«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»
Manifesto di Ventotene
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di Federico Zappini
Più di vent’anni fa – a ridosso del G8 di Genova, di cui tra poco ricorreranno i venticinque anni – esisteva da queste parti Altro Adige, piattaforma web che metteva in rete persone e organizzazioni dal cattolicesimo di base al mondo sindacale, passando per movimenti e partiti. Lo faceva attorno a temi già allora urgenti: l’opposizione alle guerre, la preoccupazione per la crisi ecologica e migratoria, la fragilità delle strutture democratiche e l’ampliarsi delle disuguaglianze. Quell’agenda non ha perso di attualità.
In un certo senso abbiamo bisogno di un nuovo Altro Adige – inteso come spazio per lo studio e la semina paziente, abitudine all’elaborazione in comune – in vista delle elezioni del 2028. Un esperimento di ascolto e convergenza, territorio per territorio, per dare sostanza e credibilità a una proposta politica.
Il Trentino gode ancora di un benessere relativo, ma – se si guardano i dati macroeconomici e le loro tendenze – rischia di dissipare il capitale sociale accumulato in decenni di gestione virtuosa delle prerogative autonomistiche. Risorse ampie (lo sono indubbiamente quelle del bilancio provinciale) richiedono oculatezza ed efficacia nella pianificazione. Oggi sembrano mancare entrambe queste qualità. Un mandato e mezzo di governo di centrodestra ha prodotto una narrazione – e una pratica amministrativa – arida di slanci e manchevole di sguardo prospettico. Una mediocrità per scelta rivendicata a più riprese.
L’esito è un pericoloso ritardo sul come rispondere ai bisogni socio-sanitari della popolazione, come tenere insieme terre alte alla ricerca di un equilibrio (oltre il solo turismo e contro lo spopolamento) e città attraversate da contraddizioni sull’abitare, sulle garanzia della cura e sui principi di una buona convivenza, come muoversi dentro complesse transizioni economica, climatica e tecnologica non subendone unicamente le conseguenze, ma dotandosi di strategie sistemiche.
Un centrosinistra che voglia essere realmente alternativo ha l’obbligo di rimettere in discussione le coordinate culturali-politico-amministrative che ci hanno portato fin qui, cercando di dar vita un noi rinnovato. Un Altro Adige che supera i confini tattici del “campo largo” e che potrebbe stupirci per varietà della propria composizione e per capacità di riconnettere la geografia tra centro e periferie, oltre che per radicalità in alcune traiettorie di cambiamento e di sperimentazione.
Dal 2008 le società occidentali si muovono in un continuum di crisi, da cui deriva una diffusa incertezza. Davanti a questo spirito del tempo si può scegliere la nostalgia dei bei tempi andati, condendola con la ricerca di sempre nuovi nemici verso cui riversare rabbia. Il mercato del rancore trova sempre nuovi interpreti, l’ultimo in ordine di tempo e di violenza è Roberto Vannacci. Diversamente ci si può mettere in gioco occupando questo cambio d’epoca con la predisposizione di veri e propri laboratori comunitari di futuro. Luoghi dove la Politica torna a immaginare e accompagnare i cittadini e le cittadine anche di fronte a quelle che percepiscono come difficoltà insormontabili o ingiustizie insopportabili.
L’istituzione Provincia Autonoma può evolvere in una vera comunità autonoma se si nutre delle competenze e dell’energia dell”intelligenza collettiva dell’intera cittadinanza. Come scrive il filosofo Daniel Innerarity, questo tempo incerto “ha bisogno di una politica capace di comprendere le interazioni e i fenomeni di crisi, di farsi carico delle novità, di reinventare sé stessa continuamente. Una politica ricettiva rispetto alle forme inedite che una società sempre più imprevedibile le chiederà di adottare” e che – dall’altro lato – le saprà offrire in termini di sussidiarietà e mutualismo tra alto e basso, tra dentro e fuori le istituzioni.
L’autogoverno – alla base della specificità di questa terra alpina – è uno strumento da utilizzare con senso della misura e dosi massicce di coraggio. Un’occasione per mettere in campo risorse e competenze che troppo spesso in questi anni sono servite più alla manutenzione del consenso immediato che allo sviluppo di piste innovative di sviluppo territoriale. “I sindaci mi chiedono opere”, ha ammesso qualche qualche giorno fa il presidente Fugatti, gestore centralizzatore nei confronti di comuni in attesa di capire lo stato dei “cordoni della borsa”, più o meno stretti a seconda della fedeltà al capo dell’interlocutore.
