«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Lo sport, il corpo, la bellezza, l'eros e le macerie olimpiche.

Spirito olimpico?

di Diego Cason *

Lo sport è un fenomeno sociale e culturale che mostra i tipi e la qualità delle relazioni collettive di massa, che manifesta gli stili di vita e di comportamento. È un’attività economica che produce e consuma merci di diverso tipo e valore. È anche passione popolare, miglioramento tecnologico e delle prestazioni, competizione agonistica, spettacolo, festa, gioco. La pratica e il consumo di sport risponde a bisogni umani relativi all’uso del tempo “libero”, posto (apparentemente) fuori dalla coazione lavorativa, professionale e sociale quotidiana. Lo sport ha una forte valenza libertaria legata a una visione ludica del tempo. Questa è la sua immagine dominante che ha una formidabile potenza evocativa e un conseguente fascino.

Lo sport ha, però, altre funzioni molto importanti in una società. Ad esempio, la capacità di creare consenso politico e una esorbitante forza propagandistica. È anche uno strumento con il quale si esibisce il proprio status sociale; la pratica e l’interesse per alcuni sport certificano l’appartenenza a classi e ceti sociali diversi. È uno strumento di catarsi del conflitto sociale e formidabile aggregatore di passioni identitarie. Un fenomeno di grande rilevanza materiale, simbolica e affettiva.

Se vogliamo criticare il modello ideale e la pratica delle moderne Olimpiadi è necessario comprendere a fondo il valore seducente dello sport, in nome del quale si organizzano. L’agonismo risponde a bisogni umani profondi e ineliminabili, il fascino che esso emana è la ragione principale per la quale, grandi eventi disastrosi per i luoghi che li ospitano, continuino ad esercitare una grande attrattiva. Essa permette al gran numero di speculatori di scatenarsi intorno a risorse pubbliche facilmente accessibili, senza controllo sulla loro utilità sociale, di accalcarsi per ricavare la loro fetta di profitto.

Se non riusciremo a scindere il valore sociale e individuale dello sport dalla sua volgarizzazione commerciale, non saremo mai in grado di contrastare gli effetti disastrosi dei grandi eventi sportivi, né di salvaguardarne il valore sociale ed etico. Per questo per parlare delle Olimpiadi di Milano Cortina dobbiamo partire da Olimpia.

Nate per vincere

L’agone dello sport deriva dal greco γν, agôn, che significa adunanza, gara, lotta e combattimento. Da esso deriva agonismo ma anche γωνα agonia, l’ultima lotta dove la morte vince sempre. Il significato odierno è l’impegno tenace per prevalere in una competizione. Nelle olimpiadi in Grecia si gareggiava per vincere. Per gli sconfitti non c’erano medaglie d’argento o bronzo, solo l’oblio. La sconfitta era vissuta come un’infamia e un disonore.

Il gioco c’entrava ben poco con l’agonismo. Ci sono alcuni elementi che li rendono molto diversi: il primo è che in gran parte dei giochi non c’è la competizione, il secondo è che il gioco si riferisce allo scherzo e al passatempo, il terzo è che il gioco può essere solitario ed avvenire nella totale assenza di pubblico che guarda.

Per comprendere l’agonismo è più adatto il termine latino ludus che, originariamente, definiva la palestra dei gladiatori (che, nei ludi circensi, perdevano la vita), termine che ha poi assunto il significato di gioco d’azione, sport e spettacolo. Le Olimpiadi greche antiche (dal 776 a.C. al 393 d.C.) erano celebrazioni quadriennali in onore di Zeus, basate su una stretta relazione tra religione e atletismo. Avevano rilevanza religiosa, estetica, culturale e atletica. I giochi divennero riti nei quali cui la vittoria nelle competizioni costituiva un’occasione simbolica per accostare l’atleta alla divinità. L’agonismo non si manifestava solo in ambito atletico ma anche negli agoni musicali, di retorica, di arte drammatica, di danza o di pittura, dove musicisti, poeti, danzatori e drammaturghi gareggiavano e venivano premiati come gli atleti.

