«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Dolomiti energia: il coraggio di immaginare

dal blog ponti di vista

di Federico Zappini *

Il dibattito sulla quotazione di Dolomiti Energia invece di aprirsi sulle grandi questioni che la scelta sottende rischia di chiudersi su se stesso. Chi chiede più riflessione viene descritto come portatore di pregiudizi ideologici, resistente al progresso. Come se esistesse un’unica possibilità e il compito della politica fosse semplicemente di ratificarla. Se si approfondisce però la questione ci si rende conto che ha a che fare con il tipo di comunità che il Trentino (o un brano di arco alpino) vuole essere nei prossimi decenni, della capacità delle sue classi dirigenti di immaginare traiettorie originali in un’epoca segnata dall’incertezza e dall’obbligo di accompagnare la transizione ecologica alla giustizia sociale.

Dolomiti Energia è l’eredità di scelte compiute riconoscendo nelle risorse naturali — l’acqua, le montagne — un patrimonio collettivo da gestire nell’interesse del bene comune, presente e futuro. Quella scelta si fondava su una filosofia: le grandi infrastrutture che plasmano la vita economica e sociale di una comunità devono rimanere in mano pubblica perché il mercato risponde a logiche di profitto immediato, e non necessariamente collettivo, mentre lo sviluppo comunitario ha bisogno di orizzonti più lunghi.

In questa logica nacquero — in momenti diversi — il sistema di credito cooperativo con le Casse Rurali sulla base di un’idea mutualistica dell’economia; l’Autostrada del Brennero per rispondere a un crescente bisogno di connessioni;  l’Università di Trento con l’intento di innestare conoscenza e ricerca su un territorio fino ad allora prevalentemente agricolo. Non è un caso che a distanza di anni ognuna stia attraversando una fase di precarietà o di ridefinizione identitaria. A22 è avvolta nell’incertezza sul futuro delle concessioni autostradali, con non pochi dubbi sulla condotta della politica e del menagement. Il credito cooperativo ha subito processi di fusione (nella forma di Cassa Centrale) adeguandosi alle dinamiche bancarie for profit. Università e centri di ricerca rappresentano ancora luoghi vitali e generativi ma calati dentro un contesto economico che continua a non investire a sufficienza in innovazione e sviluppo. Siamo di fronte a una fase di ridefinizione complessiva del modello di sviluppo economico globale — con impatti diffusi — e la questione di Dolomiti Energia ne è buon esempio.

Fa quindi un po’ specie che si riduca a una contesa tra fiducia nel progresso e resistenza alla modernità. Risuona un motto: there is no alternative. Ma è davvero così? Non è forse la Politica a dover immaginare strade inedite, rifiutando sia l’immobilismo che la resa alle logiche del mercato? È quello che chiede anche dalle pagine di questo giornale Simone Casalini quando si interroga sulla visione da dedicare alla transizione ecologica e alla giustizia energetica.

Entrando nel merito, le argomentazioni a sostegno della quotazione ruotano attorno a due pilastri. La certezza di mantenere il controllo pubblico e la possibilità di aumentare i dividendi per gli azionisti istituzionali.

Sul primo aspetto, l’argomento è fragile. Per bloccare scalate ostili o fusioni sgradite non è necessaria nemmeno la maggioranza assoluta, ma quote ben più contenute del capitale sociale. La vera questione non sta però a mio avviso in questa postura difensiva, ma dentro una più esigente. Se vogliamo ancora che i soci pubblici possano indirizzare le traiettorie industriali di Dolomiti Energia – dove investire, quali mix energetici perseguire, come sostenere l’impatto sociale – allora la quotazione non è uno strumento neutro. È una cessione progressiva di sovranità industriale al mercato finanziario, che ha propri obiettivi e indicatori di successo specifici.

Il secondo aspetto riguarda i dividendi. È noto che negli ultimi anni le risorse provenienti dalle partecipate hanno contribuito a chiudere bilanci comunali affaticati da rincari energetici e da una finanza pubblica provinciale gestita con avanzi strutturali (che oggi sommano quasi 5 miliardi di Euro di fondi accantonati) mai adeguatamente redistribuiti. In questa pratica sta il problema. I dividendi dovrebbero alimentare investimenti, non coprire la spesa corrente. Congelarne l’immaginario di una rendita da capitalizzare anche attraverso la quotazione significa istituzionalizzare una dipendenza che sarebbe invece più saggio superare. Trento e Rovereto, con le loro partecipazioni, potrebbero involontariamente guadagnarsi l’etichetta di “egoisti” rispetto agli altri Comuni trentini che faticano a chiudere i bilanci senza accesso a questi strumenti di compensazione. Non sarebbe questa l’occasione per aprire finalmente una revisione del protocollo di finanza locale, tale da restituire sicurezza e autonomia ai Municipi, oltre che reciprocità reale (e non sudditanza) tra centro amministrativo e enti territoriali?

