"... avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili..." Altiero Spinelli

28/09/2021 -
Il diario di Michele Nardelli
L'Agriturismo Guthiddai

La mia borsa di canapa a tracolla, sempre pronta a prendere il largo, è riposta in un angolo della casa, triste e forse anche un po' impolverata. Anche il VW transporter passo lungo – appena concluso il viaggio di quasi cinquemila chilometri fra Venezia e Istanbul dell'ottobre 2019 – ha subìto gli effetti usuranti del blocco forzato dovuto al Covid-19 ed ora è in lungodegenza dal meccanico. Quanto a me, malgrado un'estate disgraziata (dopo la mamma di Gabriella se ne sono andate anche l'amica Nella e la sorella Cristina), sto abbastanza bene. Ma devo riconoscere che, pur vivendo in Trentino ed abiti in campagna, comincia a mancarmi il respiro. Insomma, la cosa che più mi è mancata in questi lunghi mesi di pandemia sono i viaggi.

Già al tempo delle mie lunghe frequentazioni balcaniche mi sono reso conto che il viaggio sarebbe diventato una possibile cifra del mio modo di stare al mondo e di abitare un tempo denso di tratti inediti che avrebbero messo alla prova categorie interpretative e riferimenti concettuali.

E così è stato. Non solo attraverso i luoghi di osservazione balcanici, ma anche quelli del vicino oriente e di ogni altro luogo nel quale alzare lo sguardo, diventava per me sempre più importante cogliere i segni di un tempo nuovo.

Una cifra – quella del viaggio – che ha segnato anche il modo di pensare la mia attività di formatore, rendendomi conto di quanto la dimensione del viaggio divenisse un efficace strumento per mettere in relazione le parole (il pensiero) con la nuda realtà, per guardare un qualsiasi avvenimento con il necessario strabismo ovvero da due luoghi di osservazione diversi, per dare significato ad immagini che apparentemente sembravano non dirci nulla, per sentirsi – come uso dire – presenti al proprio tempo.

Nella formazione alla cooperazione di comunità, nella formazione alla mondialità e alle nuove geografie degli insegnanti, nella collaborazione con le istituzioni di storia contemporanea, oppure ancora nei percorsi del turismo responsabile, il viaggio ha via via assunto un valore essenziale nella percezione della realtà e nella trasmissione della conoscenza.

Forse qualcuno se lo ricorda, ma c'era già pronta una Topolino amaranto per un viaggio dentro il tessuto sociale in trasformazione di questo paese e la crisi della politica, quando nel 2008 non ho potuto sottrarmi all'assunzione di una nuova responsabilità istituzionale nell'ambito degli istituti rappresentativi della nostra autonomia.

In quei cinque anni, il tempo per portare lo sguardo altrove è stato molto contenuto se non per qualche, pur interessante, visita lampo in Marocco o in Palestina, in Bosnia Erzegovina o in Serbia. Mi è venuto talvolta di chiedermi se quell'immersione nelle istituzioni non sia stato tempo perduto. Credo che non sia stato così, che il mio approccio in Consiglio provinciale (e nel Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ) abbia portato a risultati concreti e indicato strade di lavoro. Di certo quella stagione mi è comunque servita ad approfondire temi e competenze in fondo poi non così estranee ai miei ambiti di impegno. Ma quando quell'esperienza si è conclusa il bisogno quasi fisico di riprendere il cammino della ricerca si è imposto.

In forme ancora diverse da quelle prima immaginate, certo, perché credo sia bene che le nostre vite si cimentino sempre in esperienze nuove, evitando di accanirsi lungo strade già battute. E' così che quel percorso solo abbozzato lungo i limes del nostro tempo si è andato concretizzando.

Il viaggio è così diventato il motore di ricerca nel contesto di una politica sempre più smarrita, proprio a partire dall'incapacità di far tesoro del passato più o meno recente, ma ancora privo di elaborazione. Il viaggio come strumento di ricerca e di formazione/autoformazione politica.