Gli attuali, presunti, valori olimpici (amicizia, eccellenza e rispetto), inventati a fine ‘800, non esistevano affatto, tranne quello dell’eccellenza. C’erano, invece, la corruzione dei giudici di gara e degli avversari, le truffe e gli inganni. Pausania descrisse le 200 statue che ornavano lo stadio di Olimpia, pagate con le multe inflitte agli atleti truffatori. Alcibiade, nel 416 a.C., per vincere la corsa delle quadrighe corruppe sette scuderie avversarie comprandosi la vittoria. I vincitori ottenevano premi e riconoscimenti sociali che andavano ben al di là della loro “abilità” sportiva. Come oggi. L’arroganza di chi si comprava la vittoria e l’esclusione degli sconfitti sono pratiche antiche, poi perfezionate nel tempo. La corruzione degli avversari è oggi più difficile, mentre appare tollerata ed esibita quella per ottenere l’assegnazione delle Olimpiadi. Come ci ricorda senza pudicizia l’ex Presidente della Giunta regionale del Veneto. Bisogna ricordare queste sgradevoli verità prima che inizino le Olimpiadi invernali. Prima che la retorica olimpica travolga i fatti e costringa tutti a tacere “per fare bella figura con il mondo che ci guarda”. Le olimpiadi sono diventate un affare colossale, del quale i principali beneficiari non sono mai le comunità che le ospitano. Le gare sono, però, ancora capaci di affascinare milioni di spettatori. Per quale motivo il mito dell’atleta è cresciuto nel corso del tempo?

Il mito

Il culto del corpo è una delle più radicate specificità culturali dell’Occidente e non è sempre in contrasto con il paradigma comunitario. Michel Foucault ne ha studiato la funzione biopolitica nei regimi capitalisti, ma è stato usato anche nei regimi totalitari per favorire la totale identificazione dei propri membri. Già Friedrich Nietzsche identificò la sorgente della “religione” salutista nelle radici greco-romane dell’Occidente. Chi sottovaluta il culto del corpo attuale considerandolo segno di esibizione frivola dimostra una rilevante superficialità. C’è sempre uno stretto rapporto tra corpo e cultura, e tra corpo e potere. Occuparci di corpi, di potere sui corpi e dei corpi, significa esplorare in una delle più radicali contraddizioni della ideologia occidentale.

Curare il proprio corpo al fine di mantenerlo sano appare, a prima vista (e in parte lo è), un’assennata consapevolezza dell’equilibrio psico-fisico desiderabile. A molti appare come una maniacale ossessione, un trionfo dell’effimero che allontana dalla coscienza di sé. Zygmunt Bauman considera il culto del corpo come un sintomo della liquefazione della società. Ma semplifica troppo la questione, anche rispetto a Durkheim che affrontò prima di lui il problema, affermando che l’individuo, temendo la propria mortalità, tende ad immaginare un corpo sociale che lo protegga dall’oblio. In questo senso interpretò assai bene l’uso che i regimi autoritari hanno fatto e fanno del corpo individuale per trasformarlo in un corpo militare e sociale che si muove a comando. A questo proposito è illuminante una riflessione sullo sport di regime di Marcello Veneziani.

«Lo sport dava al fascismo la possibilità di celebrare la volontà di potenza e incarnare il mito del superuomo, esaltare il vitalismo e il culto della giovinezza, concepire la vita come la continuazione della guerra con altri mezzi e mobilitare il popolo, le donne, i giovani nella partecipazione attiva a eventi e parate che creavano coesione sociale e rito collettivo. Con lo sport il fascismo riprendeva il culto classico, greco-romano, dell’agonismo e il mito dell’atleta, come un eroe in tempo di pace, caro agli dèi e ai popoli; l’elogio del corpo muscoloso e armonioso, il mito dell’educazione fisica e la nascita degli Istituti, poi Isef, il valore pedagogico della ginnastica.

