche vantaggioso? Sapremo sviluppare azioni di adattamento adeguate al caldo che diventa insopportabile e si trasforma in siccità, in improduttività dei campi e degli allevamenti, in invivibilità delle case e dello spazio urbano? Metteremo al sicuro il nostro territorio dai sempre più frequenti fenomeni meteorologici estremi? E ancora saremo in grado di leggere nella zuppa lanciata su un’opera d’arte da attivisti e attiviste per il clima l’ansia, potente e dolorosa, di una generazione che vuole richiamare la nostra attenzione sul poco tempo che ci rimane per invertire la rotta per salvaguardare la nostra permanenza sul pianeta Terra?

Perché è irreversibilità una delle altre parole che Internazionale ci offre per leggere l’anno che si sta chiudendo. Indietro non si torna rispetto ad alcuni macro-dati sugli andamenti climatici (temperature medie, riduzione delle precipitazioni, estensioni delle superfici ghiacciate, ecc.) e per andare avanti bisogna comprendere la portata dello sforzo trasformativo che ci attende, ben rappresentato dal 50% di emissioni climalteranti che dovremo tagliare a livello globale nel prossimo decennio scarso.

Il Censis – ci torno come promesso – racconta di un’Italia inceppata (il Trentino non fa differenza) che non ha più lo slancio desiderante di una società dei consumi di massa” e credo sia proprio nella modifica dell’immaginario di riferimento che possiamo trovare un interessante punto di svolta in questa storia che rischia altrimenti di non restituirci un lieto fine.

E’ una società che deve essere necessariamente diversa (meno rampante, se così possiamo dire, più lenta e riflessiva), che deve rimodulare le proprie aspettative, i propri desideri, i propri comportamenti così come la descrive l’economista Leonardo Becchetti: Abbiamo bisogno di economie resilienti e reticolari, dove il valore creato rinforza le comunità, resta sui territori e dura nel tempo. Comunità Energetiche, piattaforme di consumo responsabile e strumenti di amministrazioni condivisa sono strumenti per far sì che succeda.”

Azioni concrete, radicate, collettive che sono frutto della pianificazione e non del caso, figlie della capacità della politica di indicare priorità e di produrre scelte, anche e soprattutto dentro scenari economico/finanziari non espansivi.

Non un bilancio d’emergenza, ma una nuova normalità di cui farsi carico.

La rigidità del bilancio è alla lunga un fattore fortemente negativo perché comprime la possibilità di confrontarci sui correttivi (gli emendamenti) e sugli indirizzi di prospettiva (gli ordini del giorno) ma a guardare al bicchiere mezzo pieno ci permette di destinare questo tempo a riflessioni di più ampio respiro, domande che ci sfidano tutti/e.

Non credo nei miracoli, soprattutto se si è tentati dal credere che questi ci possano aiutare ad affrontare le crisi concatenate che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi anni. E’ sempre l’elaborazione politica – che deriva dal ragionamento, dallo studio, dal dialogo e infine dalla decisione – quella a cui dobbiamo guardare.

La chiusura positiva e in tempi utili di questo bilancio deriva dalla capacità di confronto di un Sindaco, dalla pazienza di un’Assessora e dal lavoro coeso di una Giunta, dalla precisione e dalla costanza dell’apparato amministrativo impegnato nel trovare il punto di equilibrio perfetto dentro un contesto in cui l’incertezza regnava e regna sovrana.

Qualche consigliere ha fatto notare che l’Amministrazione del capoluogo non si è dimostrata abbastanza grata alla Giunta provinciale che nelle ultime settimane ha deciso di intervenire attraverso il Fondo emergenziale straordinario a sostegno della spesa corrente dei Comuni (la quota dedicata è di ca. 8 mln di Euro) e sostenendo gli investimenti per alcune opere importanti per il capoluogo. E’ importante credo far notare – non con fini di rivalsa, sia chiaro, ma per chiarezza – che non si tratta di un atto di benevolenza ma del compito, non semplice in tempi di riduzione di bilancio, che la massima istituzione ha rispetto al monitoraggio e alla garanzia del buon funzionamento degli enti locali che a essa fanno riferimento. Si tratta di finanza derivata.

Sarebbe preoccupante non fosse così. Ci si ringrazia a vicenda, si trova persino un accordo, quando emerge un punto di equilibrio che non mette a rischio la funzionalità dei servizi al cittadino e si rispettano i meccanismi portanti della nostra Autonomia, che deve essere pratica continua di reciprocità e sussidiarietà tra le sue parti.

[Non nascondiamo l’ambizione – per cui certo bisognerà investire meglio le nostre energie rispetto a come stiamo facendo ora – di riallineare al csx il governo della PAT, con l’obiettivo primario di migliorare il lavoro di co-progettazione territoriale, oggi a volte non propriamente puntuale e condivisa su diversi fronti. Ma questa, come diceva qualcuno, è un’altra storia.]

