«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

Gli studi con Geymonat e Gargani. L’esempio di Bateson e di Piaget poi il lungo sodalizio con Morin e il manifesto sull’Europa. Qui, continuando a difendere il pensiero complesso, il filosofo lancia un appello: “Serve una responsabilità condivisa verso l’umanità”
Antonio Gnoli intervista Mauro Ceruti *
Tutto ciò che è complesso – un problema, una situazione, un legame – vorremmo evitarlo. La società con le sue sirene ci illude che la via sia la soluzione giusta. Ciò che appare semplice spesso non lo è. Un’arteria strategica come lo Stretto di Hormuz entra prepotentemente in una dimensione globale assai complessa. Ci piace sorvolare sulla distinzione tra semplice e semplificato. Usiamo tecnologie sofisticate ma ci disinteressiamo di cosa stia sotto o dietro ad esse. L’intelligenza artificiale è alla fine una black box del cui contenuto sappiamo ben poco. Certo non c’è giorno che due piccoli eserciti di specialisti si fronteggiano sulle virtù e i vizi di questo sistema complesso che sta trasformando le nostre vite. Per alcuni in meglio per altri in peggio. Come al solito scegliamo la via semplificata, ossia speriamo che qualcun altro risolva il problema al nostro posto. Eppure grandi questioni richiedono qualche consapevolezza ulteriore. Ne offre un esempio Mauro Ceruti, che ha scritto con Francesco Bellusci Per una civiltà della Terra (Aboca editore). Nel tempo della complessità che scandisce cambiamenti profondi non ha più molto senso restringere lo sguardo su realtà locali. La sfida – per quanto imponente e rischiosa – non può che essere planetaria. A questa nuova unità di misura dovremmo rapportare il nostro impegno di «cittadini universali».
Auspicate un nuovo salto culturale. In cosa consiste?
«Un’umanità sempre più interconnessa a livello planetario sta varcando una nuova soglia di complessità. Non si tratta di un giochino intellettuale ma della capacità di intuire, analizzare e raccontare una nuova forma di vita unificata dalla tecnica e sconosciuta in passato».
Intende “nuova forma di vita” umana?
«Intendo una forma di vita che coinvolge non i singoli individui, appartenenti ad aree geografiche definite e identitarie, ma gli esseri viventi sulla Terra».
Insomma non parliamo del prossimo futuro.
«Il futuro è già qui tra noi. Lo è in termini contraddittori o paradossali nel senso che il pianeta tende a unificarsi ma contemporaneamente cresce la frammentazione. La rete planetaria delle comunicazioni crea nuove solitudini, nuovi razzismi, nuove marginalità, nuove distanze. Mai come in questo momento storico la grande prossimità, per cui tutti sono connessi, avviene in un desolante vuoto esistenziale».
Un “vuoto” che il pensiero complesso in quale modo può colmare?
«Questa domanda ne presuppone un’altra: dobbiamo cercare di eliminare ad ogni costo la complessità o tentare di elaborare un pensiero capace di trattarla? Ritengo che un pensiero complesso sia oggi – in un mondo interdipendente, aggrovigliato, incerto, agonico – un’urgenza vitale».
Questo pensiero complesso ha un’origine?
«Come nozione scientifica la complessità appare tra gli anni Quaranta e i Cinquanta. C’è un percorso che si origina dall’incrocio tra teoria dell’informazione, teoria dei sistemi e cibernetica e prosegue successivamente con i nuovi saperi come l’ecologia, le scienze della Terra e l’astrofisica. Ma dal punto di vista filosofico ed epistemologico è stato Edgar Morin che ha indicato nel pensiero complesso la via per una rivoluzione di paradigma».
Non crede che il suo pensiero abbia inciso meno di quello di Foucault, Derrida, Deleuze?
«Direi che una sottovalutazione in passato c’è stata soprattutto in ambito accademico. Ma i libri di Morin sono tradotti in una trentina di lingue. Rispetto ai tre che ha evocato, Morin incarna uno stile filosofico e intellettuale diverso. La sua avventura intellettuale ruota intorno a tre nodi tematici: l’uomo, il mondo, le crisi. Per il suo metodo interdisciplinare è un pensatore difficile da catalogare».
Con Morin lei ha scritto “La nostra Europa”, una sorta di manifesto filosofico in un momento in cui il continente è attraversato da forti tensioni geopolitiche.
«Siamo partiti rifiutando l’idea di un’Europa chiara, distinta e armoniosa. Il continente è stato terreno di guerre permanenti fino al 1945 e successivamente di conflitti che hanno riguardato alla fine degli anni Novanta la Jugoslavia e il Kosovo; l’Ucraina dopo l’invasione russa della Crimea nel 2014 e a seguire l’offensiva del 2022; la tragedia di Gaza; il tutto segnato dal ruolo destabilizzante, spregiudicato e offensivo di Trump. È su questo sfondo regressivo che va ripensato il suo progetto di convivenza»
Che presuppone cosa?
«L’idea che, in un mondo dominato da enormi potenze, agli europei toccherà sempre più un destino comune. Il problema è se saranno in grado di assumerlo».
A questo riguardo lei parla di “comunità di destino”. Espressione sorta durante la prima guerra mondiale e che il nazismo trasformò in un punto di forza della sua battaglia ideologica. Non crede che “comunità di destino” evochi aspetti pericolosamente irrazionali?
«Ovviamente non è in quel senso che Morin e io l’abbiamo usata. La “comunità di destino” non ha niente a che vedere con la comunità di sangue e di suolo immaginata dai nazisti, interpella semmai il destino comune di un’umanità di fronte all’inedita eventualità di una sua catastrofe».
C’è sempre un apocalisse dietro l’angolo?