Nello sport si celebravano i miti della modernità: il culto della velocità e il corpo liberato, lo spettacolo della forza e la forza dello spettacolo, il primato dell’azione e il pragmatismo, l’emancipazione femminile, il prolungamento della giovinezza e l’esuberanza delle energie vitali. In questo, il fascismo era figlio di quel tempo che aveva ripristinato le Olimpiadi e aveva reso lo sport un formidabile strumento di ricreazione e divertimento.1

In questo modo gli eroi del Novecento e anche quelli attuali, prima di essere pensanti, sono uomini d’azione. La prassi, la vitalità sono più importanti della riflessione, la contemplazione diventa una perdita di tempo. In un’epoca nella quale si è perduta fiducia nella ragione, la ragione è il potere di agire ed imporre agli altri il proprio volere.

Anche Bauman nota, con acume, che le società contemporanee e le loro istituzioni sono ancor più effimere e instabili dei corpi che, nel frattempo, sono giunti ad una vita media di 84 anni. Per capire il senso di queste riflessioni sul singolo individuo è sufficiente pensare come un corpo performante sia divenuto il primo strumento di difesa dal mondo esterno, e come questa idea sia diventata un’ossessione contro l’estraneo, per la tutela della sicurezza e dell’incolumità. Convinzione difficilmente contestabile, visto che gli Stati nazionali e le loro strutture sono sempre meno capaci di contrastare la potenza dissolutiva della finanza internazionale e l’accumulazione di ricchezze individuali spropositate. Un’ideologia che premia l’arroganza della forza, rispetto alla tutela offerta dalla legge, spinge a un ripiegamento individuale, alla ricerca della potenza del proprio corpo. Questo bipolarismo è perfettamente visibile anche nel campo della bioetica, dove la chiesa cattolica considera la “religione della salute” una manifestazione “della cultura nichilista della morte, che esaspera la cura del corpo a danno dello spirito2, mentre la bioetica laica accoglie, forse con troppa leggerezza, le tecnologie che possono potenziare le prestazioni del corpo e della mente umana.

Reti di potere e nuove divinità

Perché il potere nel corso del tempo si è sempre interessato dei corpi degli individui, esaltandone la funzione militare, produttiva ed estetica? Per comprendere la realtà contemporanea è necessario abbandonare l’idea che il potere sia rappresentato solo dallo Stato, ora si manifesta in una serie di reti di potere che assumono il controllo dei corpi, della sessualità, dei saperi, del costume, della comunicazione e della tecnica. L’attuale Leviathan non è più il dominio monarchico dello stato assoluto ma un’entità simile a Proteo, il mutaforme, il mercato che di tutto s’appropria, trasforma ogni cosa, materiale e immateriale, in merce.

Oggi il corpo maschile e femminile, giovane, forte, sano, robusto ed erotico è diventato una merce che seduce grazie ai media e alla pubblicità. I corpi lucenti nello splendore della bellezza, e l’oro lucente (ma van bene anche le carte di credito) sono i miti dell’unica ideologia sociale sopravvissuta. Sono le nuove divinità alle quali si dedicano i giochi olimpici e si sacrificano i corpi degli atleti. L’eros nello sport è la passione, il cui fine è il miglioramento delle proprie abilità atletiche che, nella Grecia classica, erano associate alle virtù civiche, è una forza potente e affascinante per ognuno.

Nel museo archeologico di Napoli c’è la migliore copia del Doriforo di Policleto d’Argo, raffinato scultore del quinto secolo a.C. del quale, purtroppo, non è stato ritrovata alcuna opera originale. Il Δορυφρος, doryphóros o “portatore di lancia” era uno nudo maschile di un atleta, realizzato in bronzo, del quale abbiamo numerose copie prodotte in età romana. La figura è in piedi ma non è rigida, è il prototipo del chiasmo, che Policleto descrisse nel suo “Kanon”, dove affermava che la perfezione di un corpo umano dipende dalla tonicità dei muscoli, che si può raggiungere con l’esercizio, ma anche dalla giusta proporzione tra le varie parti del corpo. Policleto definì un modello estetico che oggi, ancor più di allora, è diventato un’ossessione pervasiva. È il fondamento dell’arte “vanitosa”, non nel senso della futilità ma del narcisismo, che sopravvaluta l’importanza del proprio ego, le proprie capacità e la propria attrattività seduttiva verso gli altri.