Fatta questa premessa generale il bilancio di previsione 2023 si stabilizza – sulla parte di spesa corrente – grazie ad alcuni importanti flussi d’entrata che vanno a coprire l’esponenziale aumento di alcune voci di spesa (energia e riscaldamento soprattutto, con l’aggiunta di trasporti e strutture sportive).

A ognuna di queste voci, oltre che a un flusso di cassa previsto, sarebbe interessante collegare un ragionamento di prospettiva, proprio nell’ottica di quella “nuova normalità” cui dobbiamo attrezzarci più che abituarci.

Eccole, in estrema sintesi e per domande aperte.

La recente manovra IMISci ha portato a ritoccare al rialzo le aliquote sulle seconde case e a favorire l’accesso al canone concordato (con un recupero di ca. 3 mln di Euro) con un primario obiettivo di maggior gettito fiscale. A fronte anche della modifica recentemente prodotta dalla PAT – i comuni avranno più flessibilità in questa materia – siamo pronti a impegnarci per una maggiore giustizia contributiva in termini di progressività e di ulteriore aggravio per chi detiene immobili in stato di abbandono e non utilizzo?

I dividendi previsti da Dolomiti Energia(ca. 3,3 mln di Euro per il 2023) sono da anni una sorta di fondo di garanzia” per le casse dei soci pubblici della società, ma sono oggi per motivi ambientali e di mercato messi fortemente in dubbio. E se il futuro – o forse il presente – con la nostra partecipata andasse oltre quel gruzzolo, più o meno cospicuo a seconda della piovosità della stagione e dell’andamento del mercato globale dell’energia, e riguardasse un coinvolgimento del suo know how nella costituzione, territorio per territorio, di sistemi di produzione e consumo in grado di aggredire davvero la povertà energetica quartiere per quartiere, condominio per condominio?

E che dire dei dividendi garantiti da A22(18 Euro per ognuna delle 63mila azioni che il Comune detiene), ritornata ai livelli pre-crisi pandemica per traffico e ricavi? Certo pochi giorni fa nel presentare gli investimenti futuri della società si è parlato del primo “corridoio trasportistico verde” d’Europa ma con il progetto terza corsia dinamica si continuano a immaginare giornate picco con 30.000 veicoli viaggianti sull’autostrada. Non dovrebbe essere propedeutico al completamento del corridoio ferroviario del Brennero e suo adeguato utilizzo (nel passaggio da gomma a rotaia)un disincentivo dell’utilizzo commerciale dell’A22, magari anche rischiando di perdere qualche introito economico bilanciato da un miglioramento della qualità dell’aria dell’intera Valle dell’Adige?

In ultimo, il “tesoretto” degli oneri di urbanizzazione(quasi 3 mln di euro) che per il secondo anno consecutivo mettiamo a puntello della spesa corrente e non come sarebbe più corretto alla spesa per investimento. Al netto del bisogno estremo di riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, con conseguente efficientamento, qualche dubbio in più sorge rispetto a nuove possibili urbanizzazioni private (ne abbiamo davvero bisogno a fronte di centinaia di strutture abbandonate o non utilizzate) e ai vistosi aumenti di volumetrie registrati in diverse parti della città. Quale intende essere il nostro modo di essere più aderenti possibili alla legge provinciale contro il consumo di suolo che i dati ci dicono essere ancora in molte parti disattesa o aggirata?

Tutti argomenti questi per così dire di approccio, che ben si collegano con l’ultimo aspetto che intendo affrontare in questo mio intervento, come al solito troppo lungo… ma tant’è, meno non si può.

Anno dopo anno, dai Piani alla loro implementazione.

Un anno fa – sempre in fase di bilancio – come gruppo consiliare di Futura chiedevamo che (dopo mesi di dibattito in aula monopolizzato dal tema circonvallazione ferroviaria, questione ancora aperta e che necessita di un’attenzione e di una trasparenza esemplare) si aprisse una fase di pianificazione lungimirante e capace di sistematizzare interventi e processi.

Ciò che di più difficile e pure di più necessario c’è in questo complicato frangente storico è per le amministrazioni l’opera di previsione, co-progettazione e indirizzo su tempi medio-lunghi, al di fuori delle fasi emergenziali che al contrario andrebbero anticipate e se possibili prevenute.

