"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

«Il Professore». La storia di un pluriomicidio che ci riporta in un tempo sospeso.

la prima di copertina del libro

Gianfranco de Bertolini

Il Professore

Storia documentata di delitto e di amicizia

Edizioni del Faro, 2023

di Michele Nardelli

Sono molteplici le sensazioni che ho provato quando sono giunto a pagina 621 del romanzo di Gianfranco de Bertolini “Il professore” (Edizioni del Faro, 2023).

La prima è quella di aver percorso un tratto ancora in buona parte da scrivere dell'effervescente ma anche tormentato secondo dopoguerra di una “periferia” che salì improvvisamente alla ribalta delle cronache politiche. Avvenimenti che intercettarono lo spirito del tempo e che contribuirono a cambiare nell'arco di qualche stagione le relazioni sociali e il nostro modo di vivere. Farne tesoro, fuori dagli stereotipi e dalle banalizzazioni, non sarebbe male.

Anche il tragico epilogo della vicenda narrata nel romanzo potrebbe essere assunto come emblematico di una società che dopo i grandi rivolgimenti degli anni '60 e '70 stava sempre più atomizzandosi, laddove il disagio del singolo non riusciva più a trovare risposte collettive. E questo malgrado il fatto che almeno una parte della politica, fra mille contraddizioni, seppe qui interpretare la transizione dalla prima alla seconda repubblica in maniera diversa e creativa rispetto alla deriva del rancore che conoscemmo altrove. Pensammo stoltamente che questa terra avesse anticorpi sufficienti, ma non era così e quando ce ne accorgemmo era ormai troppo tardi.

Nel romanzo come nella vicenda reale, quel Potere di cui il libro parla diffusamente seppe prendersi in quel contesto una diffusa rivincita nei suoi gangli vitali, negli affari come nei luoghi di lavoro, nel mondo della scuola (per stare alla vicenda del Professore) come nelle aule dei Tribunali, nelle istituzioni religiose come nei riti feudali delle famiglie della borghesia trentina.

Nei passaggi cruciali della storia è quasi sempre così, il non più fatica a togliersi di mezzo e il non ancora appare ai più incerto. Un interregno che può durare anche a lungo. Viene in mente il grande romanzo di Robert Musil “L'uomo senza qualità”, quando la Cacania1 era ormai al tramonto ma per il potere asburgico tutto doveva rimanere nel proprio vecchio ordine, compreso il matrimonio “morganatico” dell'aspirante al trono Francesco Ferdinando poi assassinato per le strade di Sarajevo. Oppure lo straordinario affresco con il quale Giuseppe Tomasi di Lampedusa descrive ne “Il gattopardo” la fine del potere borbonico sotto l'incedere dei “tempi nuovi” nel dialogo fra il Principe Fabrizio Salina e Chevalley di Monterzuolo: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra»2.

Allo stesso modo “Cittagrande”, nel suo sonnolente conservatorismo capace però di coraggiose sperimentazioni, e “Cittapiccola”, nel suo autocompiacersi laicista (e talvolta massonico), rientrarono rapidamente nei ranghi.

Così le aspettative di quel gruppo di giovani del liceo classico di “Cittagrande” che negli anni '60 sentivano di avere il destino nelle proprie mani, svanirono rapidamente. Quelle poi del suo esponente forse più colto e brillante (il Professore diventato il preside più giovane d'Italia) ma anche più socialmente vulnerabile, scontrandosi con l'ipocrisia, divennero un cortocircuito che portarono rapidamente ai fatti tragici che il romanzo racconta. Un pluriomicidio sullo sfondo di una comunità alle prese con la meschinità e l'ipocrisia del potere.

A saltare non furono solo i nervi. Vennero negati i fondamenti del contratto sociale, il senso dell'impegno e della responsabilità, si ferì la dignità della persona. Il sapere che non valeva più nulla e faceva a pugni con un malinteso quieto vivere. Erano gli anni del disincanto. «La gerarchia dei sapienti e dei saggi è in un'altra repubblica, non c'era neanche a scuola» dice il Professore «Così l'embroion democristian el m'à frega e mi ò fat la figura del mona».

Anche il dibattito pubblico ne risentiva, in peggio, come se l'assalto al cielo degli anni precedenti lasciasse il posto all'ansia del successo e alla paura di restarne fuori. Era il mantra degli anni '80, lo ricordo quasi epidermicamente, e se lo mettevi in discussione ti consideravano un povero coglione che non aveva ancora imparato ad adeguarsi al segno dei tempi, per il semplice fatto di non considerare quel che vivevamo come il migliore dei mondi possibile. Che si proiettavano nelle relazioni malate fra le persone che quel clima assorbivano senza trovare anticorpi. A testimonianza di come i cambiamenti siano del tutto relativi se non sedimentano cultura prima ancora che azioni legislative.

Il confronto, diretto ed epistolare, fra il Professore in carcere e il suo compagno di liceo che lo tiene legato al mondo di fuori per tutta la fase processuale fino al momento in cui si toglierà la vita, diventano in questo modo lo spaccato di un tempo sbagliato, nel quale le speranze di cambiamento si andavano velocemente rivelando nel loro opposto, stracciando valori e regole fondamentali.

Così, anche quel filo di civiltà, seppure condizionato dall'ossessione e dalla cella di un carcere, era destinato a spezzarsi. Del resto lo spettacolo era finito, la giustizia sostanziale non prevedeva ripensamenti, né vie d'uscita, se non quella di farla finita.

Una storia umanissima di dolore e di amicizia che Gianfranco de Bertolini ha voluto raccontare per farci riflettere sul nostro recente passato. 

1Come scrive Musil «Nell'Austria degli Absburgo tutto era imperial-regio, Kaiser-Königlich, abbreviato in K.K che si pronuncia kaka»

2Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo. Feltrinelli, 1963

 

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