Il canone estetico greco è ancora il nostro (con qualche piccola modifica): guardatevi l’Efebo di Crizio, l’Apollo Parnopios di Fidia, l’Afrodite di Alessandro di Antiochia, l’Afrodite Cnidia di Prassitele o la Venere Genitrice di Callimaco, e vi stupirete che non ci sia consapevolezza di quanto i canoni estetici del mondo contemporaneo siano in debito con quelli del mondo pagano di allora. Il corpo individuale, nella sua isolata singolarità è il frutto moderno di questa prima definizione dell’ego, come elemento centrale della rappresentazione del mondo. Prima il corpo non era una entità anatomica singolare, ma un luogo simbolico, da cui partiva la produzione culturale comunitaria nella quale i corpi degli uomini erano una parte di quelli degli altri viventi, della terra e del cielo.

Con quale cecità possiamo ritenere l’erotismo un’invenzione contemporanea? Afrodite di Cnido fu l’irruzione dell’erotismo soggettivo nella società greca; con essa Prassitele, vicino all’universo filosofico di Platone, ne realizzò in scultura la filosofia. Il messaggio di Amore al mondo è affidato alla contemplazione della Bellezza, via maestra al Bene. È la bellezza sensibile a determinare l’ascensione alla bellezza ideale. Per i greci Eros era uno strumento di conoscenza del mondo, favoriva la sophia ma, se conduce a passioni smodate, distrugge l’anima degli uomini e delle donne.

Emerge da queste brevi considerazioni un altro elemento che consolida il fascino che atletica e sport esercitano sugli umani, che è il concetto di potenza e forza, intese come elementi estetici ma anche competitivi sui quali si fonda il successo sociale. Il mito dell’eroe sportivo è molto più importante di quel che appare. L’eroe alimenta una sensazione di orgoglio e autostima condivisa e cura i rapporti con l’alterità, che fa dell’atleta un simbolo semi-divino di riferimento che dura ben oltre la sua carriera.

Vincere!

L’impegno sportivo è orientato alla vittoria, al superamento di tutti gli avversari. E anche questo fa parte della nostra psiche, desiderosa di riconoscimento, successo e gloria. Per questo ci immedesimiamo negli atleti, gioiamo delle loro vittorie e ci immalinconisce la loro sconfitta. L’emozione erotica della gara ci coinvolge e sconvolge. Lo sport cura la mente e il corpo, produce l’universale capacità di riconoscerci parte dell’umanità. Per questo, anche se tristi per la sconfitta dei nostri campioni, riconosciamo il valore del vincitore. Se poi l’eroe, grazie al suo successo, ottiene benefici economici e potere, almeno per il tempo che è in vita, allora diventa esempio di un percorso vincente per acquisire uno status sociale superiore, contando sulla propria efficienza biologico corporea, apparentemente senza sforzo. Invece, come sanno bene gli atleti, per ottenere elevati risultati nello sport serve molto altro, oltre alla prestanza di un fisico efficiente.

Abbiamo un corpo biologico, animale, che risponde alle leggi irregolari e potenti del desiderio, delle pulsioni, degli istinti e dell’inconscio. Emozioni e sentimenti violenti che abitano il sacro, ovvero la dimensione connessa all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente inferiore, subendone l’azione e restandone intimorito e affascinato. Il sacro è il valore simbolico del mondo che ci abita, del quale siamo parte indivisibile, mistero separato e inaccessibile che si rivela intimamente nell’incontro fra tra ciò che avvertiamo essere in noi e ciò che ci sembra estraneo, fuori di noi. Questo “extra-niamento” è sempre subìto e, lo si avverta o meno, ci espone pericolosamente al bene e al male, all’estasi della meraviglia del mondo e al terrore dell’abisso del dolore e della morte. Rappresenta la sostanza dell’esperienza umana ma misterioso all’umano, in ineludibile conflitto necessario per scorgere il significato dell’essere. Il corpo (il nostro essere biologico, animale) non è cosa diversa dal resto del mondo, ne è una parte costitutiva, fatto con gli stessi elementi di tutti i viventi e di tutte le cose inanimate.

