«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene

La crisi climatica, le elezioni anticipate, il caldo “eccezionale” e l'urgenza di una chiave di lettura

da https://www.huffingtonpost.it/

di Ferdinando Cotugno *

Sarà un autunno di importanza non trascurabile (e noi non la trascureremo). Ci sarà la Cop31 in Turchia, che arriva sull'onda di aspettative politicamente scariche, è vero, dopo l'anticlimax di Belém, sull'onda di una serie di procrastinazioni (Baku che ha rimandato i suoi compiti a Belém, che ha a sua volta rimandato ad Antalya, le roadmap che generano altre roadmap), ma anche dell'energia di Santa Marta, una prima verifica se il modello a coalizioni può avere degli effetti. E poi nella Turchia meridionale saremo a non grande distanza dallo stretto di Hormuz, la perfetta infografica globale sull'elettrificazione come forma più efficace di sicurezza energetica.

Cop31 sarà la Cop dell'elettrificazione, infatti, con uno di quegli obiettivi rotondi e simmetrici, 35 x 35, elettrificare il 35 per cento dei consumi entro il 2035. Oggi siamo al 20 per cento. Il negoziato intermedio di Bonn non promette grande concordia su nessuno dei dossier aperti. Le aspettative sembrano sonnolente, ma forse chi ci tiene al multilateralismo come soluzione climatica deve smettere di giocare in difesa, tenere su di sé l'onere di reggere tutta la baracca, e deve accettare di mettere sul piatto anche il fallimento del sistema pur di salvarlo. Chi ama le Cop deve accettare che possano fallire per salvare. Cop31 sarà la verifica di questa ipotesi. 

Poi entriamo nel corridoio che ci porta verso le elezioni nazionali, in Italia. Potrebbero essere in primavera, non è impossibile che arrivino anche prima, quello che è certo è che saranno elezioni energetiche. Non climatiche, come avremmo voluto, ma almeno energetiche. Si parlerà tantissimo di bollette, e quindi di modelli, paradigmi, soluzioni, costi, scelte. Sarà difficile nascondere che sull'energia il governo Meloni ha fatto un disastro, ed è un disastro misurabile, confrontabile, tangibile. Anni di propaganda sulla neutralità tecnologica, sulla «transizione come ideologia», e ci troviamo senza gigafactory, con il settore automotive in crisi, i costi dell'energia impazziti, Confindustria che ha cambiato richieste sulle rinnovabili, il nucleare che appare sugli orizzonti lunghi, ma nel presente il modello petrostato senza petrolio è stato sconfitto dalla storia, l'idea di una nazione fossile senza fonti fossili ci ha solo portato in un pozzo di impoverimento energetico.

Lo spin elettorale sarà dare la colpa alle regioni, alle amministrazioni locali, ai conflitti sul territorio, ma la verità è che manca una visione generale trasformativa del nostro rapporto tra società, paese, economia ed energia. L'idea di fare il meno possibile non era una buona idea. Il mondo sta cambiando velocemente ed è una pessima epoca per essere conservatori sull'energia, per ascoltare pensieri conservatori, di protezione dell'esistente.

Avere una lettura chiara che tenga insieme transizione, costi dell'energia, alleanze geopolitiche, lavoro e sicurezza climatica potrebbe essere una delle chiavi della campagna elettorale. Sono mesi in cui sarà chiaro chi ha studiato, chi ha capito, chi ha elaborato.
L'energia è instabile, e rende contendibile questo paese. Saranno mesi interessanti e imprevedibili, ma intanto guardiamo fuori dalla finestra perché, sì, fa un caldo atroce, e tocca parlarne. Questo è il numero 298 di Areale, buon ultimo sabato di giugno!

Il caldo e l'impreparazione

C'è qualcosa di straordinario nel caldo che sta affliggendo l'Europa in queste settimane e c'è anche qualcosa di straordinario in come è entrato nelle nostre discussioni private e pubbliche.

Ho incrociato un paio di persone che erano tornate dalla Francia: non è l'eccezionalità delle temperature, non solo, è l'impreparazione. Come ha scritto il gruppo World Weather Attribution nella sua analisi sull'ondata di calore europea: «Siamo solo a 1,4°C di aumento globale delle temperature e la nostra società è già al limite di sopportazione». Pensiero sottinteso: cosa faremo, come diventeremo, quando arriveremo alle soglie oltre i 2,5°C, cioè dove rischiamo di arrivare senza rafforzare la mitigazione e il taglio delle emissioni. Sarà una società diversa, saranno città diverse, non resteremo inerti, il clima peggiorerà, l'adattamento migliorerà, ma fino a che punto il ciclo di adattamento potrà inseguire quello del peggioramento delle temperature?

