«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Attacco al Venezuela. La potentissima dimostrazione di debolezza di Trump

Così...

Gli Stati Uniti in pesante declino (per debito, deindustrializzazione, inflazione) stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare ad imporre il dollaro come valuta internazionale e obbligare il mondo ad acquisti forzati di debito, coperti dalle risorse (petrolifere, nel caso di Caracas) delle terre “colonizzate”.

di Alessandro Volpi *

L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto illegale gravissimo e pericolosissimo per un’infinita serie di ragioni. Una, tuttavia, è particolarmente evidente. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e se Donald Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un Paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia del presidente statunitense va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay, in Ecuador e in Cile, per non parlare del salvataggio di Javier Milei e delle aggressioni al presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva.

Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare ad imporre il dollaro come valuta internazionale e obbligare il mondo ad acquisti forzati di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.

La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse. In sintesi, è molto probabile che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile.

Del resto a differenza della narrazione dominante nei media italiani che ha ricondotto l’attacco americano alla Nigeria alla “vocazione religiosa” di Trump e dei suoi Maga è più credibile che la motivazione più generale e, forse, più importante anche di quel gesto sia stata un’altra. Da quando si è insediato Trump ha lanciato cinque attacchi militari, in larga misura collegati: contro gli Houthi in Yemen, contro gli impianti nucleari in Iran, contro “lo Stato islamico” in Siria, contro i miliziani dell’Isis in Nigeria e ora la guerra in Venezuela. Tutti questi attacchi hanno un dato comune costituito dalla fondamentale attenzione dell’amministrazione Trump per l’esportazione del proprio gas e del proprio petrolio, con un occhio di riguardo alle aree di possibile approvvigionamento. Così lo Yemen è uno dei transiti fondamentali per il gas liquido americano, la Siria ha una posizione strategica come hub di passaggio per gasdotti e oleodotti, l’Iran, può destabilizzare i prezzi del petrolio e del gas attraverso lo stretto di Hormuz, il Venezuela e la Nigeria sono formidabili riserve di petrolio e gas.

Per Trump, alla ricerca di un controllo strategico degli approvvigionamenti energetici mondiali e del potenziamento di un settore con cui ridurre l’infinito disavanzo commerciale, esiste dunque una “mappa” dell’energia da sottoporre a una forte egemonia, militare ed economica per trovare una soluzione alla perdita di centralità Usa.

Come nel 1971 l’agganciamento del dollaro al petrolio, nel momento in cui finiva la convertibilità del biglietto verde, è stata la soluzione salvifica per un’economia capitalistica in crisi che aveva bisogno della globalizzazione, ora le guerre di Trump sono il modo di difendere un primato, ormai svanito, puntando di nuovo a controllare l’energia e a negoziare con Cina e Russia un multipolarismo fondato sulla reciproca diffidenza. Forse davvero troppo conflittuale per poter reggere.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” Altreconomia, 2024)

* da https://altreconomia.it/

 

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