Il corpo degli umani non è solo ciò che cade sotto ai sensi, non è un “ob-jectus” ovvero ciò che è posto innanzi, alla vista e al pensiero che lo distingue, lo descrive e lo classifica. In questo modo si definisce il corpo in modo astratto, lo si riduce a oggetto da curare, allenare, guarire, carne peccaminosa, sede della libido sfrenata e omicida, macchina, forza lavoro, insiemi d’organi. Un oggetto in-animato poiché l’anima lo abita, ma ne è aliena e lo riveste di segni, di nomi e di funzioni. Perciò la scienza non è in grado di comprendere il corpo come ognuno di noi lo intuisce: come un progetto, un essere potenziale, che può divenire un umano diverso a seconda del contesto in cui si trova, del modo in cui si offre all’esperienza della vita.

Ognuno ha bisogno di relazioni con il mondo, per divenire, per giungere ad esistenza consapevole. Lo facciamo coi nostri corpi, sedi di dialoghi, di fitti e cangiati contatti con il mondo, di infinite domande e introspezioni intime con il nostro io interiore. Il corpo si ex-pone al mondo, lo consuma e ne viene consumato, il corpo non ha alcun bisogno di impadronirsi dell’esistente, ne è già parte. La relazione primaria corpo-corpi-cose è una premessa naturale, autonoma da ogni elaborazione intellettuale ed emotiva. La relazione naturale tra corpi esiste prima che un essere umano nasca: prima che il feto sia autonomo è “il corpo” della madre, quando nasce si “nutre della madre”. Non c’è esempio migliore per dimostrare che siamo solidali, in solidum con il mondo o non siamo. Il corpo etimologicamente deriva dall’armeno “kerp”, forma o immagine, dalla radice indo-germanica “kar”, fare o comporre, dal greco “kra-ínô” creare o comporre. Se non si rimane vincolati all’etimo latino “crpus”, che si limita all’oggettivo esistere materiale di un organismo, la parola indica un agire simbolico. Il corpo è un continuo “mettere insieme” che è assai più vicino alla realtà della funzione del nostro corpo biologico che è il medium tra il mondo e la nostra percezione soggettiva e sociale di ciò che siamo.

Quando il corpo della persona perde la sua presa sul mondo, non è più aperto alle sensazioni e percezioni che quotidianamente lo percuotono, allora inizia il distacco dalla vita, quando l’occhio non vede, l’orecchio non sente, la bocca non gusta, il naso non annusa, le gambe non conducono in alcun posto, il cuore non pompa sangue nelle arterie, il corpo diventa veramente un oggetto, poiché la vita l’ha abbandonato. Non c’è alcuna conoscenza senza esperienza, e l’esperienza deriva dalla continua immersione dei corpi nell’amnio dei biomi, nel flusso della vita biologica. La riduzione ad oggetto del corpo, in contrapposizione ad un’anima metafisica che lo dovrebbe guidare, è il sistema perfetto perché esso diventi una merce. Anzi, l’origine di tutte le merci, poiché il corpo è la fonte primaria dei bisogni economici.