La campagna che potrebbe derivare da un itinerario di conoscenza come Altro Adige garantirebbe un’agenda minima per i prossimi due decenni di governo, costruita unendo l’analisi dei dati – senza i quali siamo ciechi di fronte a una strada tortuosa e piena di ostacoli – con la moltiplicazione di opportunità di partecipazione per le comunità. Sarebbe l’occasione di tornare a studiare il territorio alpino di cui facciamo parte, connesso con lo spazio europeo che lo circonda. Filiere economiche e imprenditoriali (in questa chiave Dolomiti Energia potrebbe essere banco di prova per una diversa idea di commons naturali e dell’energia), geografie sociali emergenti (cos’è Filiera Trentina se non un nuovo patto di cura?), reti della formazione e della cultura (l’asse del Brennero offre grandi opportunità per investimenti ad alto valore aggiunto), ambiti di fragilità (con un approccio originale alla sicurezza, a base sociale e non di vendetta ed esclusione) e contesti di ritrova eccellenza (una gestione completamente rinnovata del diritto all’abitare, con un’Agenzia che sostituisca l’inefficiente Itea). Si potrebbe in questa maniera tornare a interrogarsi su come vive davvero chi abita, o vorrebbe abitare, le terre alte, così come chi ha – o non ha, e non sono pochi – casa e buon lavoro nei quartieri periferici di Trento o Rovereto, o nei distretti turistici del Trentino.
È dentro questo esercizio di inchiesta e di riproduzione sociale che vanno trovate le alleanze possibili (e necessarie) tra contesti urbani ed extraurbani, rompendo la narrazione di una competizione in atto tra di essi che tanto ha fatto comodo in questi anni al governo in carica.
È un lavoro che richiede tempo. Per questo va iniziato alla svelta.
Mi rivolgo a chi, nei partiti e nelle amministrazioni locali, sente il bisogno della costruzione di un orizzonte diverso, non dando per scontata la propria autosufficienza. A chi nell’attivismo sociale e ecologista ha coltivato talenti che faticano a trovare spazio nella politica attuale, e che magari a quella stessa politica (anche di centrosinistra) ha segnalato mancanze e incoerenze. A chi nelle categorie economiche e professionali osserva ogni giorno cerca interlocutori capaci di ascoltare per poi agire nell’ottica del bene comune.
Serviranno persone – tante, diverse, disponibili e curiose – pronte a coordinarsi, costruire reti, farsi interpreti del lavoro paziente che fa riunire attorno a un obiettivo e crescere una comunità politica coesa e motivata. E servirà una leadership diffusa e collaborativa, che valorizzi competenze diverse e distribuisca responsabilità reali e potere decisionale, premessa per una classe dirigente pronta quando servirà, al momento della campagna elettorale e della successiva auspicabile esperienza di governo. Da questo percorso dovrà emergere una pluralità di figure protagoniste di una stagione amministrativa, politica e culturale felice e generativa, creativa e aperta. Politici e politiche per il Trentino del futuro cresciute insieme, nella teoria e nella pratica messe alla prova sul campo.
Si può e si deve essere più generosi e curiosi nell’elaborazione politica. La più impellente priorità è oggi quella di aprire una fase di confronto e immaginazione capace di riattivare energie rimaste dormienti – prima che queste cerchino altrove un terreno più fertile verso cui muoversi – come già stanno facendo in troppi e troppe come certificano i preoccupanti dati sulla migrazione di giovani, laureati e non, dall’Italia nell’ultimo decennio.
Il campo per le prossime elezioni provinciali non va accettato per come è stato allestito in questi anni da un governo privo di ambizione, pensando magari solo di cambiarne il “capo” che lo guida ma conservandone le dinamiche di base. Va trasformato preparandolo insieme, sfidando davvero lo stato delle cose (nelle idee e nei metodi) per modificarlo in profondità. Altro Adige è certo un ingenuo gioco di parole ma è anche in potenza un modo diverso di far Politica, per e con le comunità.
da https://pontidivista.wordpress.com/
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