Restano aperte altre domande che nel dibattito pubblico hanno avuto meno spazio. Quali sono le motivazioni industriali che rendono indispensabile la crescita dimensionale di Dolomiti Energia? Sono state valutate opzioni alternative per irrobustire la società seguendo la strada aperta da Alperia (o ancora, un’alleanza con essa), facendo ricorso al mercato obbligazionario, o all’emissione di green bond vincolati alla transizione energetica? Sono state già presentate ai soci pubblici le linee di investimento previste, mettendo a confronto lo scenario attuale con quello che emergerà dalla quotazione? E ancora. Qual è la posizione trentina — da mettere in relazione, e magari in conflitto creativo, con le idee del governo nazionale ed europeo — sul prossimo modello di gestione delle concessioni idroelettriche? Perché c’è un paradosso da non ignorare. Se Dolomiti Energia venisse salvata dalla gara europea nell’idea di quarta via (riassegnazione in cambio di investimenti) che circola in questi giorni, in altre situazioni — ad esempio il vicino Veneto — quella stessa norma potrebbe invece legittimare la gestione da parte di operatori privati di un bene comune come l’acqua, dentro una logica puramente estrattiva.

È qui che emerge l’ultima domanda, la più politica di tutte. C’è ancora spazio per immaginare una via originale nella cura del bene idrico e nella pianificazione economica connessa a quelli che devono essere intesi come diritti di cittadinanza e non come merce? Gli esempi non mancano, né sul piano teorico né su quello pratico. Massimo Florio, nel suo libro Il capitale contro lo Stato (Feltrinelli 2026), analizza lo scontro tra la centralità dell’intervento pubblico e l’accumulazione di capitale, e indica la necessità di uno Stato, e perché no una Provincia, capace di creare imprese a guida e missione pubblica e promuovere un’economia dei beni comuni. A livello pratico la Scozia ha approvato a febbraio 2026 il Community Wealth Building Bill. Siamo di fronte alla prima legge che impone un modello alternativo di sviluppo economico, in cui la ricchezza deve trovare ancoraggio nelle comunità che la generano (rendendole “più giuste, più verdi e più prospere”), gli appalti pubblici devono privilegiare le filiere locali e la proprietà degli impianti energetici rinnovabili viene intesa come strumento di autonomia e reinvestimento nel territorio e non come asset finanziario.

Non si tratta di nostalgie del passato, ma di scegliere in quale direzione camminare in un tempo che chiede coraggio immaginativo prima che competenze tecniche. La coalizione di centrosinistra che vuole tornare a governare il Trentino ha davanti a sé – da qui ai prossimi due anni – sfide di questa portata. Può accettarla, costruendo una visione all’altezza della tradizione autonomistica di questo territorio. Le scorciatoie, in questa stagione, non portano davvero da nessuna parte

* Intervento apparso nei giorni scorsi sul quotidiano “il T”

 

1 commenti all'articolo - torna indietro

  1. inviato da vittorio molinari il 17 maggio 2026 18:23
    Ottimo articolo, al quale vorrei aggiungere la mia esperienza diretta: nei primi anni 2000, manifestai, come componente il collegio dei sindaci, la mia perplessità tecnica, culturale e politica per la quotazione in Borsa della SpA che, anni prima, aveva radunato in sè le aziende municipalizzate del gas, elettricità, acqua e rifiuti del Comune di Modena.
    Avrei decine di aneddoti che meglio delle mie riflessioni potrebbe spiegare cosa succede quando ci si quota; provo a dirlo in sintesi: la visione strategica riduce la sua prospettiva a scelte di breve-brevissimo periodo (segue le quotazioni quotidiane come giudizi indiscutibili della conduzione dell'impresa), pone il profitto quale dogma unico, assoluto, indiscutibile, i conseguenti dividendi ai Comuni tolgono parte delle risorse finanziarie proprie che riducono investimenti che poi ricorrono a sempre maggiori finanziamenti, rendendo la posizione finanziaria debole, quindi soggetta a condizionamenti, l'attenzione per maggiori e migliori servizi ai territori/soci è una leva usata strumentalmente dai gruppi dirigenti verso le Amministrazioni locali (socie) per mantenere il proprio ruolo, ecc. In tutto questo la riconversione ecologica avviene solo e se produce profitti maggiori; investimenti sociali e green avvengono, ma solo marginalmente. E' possibile invertire questo meccanismo? Senz'altro, ma occorre una scelta strategica degli amministratori locali, e qui parlo oggi come assessore comunale: innanzitutto quale è il mandato che i soci pubblici assegnano al consiglio di amministrazione? Deve prevalere il profitto/dividendo? Oppure una strategia di riconversione ecologica integrale? Tutto qua, il resto è conseguente. Ovviamente ci sarebbe da approfondire e testimoniare questa affermazione, non c'è lo spazio e non è questo il luogo. Come ultima osservazione: DOLOMITI ENERGIA è una realtà che racchiude forza e debolezza: la fonte energetica è la sua forza, il prezzo a cui vende è legato alla quotazione del gas! Cosa succede se questo legame verrà FINALMENTE sciolto? I suoi costi di produzione e gestione saranno altrettanto rapportati al nuovo prezzo consentiranno i margini di oggi?
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