Una retorica olimpica fuorviante

La relazione tra sport, corpo e promozione delle vendite è evidente, solo l’eros e la salute hanno un’importanza assimilabile nelle tecniche di seduzione e vendita. Il risultato di queste suggestioni si traduce in retorica olimpica fuorviante, usata per rendere opaco lo strumento di progettazione delle attività olimpiche. Nello studio di fattibilità per le olimpiadi Milano Cortina 2026 si scrive: «A settant’anni esatti dai Giochi del 1956, Cortina si ripropone come culla degli sport invernali, riportando la montagna al centro delle politiche di sviluppo del nostro paese e dell’Europa». È un’affermazione priva di fondamento, i territori montani sono marginali ed estranei ai principali vettori di sviluppo economico globale, in particolar modo in Italia e in Veneto. La montagna subisce da più di un secolo un processo di abbandono e colonizzazione probabilmente irreversibile, che include anche le comunità più attive, laboriose e ricche. Ciò nonostante, la Presidente dell’associazione industriali di Belluno afferma che «Lo sport è fondamentale per un territorio: significa anzitutto salute per chi ci vive, ma anche investimenti, infrastrutture, immagine, attrattività, lotta allo spopolamento, posti di lavoro. L’occasione delle Olimpiadi moltiplica tutto questo ed è un treno che non passa spesso, come si sa, bisogna agganciarlo al volo. Montagna e grandi eventi sono invece, a mio avviso, un binomio strategico e lo dimostreremo con le Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Grazie ai grandi eventi, i singoli territori, anche i più periferici, possono valorizzare le loro eccellenze e presentarsi al meglio. La mia intenzione è di lavorare, da un lato, sulle Olimpiadi e sui grandi eventi, affinché siano un volano di crescita per i territori e per il sistema delle nostre imprese, e, dall’altro, sullo sviluppo delle Terre Alte, partendo dalla nuova legge sulla montagna e attivando altre azioni concrete a sostegno delle economie locali, puntando soprattutto su due fattori cruciali: formazione e innovazione».

Dopodiché, se a disboscare si chiama l’impresa Legnolandia (con sede a Forni di Sopra Ud), si affidano i lavori per la pista da bob a un’impresa di Parma (Pizzarotti Spa), si acquistano gli immobili del villaggio olimpico da un’impresa tedesca (Losberger De Boer GmbH con sede a Bad Rappenau, in Germania) e il catering per il villaggio olimpico ad un’impresa slovena (Jezeršek catering, con sede a Gorenja vas-Poljane), in che modo si valorizzano le eccellenze bellunesi? Un mistero gaudioso. La Presidente cita la legge per tutta la montagna italiana, finanziata con 200 milioni di euro mentre la sola pista da bob costa 125 milioni di euro, senza accorgersi della evidente sproporzione tra risorse pubbliche e scopi.

La logica dei grandi eventi

La montagna è uno specchietto per le allodole che consente a chi la sfrutta di fare ottimi profitti con gli eventi sportivi come le olimpiadi invernali. Tutte le olimpiadi sforano i preventivi relativi ai loro costi diretti e amplificano la spesa pubblica fino a 20 volte tale costo. Per le Olimpiadi Milano Cortina i costi preventivati (1,5 miliardi di euro) sono più che triplicati alla vigilia delle gare. Il totale degli investimenti in opere pubbliche nei territori interessati è già arrivato a 20 miliardi di euro, più o meno quello che si è speso a consuntivo nelle Olimpiadi di Torino del 2006. La lievitazione dei costi è un tratto caratteristico dei grandi eventi, solo in Giappone e in Norvegia questa capacità moltiplicativa è stata modesta. Da Salt Lake City (2002) in poi, le previsioni sono sempre state truccate al ribasso. In realtà da allora i costi sono stati sempre superiori al doppio, a Sochi sono stati 4,3 volte il preventivato e a Pechino, nonostante i dati fasulli del governo cinese, sono stati 8,8 volte il preventivo giungendo al record di 38,5 miliardi di dollari.