Dalla fatica delle terre alte al rancore dell'osteria e dello spaesamento; dalle dinamiche della globalizzazione alle istanze del federalismo in Catalunya; dalle città del troppo pieno alle terre dell'osso; dai miracoli della scienza e della tecnica all'ossessione delle nostre vite di corsa; dagli incubi identitari alle macerie delle guerre moderne; dagli effetti dei cambiamenti climatici alle eresie del “progresso scorsoio”; dalle derive del primatismo alla ruolo dell'attraversamento nella trasmissione del sapere: potremmo sintetizzare così la bellezza e la complessità dei dodici itinerari del Viaggio nella solitudine della politica lungo altrettanti limes fra Europa e Mediterraneo (www.zerosifr.eu).

Che lo scoppio della pandemia ha cercato di interrompere, lasciando almeno tre o quattro tracce incompiute. A pensarci bene, il lungo lockdown costituiva anch'esso – pur nella sua drammaticità di vite perdute e di dolore – un inimmaginato itinerario e la conferma dell'urgenza di una nuova epifania. Quante volte c'eravamo chiesti che cosa avrebbe dovuto accadere per un ripensamento di fondo del nostro vivere, senza che questo si palesasse nella sua drammatica evidenza? Non l'avevamo messo in conto, ma così – per chi vuol vedere – è stato.

Lo riprenderemo questo Viaggio con nuovo vigore a partire dall'anno che verrà, lungo le strade di Andalusia, fra quel che rimane delle biblioteche di quella città che nell'anno Mille era la più grande d'Europa (Cordoba) e gli specchi deformati della pulizia etnica così magistralmente raccontati da Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte. Oppure nel delirio delle magnifiche sorti progressive che hanno avuto nel carbone della Ruhr e nell'atomo di Chernobyl i suoi simboli divenuti fantasmi. O, ancora, lungo le rotte mediterranee di quando a migrare eravamo noi. Saranno gli ultimi capitoli di un nuovo lavoro editoriale, un racconto di viaggio per riannodare i fili di un diverso sguardo sul nostro presente.

E poi, a dirla tutta o quasi, c'è un un altro libro ancora che attende una conclusione, perché venticinque anni di impegno di là del mare non si lasciano così, senza una riflessione che ne dia conto, che s'interroghi sulla (falsa) coscienza che la nostra Europa “civile” ha di sé, che delinei una possibile traiettoria per chi vorrà riprendere il testimone di un progetto politico unitario che si è colpevolmente lasciato cadere. Anche in questo caso c'è un viaggio in attesa, un'incalzante ed esigente intervista a più voci di un pezzo d'Europa immerso da trent'anni in una postmodernità che le vecchie categorie interpretative faticano a decifrare.

E che dire, infine, della continuazione del viaggio che ha propiziato “Il monito della ninfea”, la ricerca in corso sull'impatto della crisi climatica sui luoghi del turismo montano (e dello sci in particolare) alla quale sto lavorando con un collettivo di persone fra arco alpino e fascia appenninica? Che fin qui ho coperto con tanti mordi e fuggi, ma che richiederà a breve di scrollare la borsa da viaggio e di preparare il vecchio ma ancora gagliardo Transporter.

Viaggi collettivi, s'intende. C'è solo da prendersi del tempo, essere curiosi e iscriversi.

Per la verità – e prima di immergermi in questo intenso programma – voglio riassaporare il gusto dell'andare per terra e per mare lungo le strade conosciute della Sardegna. Non è propriamente un viaggio, ma quella terra è così bella e interessante che tornarci mi riempie di gioia. Amo quella gente così fiera, la loro lingua che pure cerco a fatica di decifrare ma che ascolto come una musica ormai familiare, la cultura sapienziale nuragica, la storia del Giudicato di Arborea e l'autonomismo di Emilio Lussu, i romanzi di Grazia Deledda, la cucina sarda così unica e diversa in ogni suo territorio, il Nepente. Saremo in Barbagia, certo, nell'agriturismo Guthiddai che frequentiamo da anni vicino ad Oliena. Sardegna vera, non quella dei villaggi. Oggi partiamo.

 

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