«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Al via la Conferenza internazionale di Santa Marta (Colombia)
di Ferdinando Catugno *
(18 aprile 2026) Santa Marta non è una città qualsiasi dove organizzare la prima conferenza internazionale sull'abbandono delle fonti fossili. Il clima incoraggia le simbologie, questa lotta funziona come una saga, e allora, se il Brasile aveva invitato il mondo alle porte della foresta amazzonica per la Cop30, la Colombia ha scelto la città simbolo delle sue esportazioni di carbone per parlare di come far finire l'era del carbone (e del petrolio, e del gas), in questo incontro internazionale di cui parliamo da mesi e che finalmente comincia il 24 aprile, si chiude il 29, ed è allo stesso tempo fuori contesto e perfettamente inserito nel contesto, quando per contesto intendiamo la più grande crisi energetica della nostra storia fossile. La crisi dello stretto di Hormuz è il red wedding dell'energia.
Quindi ci sono due letture possibili. La prima è che è da pazzi organizzare una conferenza del genere mentre il mondo è occupato a capire se ci saranno una recessione globale, una guerra non-più-regionale o la fine delle democrazie per come le conoscevamo, ma forse – ed è questa la seconda lettura – proprio per questo motivo non c'è momento migliore per ritrovarsi a Santa Marta a parlare di come farla finita con le fonti fossili di energia (e Areale ci sarà).
Il primo porto per l'esportazione del carbone fu costruito a Santa Marta nel 1982, una gigantesca infrastruttura che ha indebolito il turismo, distrutto gli habitat naturali, spezzato le comunità locali, ma non importa, perché quel porto era la rampa di lancio perfetta per far uscire il carbone estratto dal dipartimento di Cesar, il cuore dell'industria mineraria colombiana, terre fertili e piene di acqua che il carbone ha devastato, causando decine di migliaia di sfollati interni, inquinando il suolo e i fiumi. Santa Marta è stata una zona di sacrificio, secondo il protocollo estrattivo che conosciamo, le aziende arrivate con i loro macchinari erano i colossi globali del settore, Glencore, Drummond. La Colombia divenne il secondo produttore latinoamericano di carbone, dal Cesar veniva trasportato attraverso la Atlantic Concession Rail Line, usciva da Santa Marta e arrivava al mondo, poi in Colombia è stato scoperto anche il petrolio, due miliardi di barili di riserve accertate.
Ci sarà, insomma, la storia del fossile intorno a noi a Santa Marta, dove cinquanta paesi, più l'Unione europea, si ritroveranno non per negoziare se uscire dai combustibili fossili, ma per capire come eventualmente farlo, non per archiviare le Cop, ma per nutrirle con una linfa nuova, farle uscire dal vicolo cieco in cui si sono ficcate.
Serviranno immaginazione e creatività, l'orizzonte è lungo, il tempo è poco, il potenziale è tanto, ho deciso di andare in Colombia (come migliaia di scienziati, attivisti, esponenti della società civile, altri giornalisti) non solo come atto di speranza, ma perché, quando era stata annunciata a Belém a novembre, questa conferenza mi era sembra un'idea utile, e lo penso ancora di più oggi, col prezzo del barile sopra i cento dollari e un mondo ancora più in fiamme di come fosse a novembre scorso. Questo è il numero 290 di Areale, oggi vediamo cosa ci andiamo a fare in Colombia.
Non è una mini cop. E allora cos'è?
Come detto, i governi a Santa Marta non ci vanno per negoziare. Ci vanno per scambiare idee e soluzioni, per ascoltare più che per imporre, per costruire un pacchetto di pratiche, di proposte di implementazione concreta da immettere nel flusso della Cop e da presentare alle presidenze di Cop30 (che nel frattempo sta lavorando alla sua sospirata roadmap) e Cop31.
La conferenza di Santa Marta non è una secessione dalla Cop30, ma un flusso parallelo. Quando fu annunciata, a Belém, nella frustrazione di come stavano andando i negoziati di Cop30, Santa Marta poteva sembrare un atto ostile, un'Opa ostile; i mesi hanno chiarito che non lo era, e i due paesi che la stanno organizzando, Colombia e Paesi Bassi, hanno lavorato bene per spiegare a chi parteciperà i confini di cosa è ma soprattutto di cosa non è questa conferenza.
È un lavoro, se vogliamo, di servizio, che prende il più importante risultato degli anni post Parigi di negoziati, il Global Stocktake di Dubai con l'accordo per il Taff («Transitioning away from fossil fuels»), e trasformarlo da intenzione astratta a proposta concreta. Vedere cosa c'è dentro questa transizione, come funzionerebbe davvero un mondo che attuasse quel proposito del 2023.
Lo ha detto bene Amiera Sawas, head of research and policy del Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty: «Santa Marta ha deciso di non essere una negoziazione politica in modo da poter offrire spazio creativo alla ricerca di soluzioni di cui abbiamo disperatamente bisogno». E poi ha ottimisticamente aggiunto: «Crediamo davvero che Santa Marta possa essere una svolta storica per la diplomazia climatica». Siamo nell'era dell'ottimismo controintuitivo, quindi diciamo che Areale sposa questa tesi.