La tendenza al gigantismo degli investimenti è proporzionale alla crescita degli eventi o gare che, da Albertville 1992, sono cresciuti del 103%, introducendo nuove discipline “sportive” decisamente bizzarre. Il numero degli atleti è aumentato del 61,4%, quello delle “Nazioni”, nonostante i boicottaggi ed esclusioni, è aumentato del 47%, i costi previsti nei masterplan di presentazione delle candidature sono invece diminuiti del 20,6%, in questo caso le previsioni definiscono costi sempre sottovalutati ma i costi reali sono esplosi crescendo di 10 volte fino alla cifra enorme di 38,56 miliardi di dollari di Pechino, dove, peraltro, gli spettatori reali alle gare furono solo 97 mila per i postumi del Covid e per il divieto imposto agli ospiti stranieri.

Le Olimpiadi sono il grimaldello per ottenere una quantità di esorbitante di denaro pubblico per realizzare opere che, nell’80% dei casi, sono completamente inutili. La lievitazione dei costi e delle spese è direttamente proporzionale al grado di corruzione della società ospitante. Non per caso a Sochi le cifre iniziali sono aumentate di sei volte. Poi, accade che in questo generalizzato spreco venga realizzata anche qualche opera pubblica utile.

Overdose

Nel caso di Milano e Cortina non c’è stata affatto una progettazione territoriale meditata. Il progetto olimpico dopo la rinuncia di Stoccolma e stato fatto in fretta e in furia, senza alcuna condivisione con i territori ospitanti e copiando gli strumenti (i master plan) di progettazione predisposti per le Olimpiadi di Torino del 2006. I grandi eventi sono un affare mediatico internazionale miliardario, i luoghi che ospitano le gare beneficiano delle briciole che rimangono ma spesso ereditano i debiti che le pubbliche amministrazioni incautamente fanno. Non potrebbe essere diversamente. Per comprenderlo è sufficiente mettere a confronto le capacità e quindi il potere economico dei soggetti interessati: le tre Regioni hanno una capacità di spesa annua di circa 63 miliardi di euro, le Province interessate di circa 13 miliardi e i Comuni in cui si svolgeranno la maggior parte delle gare, escludendo Milano, di circa 125 milioni di euro.

Le Olimpiadi sono state decise a Milano e a Venezia senza alcun coinvolgimento delle Province e dei Comuni interessati. Per dare il senso delle proporzioni il Comune di Cortina d’Ampezzo ha un bilancio di circa 30 milioni di euro. L’investimento previsto per la realizzazione della pista per il Bob è stato di 120 milioni di euro. Come può un Comune di 5.000 abitanti resistere a questo divario di potere non avendo alcuna autonomia politica e amministrativa?

Le Olimpiadi sono state imposte ponendo sotto il ricatto le amministrazioni dei Comuni ospitanti. Il processo di colonizzazione dei territori alpini è in corso da tempo. Se ci limitiamo a Cortina d’Ampezzo il fenomeno è ben visibile. Il capoluogo ampezzano è il Comune con il più elevato valore aggiunto pro capite della provincia di Belluno ma ha perduto, dal 1971, il 33,5% dei suoi residenti. Il saldo naturale è costantemente negativo dal 2001; quello migratorio interno ha un valore medio di -14, quello estero un valore medio di +11, così il tasso di crescita totale determinato dalla somma di tutti i saldi è, - 18 persone l’anno dal 2000 ad oggi.