Negli ultimi mesi le commissioni e quest’aula sono state chiamate a confrontarsi con ilpiano provinciale dei rifiuti e con quello delle acque, con il piano del turismo e con il Paesc (Piano azione per l’energia sostenibile e il clima). A breve sarà il turno del PUMS, ampia e articolata strategia per la mobilità sostenibile della città. A guardar bene – e immagino altri e altre dopo di me integreranno su questo fronte – all’orizzonte di questo ampio lavoro di predisposizione delle tracce di lavoro mancano “solo” il piano sociale e il piano culturale, anch’essi in attesa di un percorso di adeguamento.

Il tema che rimane sul tavolo e che determinerà la riuscita o meno dei Piani è la loro implementazione, la loro trasformazione in azioni concrete e visibili, nella loro conduzione e nel monitoraggio che ne dovrà seguire per rispettare gli obiettivi che ogni sfida di trasformazione si deve dare.

Di quanto riusciremo ad abbattere la produzione di rifiuti e a migliorare la qualità del nostro residuo nei prossimi cinque anni? Quale sarà la percentuale di traffico privato che sapremo convertire in trasporto pubblico o dolce nello stesso tempo? Saremo in grado di dar vita a quella “città dei cinque minuti” che significa risignificare il concetto di prossimità per ogni cittadino e cittadina? In che modo l’ecosistema montano del Bondone saprà rappresentare una nuova ipotesi di turismo slow e sostenibile per la città? Quante case riusciamo a recuperare e introdurre nel mercato a prezzi calmierati per studenti o per lavoratori poveri?

Di domande come queste se ne potrebbero produrre a centinaia e a ognuna dovremo trovare una risposta. Non è detto che possediamo già tutte queste risposte, ma non possiamo permetterci di non affrontare uno dopo l’altro questi quesiti di sistema.

C’è un ultimo Piano che impatta fortemente sulla città e che mi permette di collegarmi alla questione di metodo e organizzazione citata qui sopra e di avviarmi alla conclusione. E’ il PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza.Giustamente il Sindaco segnala che si tratta di una grande opportunità di sviluppo e modernizzazione, dato confermato dal fatto che a fronte della scarsità di risorse presenti nella spesa in conto capitale del bilancio 2023 (la contrazione è significativa) la quota di investimenti derivanti dal PNRR rimane cospicua e permette di aprire una serie di cantieri dentro la città. Infrastruttura dura (cemento e tondini, se va bene legno) e da realizzare in tempi brevi, con la sensazione che la coperta corta rimanga sempre quella per l’infrastruttura pubblica, sia dal punto di vista del personale che delle competenze di cui esso può disporre per interfacciarsi a questioni sempre più interconnesse e complesse.

Ecco quindi che dentro questo grande ciclo degli investimenti in rigenerazione urbana per un SuperTrento che nasce – e che dovremo abitare con curiosità ed energia per verificare la validità di metodi e degli esiti prodotti – ci sembrano rilevanti tre fronti, che elenco per comodità prima di chiudere:

- ampliamento delle competenze internesul fronte della facilitazione dei processi partecipativi, della co-progettazione, dell’attivazione di comunità sul modello della Fondazione Innovazione Urbana del comune di Bologna;

- definizione degli strumenti e degli obiettivi di un moderno Urban Centerche nasca dalla collaborazione con ordini professionali e università e sia generatore di un patto di trasformazione urbana con le comunità cittadine;

- riconoscimento di un rinnovato protagonismo agli organi decentrati, se non con una riforma organica almeno attraverso l’incardinamento su di esse delle assemblee deliberative per il clima e – perché no? – la riproposizione di ipotesi di bilancio partecipativo.

Carlo Doglio, architetto che collaborò con Danilo Dolci e Adriano Olivetti e che io qui abbino ad Alejandro Aravena proposto dal Sindaco nella sua relazione, concepiva il piano urbanistico come un processo collettivo e pluralistico da costruire attraverso l’azione sociale degli abitanti e il territorio come un sistema aperto in cui è ammesso il disordine e in cui si negano i rapporti di dominio aprendosi alla solidarietà e alla condivisione.” Per questo tipo di città attiva e cooperante, capace di immaginarsi nel futuro, ha senso impegnarsi.

Sarebbe stato certamente d’accordo l’anarchico svedese Stig Dagerman che così scriveva nel 1954, in una sua bellissima poesia:

«Un giorno all’anno si dovrebbe immaginare
la morte chiusa in una scatoletta bianca.
A nessuna illusione si dovrebbe rinunciare,
nessuno morrebbe per quattro dollari in banca.

(…)

Nessuno vien bruciato all’improvviso
e nessuno per strada ha da crepare.
Certo, è menzogna, son del vostro avviso.
Dico soltanto: Possiamo immaginare.»

Grazie e buona prosecuzione di discussione e immaginazione comune.


[intervento all’interno della discussione per il Bilancio 2023/2025 del Comune di Trento, 19 dicembre 2022]

 

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