«C’è un pensiero complesso che ha la pertinenza di analizzare il salto epocale che stiamo vivendo».
Questo pensiero complesso di cui lei è uno dei fautori comincia ad affacciarsi negli anni Ottanta.
«Ricordo un convegno che insieme a Gianluca Bocchi organizzammo a Milano nel 1984 intitolato La sfida della complessità a cui fecero seguito numerosi seminari. Ne derivò un volume omonimo che conobbe un inaspettato successo. Tra i protagonisti di quegli incontri c’erano il premio Nobel Ilya Prigogine, Francisco Varela, il premio Pulitzer Douglas Hofstadter, Stephen Jay Gould. Coinvolgemmo perfino il Dalai Lama e ovviamente Morin».
Il pensiero complesso era in qualche modo una risposta al pensiero debole?
«Direi piuttosto che furono due risposte parallele alla crisi della metafisica e della razionalità scientifica moderna. Uno parla di debolezza dell’Essere, l’altro di complessità del Reale e della nostra esistenza».
Dov’è la differenza?
«Gianni Vattimo, per fare il nome di un protagonista di quegli anni, confidava nel fatto che la fine della metafisica, e il conseguente indebolimento dell’essere, ci potesse fornire una prospettiva inedita per la storia umana; ossia la forza di rinunciare alla violenza e di accettare il “politeismo” di valori relativizzati, senza ricorrere al furore della guerra. Continuo a confidare nel valore emancipante e fraternizzante di una politica mite e di una scienza consapevole della complessità».
So che lei ha studiato a Milano.
«Un grande insegnante che mi ha guidato negli anni universitari e dopo è stato Ludovico Geymonat. Mi ha introdotto alle molteplici dimensioni del pensiero scientifico, ben al di là di una semplificata visione scientista e positivista. Un’altra figura per me importante è stata Aldo Giorgio Gargani. Il suo libro Sapere senza fondamenti fu una vera e propria folgorazione quand’ero studente. Per lui scienza e filosofia non hanno basi rocciose che le preservino da contraddizioni e paradossi. Anche grazie a Gargani il sapere scientifico si aprì alle forme ecologiche della vita».
Viene spontaneo richiamare il nome di Gregory Bateson.
«Un altro mio grande vecchio maestro con cui ebbi un imprevisto incontro giovanile. Mi insegnò un nuovo modo di pormi con gli altri, col mondo e con me stesso. Per lui la relazione viene prima di tutto il resto. Espressione fino ad allora inaudita per noi occidentali».
Per primo parlò di un’ecologia della mente.
«Intendendo per mente non una facoltà racchiusa nella nostra testa e separata dal resto, ma un sistema ecologico di relazioni che collega l’individuo agli altri esseri viventi e non viventi».
Un’altra figura che ha inciso sulle sue scelte fu Jean Piaget.
«Lo conobbi appena in tempo, alla fine degli anni Settanta, dopo la mia laurea con una tesi proprio sulla sua epistemologia genetica. Mi fece una grande impressione. Un uomo imponente dall’eloquio affascinante. Sapeva di tutto e sarebbe stato uno straordinario punto di riferimento se non fosse morto poco dopo».
Sperava di lavorare con lui?
«Con i miei requisiti sarebbe stato naturale approdare alla sua cattedra. Il suo successore alla presidenza della facoltà di psicologia di Ginevra, Alberto Munari, mi invitò come ricercatore. A Ginevra sono rimasto per cinque anni. Ho imparato molto e conosciuto persone interessanti fuori dall’ambito accademico. Per un giovane che non aveva alle spalle un grande pedigree culturale è stato fondamentale».
Dove è nato?
«A Cremona e ho trascorso l’infanzia nella vicina campagna. Ricordo la calura estiva e le nebbie invernali, i ritmi lunghi e lenti di una lingua che era quella materna. La mamma era figlia di agricoltori. Papà, segretario comunale, ci portò a vivere a Siena e poi a Firenze. Ho un fratello, Claudio, maestro di karate e mio riferimento nel praticare la Via».
Si sente vicino al buddhismo?
«Pur non praticandolo, la mia via si intreccia con il buddhismo: ciò che unisce le due vie è una visione evolutiva e relazionale di un cosmo senza fondamenti, in cui tutto è connesso circolarmente con tutto. Nessuna immaginare la “civiltà della Terra” come una civiltà purificata dal male. Se contenesse una promessa del genere torneremmo fatalmente al modello di un mondo distopico».
Ma il suo appello alla fratellanza non si riduce a una volenterosa e piccola utopia sentimentale da applicare alla politica?
«Ritengo che il nodo da sciogliere sia l’ambiguità di chi sostiene l’equivalenza tra politica e realismo. Oggi sarebbe più utile vedere il mondo con gli occhi di Hannah Arendt e meno con quelli di Carl Schmitt».
Perché?
«In Vita activa Arendt scriveva che la vita, cioè lo stare al mondo, e la pluralità sono le condizioni che ci impongono di lavorare, operare e agire. Il pensiero complesso ci consente di aggiornare questa lettura».
In che modo?
«La vulnerabilità legata alla potenza tecnologica, all’interdipendenza planetaria, alla crisi climatica, impone un’altra dimensione: curare. La cura richiama a una responsabilità condivisa verso l’umanità intera, che ci “costringe” alla pace. Un’utopia pensare che la politica si innalzi a questa responsabilità? Sì, forse, ma oggi ne va del nostro futuro come specie vivente sulla Terra. Oggi, se vogliamo essere realisti, dobbiamo ispirarci all’utopia. Come ammoniva Ernesto Balducci, l’uomo del futuro sarà uomo di pace o non sarà».
* Intervista pubblicata oggi su Robinson, supplemento domenicale del quotidiano “la Repubblica”
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