In questi giorni mi è tornata in mente la storia di Juliana Leon, una donna statunitense che morì durante un'ondata di calore nel 2021, nello Stato di Washington, nella sua auto, una donna di 65 anni, senza problemi di salute, con una diagnosi di ipertermia, una temperatura corporea superiore ai 43°C.

La sua storia è importante perché sua figlia Misti aveva denunciato sette aziende oil & gas, tra cui Chevron ed Exxon, per la morte di sua madre, per aver mentito, ostacolato, per aver manomesso il clima e la nostra reazione al cambiamento climatico. La causa civile è iniziata l'anno scorso, l'esito è incerto, è il primo processo contro il settore petrolifero per la morte di una persona causata dal cambiamento climatico.

È il tentativo di collegare giuridicamente l'ondata di calore all'emissione di gas serra: questo collegamento la scienza lo ha già fatto, è più difficile da fare in tribunale, probabilmente non sarà l'ultimo processo di questo tipo, il punto è un altro: il collegamento scientifico tra petrolio e calore è certo, il collegamento giuridico è da dimostrare, il collegamento politico invece spetta a noi. E quello è un atto di cittadinanza, ricordarci che questa situazione ha delle cause, è frutto di scelte. Renderla un fatto politico, non solo termico. Il caldo è il luogo di un conflitto tra economia, energia, ambiente e corpi. 

Torniamo a noi, torniamo all'Europa. Dicevamo di chi torna da Parigi come si torna da una guerra. La capitale francese ha avuto solo cinque giorni con temperature superiori ai 40°C. Due di questi cinque sono stati quest'anno. Quattro di questi cinque sono stati dopo il 2019. Questa ondata di calore ha un tempo di ritorno di 7.100 anni, e praticamente sarebbe stata impossibile in un clima stazionario. Il 45 per cento delle città europee ha battuto un record di temperatura. 

Alla London Climate Week un evento sulle ondate di calore è stato cancellato a causa dell'ondata di calore: umorismo climatico e strutture ricorsive. E c'è qualcosa di simbolico che nell'estate del 2026 la città vittima designata del cambiamento climatico sia la capitale francese, la stessa che ci ha dato l'accordo internazionale per combattere la crisi climatica. A Le Bourget, dove fu firmato il trattato, il 24 giugno la colonnina segnava 41°C. Qualcosa è andato storto. 

Forse finalmente abbiamo capito cos'è un'ondata di calore: secondo il Wwa, causano più vittime in Europa di ogni altro evento naturale combinato. Perché siamo il continente che si riscalda più velocemente al mondo, ma anche perché siamo un continente pieno di persone anziane, malattie croniche, povertà energetica, case isolate male, città che da una certa latitudine in su erano state pensate e progettate per combattere il freddo, non il caldo.

In Europa Occidentale, giugno è il mese più danneggiato dalla crisi climatica, quello la cui natura è stata cambiata di più, il mese che si riscalda più velocemente nel continente che si riscalda più velocemente su un pianeta che si riscalda troppo velocemente. Povero mese di giugno, per altro, ho avuto anche diverse conversazioni nostalgiche su come era giugno una volta.

Nel 1976 un'ondata di calore di questo tipo sarebbe stata 3,5°C meno calda. Nel 2003 la stessa ondata di calore sarebbe stata di 2°C meno calda. La rana e la pentola, siamo sempre lì. Cinquant'anni fa, questa ondata di calore sarebbe stata «virtualmente impossibile, un rapido phase-out delle fonti fossili è fondamentale se vogliamo evitare temperature ancora più alte e le loro conseguenze in futuro». Questo hanno scritto gli scienziati che hanno analizzato l'ondata di calore. 

La sfida del futuro è questa: portare le catene di responsabilità nel dibattito pubblico. Non abbiamo solo bisogno della consapevolezza che esiste un cambiamento climatico, che comporta dei rischi ambientali, sanitari, sociali ed ecologici, e che possiamo mitigare la situazione. Abbiamo anche bisogno di ricordarci che siamo qui per una serie di scelte. Che esistono delle cause. Che il cambiamento climatico è una conseguenza, non è una causa. È questa la ristrutturazione di cui ha bisogno il nostro pensiero, dopo la dodicesima notte tropicale consecutiva.

* da Areale, newsletter settimanale di Domani

 

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