«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene
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Caro Ali.
Nella mia vita si è aperto un vuoto. A pensarci bene, ben più di uno. Ma quello di cui parlo, lo avverto più di frequente, malgrado la vita ci avvolga spingendoci in una quotidianità sempre più di corsa ed affannosa, negli impegni che non riusciamo ad evitare e che spesso ci sembrano ripetitivi e vuoti, nella consapevolezza sempre maggiore che di tutto quel che ci possiamo inventare resterà ben poco.
Ciò nonostante ti ritrovo, pressoché quotidianamente, nelle tracce del mio piccolo mondo, in quella che era la tua stanza nella casa di campagna dove venivi a staccare la spina; nell'imbattermi nella tua tuta da ginnastica rimasta fra le mie, così improbabile nella tua impeccabile eleganza; nel comino nero che mi portavi perché “cura ogni malattia tranne la morte”; nel tappeto che acquistammo in un villaggio berbero in Marocco, dopo una conferenza a El Kelâat Es-Sraghna, una settantina di chilometri da Marrakech verso le montagne dell'Atlante. Oppure, ancora, quando stappo una bottiglia di Carignano del Sulcis, raccontando ai miei ospiti che quello è il vino più prossimo a quello delle nozze di Cana, dove pure andammo alla ricerca di vitigni antichi per poi scoprire insieme che li avremmo dovuti cercare nel cuore del Mediterraneo, dove i fenici provenienti da Gaza li avevano disseminati. E qui si potrebbe aprire tutta una storia che, in questa breve nota, non c'è il tempo di raccontare.
Ma soprattutto ti avverto nelle tracce di un impegno che insieme ci eravamo proposti e che pure iniziammo. E che non so se mai riuscirò ad onorare, perché è necessario avere coscienza dei propri limiti e della propria finitezza. Parlo di quella autobiografia che avremmo voluto scrivere e consegnare ai giovani palestinesi che vedevamo nelle piazze di ogni parte del mondo per ciò che accadeva (e continua ad accadere) nella mezzaluna fertile del Mediterraneo, affinché potessero riflettere senza reticenze sulla questione palestinese che aveva accompagnato tutta la tua esistenza (e un po' anche la mia), da quando i tuoi cari vennero cacciati dal villaggio di Lifta per finire in un campo profughi di Amman, fino alla notte di un anno fa quando il crepacuore ha avuto la meglio sulla tua infinita stanchezza. Quell'impegno che, in tua assenza, non potrebbe che essere una biografia non proprio autorizzata, e che in molti mi esortano a riprendere in mano.
Tracce di un libro che conservo nel mio computer, capitoli appena abbozzati, pagine di diario che raccontano di relazioni tessute e di progettualità cariche di speranza, immagini dei nostri viaggi nelle antiche città più conosciute come nei villaggi più dimenticati della Palestina che visitammo quando Ali ha potuto farvi ritorno, nell'orgoglio di mostrarmi la bellezza della sua terra e nel dolore di vederla lacerata dal sopruso e dalla violenza.
E di quell'ultimo viaggio che facemmo nel maggio di quattro anni fa in Andalusia, nei luoghi di una storia pressoché cancellata, ma dalla quale nacque il risorgimento europeo. Quando ci parlavi di Siviglia come Damasco, nel visitare le rovine di Medinat al-Zahra, nei pressi di quella città che in pieno Medio Evo era conosciuta come l'“ornamento del mondo”, perché questo era Cordoba nell'anno mille, con le sue settanta biblioteche la città più grande d'Europa. O nel contemplare la raffinatezza dell'Alhambra, a Granada, con i tuoi occhi che portavano i segni dall'infelicità araba per un mondo perduto e per la tragedia del tuo popolo.
Da quel viaggio tornasti determinato nel dare un nuovo impulso al lavoro di scrittura, ma poi tutto s'infranse nella follia del 7 ottobre e nella deriva genocidaria che pure covava nella cultura di una destra nazionalista e xenofoba. Nel tuo comprensibile bisogno di dar voce al grido di dolore che veniva dalla Palestina e dal dovere di esserci ovunque ti chiamavano. E di farlo in maniera intelligente, senza rinunciare al tuo difficile percorso di ricerca, politico, culturale e spirituale. Ne venne lo scritto “Eppure eravamo fratelli” e l'appello “Usciamo dalla gabbia” del quale eri il primo firmatario e che raccolse migliaia di adesioni.
Un vortice di iniziative, fino all'ultimo respiro.
Capisci, caro Ali, il vuoto che mi è rimasto? Dei viaggi che ancora avremmo potuto fare e che avevamo nel cuore, come quello a Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani. O a Beirut, prendendo come guida il grande racconto di Samir Kassir. O della nostra quasi cinquantennale amicizia, delle lunghe conversazioni sul senso della vita e del piacere che provavo nel prepararti le tagliatelle con i funghi porcini.
E che cerco di colmare, pensando che in fondo ti sei risparmiato il troppo che in questi mesi è diventato insopportabile. Buon riposo, caro Ali. Spero che queste parole che forse qualcuno fra qualche anno leggerà possano dare il senso profondo dell'amicizia, di quella che Aristotele metteva come condizione essenziale del discorso pubblico. Grazie Ali, per l'amicizia di cui mi hai fatto dono.
Michele
Camalghe, Trento, 14 maggio 2026
"Un anno senza Ali" è il titolo di un evento che si svolgerà nella mattinata di sabato 16 maggio a Orvieto, in ricordo di Ali Rashid. Questa mia lettera ad Ali verrà letta in questa occasione dalla figlia Aida.
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