Dal punto di vista pratico, il punto di arrivo della conferenza sarà il segmento politico di alto livello, che si terrà il 28 e 29 aprile, in cui si ritroveranno i rappresentanti degli oltre cinquanta governi coinvolti per tirare le fila del lavoro degli ultimi mesi. Lo ha raccontato Italian Climate Network (che parteciperà) in questo interessante resoconto di cosa è stata finora e cosa può essere la conferenza di Santa Marta: il processo era stato avviato negli scorsi mesi, quelli della risacca post Belém, attraverso la raccolta dei contributi scritti da parte di una platea piuttosto diversificata di attori, non solo governi, ma anche esperti, scienziati, attivisti, sindacati, organizzazioni della società civile. Tra il 24 e il 27 aprile ci sarà una serie di dialoghi autogestiti, facilitati da accademie, amministratori locali, sindacati, aziende, movimenti. Scrive Icn: «L’enfasi sull’autogestione è un elemento centrale dell’impostazione della conferenza: l’obiettivo non è semplicemente “consultare” gli stakeholder, ma costruire un processo in cui le diverse comunità politiche e sociali possano articolare direttamente le proprie priorità e convergere su soluzioni condivise».
Questo flusso di lavoro sarà convogliato e distillato in un report finale, che non sarà un «accordo» tra i paesi coinvolti, o una dichiarazione d'intenti, ma una raccolta delle proposte e delle soluzioni da sottoporre ai paesi Unfccc che parteciperanno alla prossima Cop in Turchia.
I pilastri di lavoro della conferenza (e quindi del documento finale) saranno tre. Il primo è come trasformare le economie dipendenti dai combustibili fossili, quelle di chi esporta, ma anche quelle di chi li consuma, come si superano le dipendenze dei settori produttivi e dei territori da petrolio, carbone e gas senza danneggiare l'occupazione o la stabilità dei paesi. Che riforme fiscali servono? Che modifica dell'architettura del debito andrà fatta? Quali sono i migliori strumenti di riconversione economica?
Il secondo pilastro è la trasformazione dell’offerta e della domanda di combustibili fossili. Il cuore della transizione in senso stretto: le alternative tecnologiche per fare elettrificazione e decarbonizzazione su vasta scala, ma anche protocolli di riduzione dell'estrazione, come si gestisce bene la chiusura delle infrastrutture fossili, cosa fare di gasdotti, oleodotti, raffinerie e rigassificatori, come va cambiato il sistema di sussidi e incentivi per riuscirci.
E poi il terzo pilastro, il più politico: come vanno cambiate la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica.
Come scrive Icn: «Qui la posta in gioco è apertamente sistemica: gli organizzatori mettono in evidenza il vuoto di governance che ancora esiste sul phase-out, i limiti di un quadro internazionale concentrato soprattutto sulle emissioni e non sulla produzione, e alcuni ostacoli legali presenti negli accordi internazionali sugli investimenti». Forse in questo terzo pilastro è dove servirà di più il salto di qualità dalla creatività tecnica e dalla messa in ordine delle soluzioni all'immaginazione politica. Forse è anche il pezzo nel quale emergerà la struttura politica che c'è dentro la conferenza di Santa Marta: il lavoro fatto nell'ultimo decennio dall'organizzazione che propone un trattato di non proliferazione delle fonti fossili sul modello di quello delle armi nucleari.
Anche la società civile italiana si è mobilitata in vista della conferenza di Santa Marta. Una vasta rete di organizzazioni ha deciso di attivarsi per sostenere questo appuntamento. Una rete di ong, movimenti e sindacati ha inviato un appello a deputati, senatori ed europarlamentari italiani chiedendo un impegno chiaro e coerente sull’uscita dai combustibili fossili e un ruolo attivo dell’Italia e dell’Unione europea nel rafforzare l’ambizione climatica internazionale. Si tratta di A Sud, Cgil, Ecora, Extinction Rebellion Italia, Fridays for Future Italia, Greenpeace Italia, Legambiente, Osservatorio Parigi, Per il clima fuori dal fossile, Vas - Verdi ambiente e società, Wwf Italia.
Come in tanti altri casi simili, sarà importante esserci, ascoltare, capire, probabilmente anche crederci, quel pezzo di politica che somiglia anche a un atto di fede. Come dicevo con Silvia Pianta del Cmcc nell'ultima puntata del podcast, questa crisi ha aperto una finestra di opportunità irripetibile. Si sono ritrovate all'ascolto persone e pezzi di società che non lo erano mai stati, perché tutti i limiti del vecchio mondo fossile si sono all'improvviso palesati, e in questo momento il nostro compito, e il compito della conferenza di Santa Marta e di tutti quelli che ne saranno partecipanti e testimoni, è riempire di contenuti, idee, visioni, soluzioni, quell'ascolto.
Ci sentiamo da lì, aerei permettendo.
* Giornalista. Napoletano, come talvolta capita, vive a Milano, per ora. Si occupa di clima, ambiente, ecologia, foreste. Per Domani cura la newsletter e il podcast Areale, ha un podcast sui boschi italiani, Ecotoni, sullo stesso argomento ha pubblicato il libro Italian Wood (Mondadori, 2020). È inoltre autore di Primavera ambientale. L’ultima rivoluzione per salvare la vita umana sulla Terra (Il Margine, 2022). Se hai voglia di scrivermi, la mail è questa: ferdinando.cotugno@gmail.com.
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