L'impatto e gli effetti

Come mai i residenti se ne vanno da Cortina d’Ampezzo dove le attività turistiche producono un reddito imponibile di circa 150 milioni di euro, pari a 30.000 euro l’anno per ognuno di loro? La ragione principale di questo esodo è determinata dall’incremento delle rendite immobiliari. Prima della candidatura olimpica un’abitazione costava circa 12 mila euro al m2, oggi è già salito a 19.000 euroal m2. L’80% delle proprietà immobiliari e il 62% delle abitazioni (4.264 su 6.852), non appartengono ai residenti. Questo determina costi inaffrontabili per l’acquisto di un’abitazione, ma anche per l’affitto di un locale commerciale o aziendale. A Cortina ci sono circa 750 aziende, delle quali il 25% ha titolari non residenti. Il 60% sono imprese commerciali, ricettive e impiantistiche. Tuttavia, l’80% degli alberghi e il 60% delle attività commerciali è gestito da non residenti. La conseguenza del calo demografico e dell’estensione del controllo delle attività produttive e turistiche da parte di soggetti esterni, è che solo un terzo del personale dipendente delle aziende di Cortina è residente (850 su 2.500). La popolazione ospita annualmente 304 mila arrivi e 994 mila presenze turistiche e già da prima delle Olimpiadi, in alta stagione, occupano tutti i 14 mila letti disponibili negli esercizi turistici e i 13 mila nelle seconde case. In agosto ci sono circa 30 mila arrivi e ci sono 27 mila letti disponibili. Tutto questo trascurando gli ospiti non dichiarati e gli escursionisti. Quale beneficio potrebbe portare un’Olimpiade in termini di incremento degli ospiti se questi sono già in numero tale da determinare il tutto esaurito? Ci sarà solo un modo per tradurre in profitti turistici l’incremento eventuale di ospiti: aumentare i posti letto e quindi costruire nuovi edifici alberghieri ed extra alberghieri. Esattamente il contrario a quel che serve a Cortina e ai suoi residenti nel prossimo futuro. Se questo accadrà, ed è molto probabile che accada, vorrà dire che il territorio ampezzano sarà diventato un luogo in cui operatori economici internazionali faranno un bel po’ di profitti finché dura, lasciando un deserto di macerie alle loro spalle.

I prossimi giochi olimpici e paralimpici avrebbero dovuto costare un miliardo e mezzo di euro ma ne costeranno almeno cinque. Hanno, inoltre, mobilitato una spesa pubblica di circa venti miliardi di euro. Denaro sottratto alle procedure correnti che ha prodotto opere utili (come la ferrovia Mestre-aeroporto Marco Polo e la galleria di Tai di Cadore), ma è stato usato anche per creare opere inutili e dannose (come la nuova seggiovia Apollonio Socrepes). Non dobbiamo dimenticare che le comunità di Ampezzo, di Livigno-Bormio e delle province di Belluno e Sondrio sono state arrogantemente trascurate; che la candidatura è stata decisa a Venezia e a Milano senza consultarle; che le opere da realizzare sono state scelte sulla base dei progetti già esistenti e non sulla base di una programmazione razionale.

Perciò, a poche ore dall’inizio, solo 16 opere su 98 (il 18,3%) sono state completate. A vedere quel che accade anche la logistica dei trasporti appare sgangherata. Era sufficiente studiare come erano andate le cose nelle precedenti Olimpiadi per prevederlo ed evitarlo.

I grandi eventi servono a moltiplicare la spesa pubblica, sottraendola al controllo delle comunità ospitanti per garantire interessi economici altrui. Si potevano realizzare Olimpiadi diffuse, realmente sostenibili e sobrie, adottando un modello innovativo e capace di conciliare gli interessi di chi ospita e di chi è ospite. Avremmo potuto mostrare le nostre virtù e puntare al meglio, come fanno gli atleti competitivi.

Abbiamo, invece, scelto di esibire i nostri soliti vizi, accontentandoci di partecipare. Sarebbe stato bello organizzare Olimpiadi al motto coniato da Alexander Langer: “Lentius, Profundius, Suavius” invece abbiamo preferito l’insostenibile “Citius, Altius, Fortius” dimostrandoci lenti, bassi e deboli. Un’occasione persa.

Belluno, 6 febbraio 2026



* Diego Cason è insegnante, sociologo e presidente dell'Isbrec (istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea). E' autore, con Michele Nardelli, de “Il monito della ninfea” (Bertelli editore)

1 Marcello Veneziani, Così l’Italia fascio-sportiva stregò anche gli Stati Uniti, «Il Giornale», 21 febbraio 2012.

2 Elio Sgreccia, Conferenza stampa di presentazione dell’assemblea generale della pontificia accademia per la vita sul tema: "qualità della vita ed etica della salute" (21-23 febbraio 2005), vedi https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2005/02/17/0092/00222.html, Url consultato il 5 febbraio 2026.

 

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