«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene

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Stop alla monocoltura. A tutela di ambiente, salute e comunità locali
Una pagina del quotidiano il T sulla questione

Da Brentonico (Trentino), giunge una chiamata a tutti i territori di montagna e alta collina: fermiamo la monocoltura!

«Oggi la monocoltura avanza a Brentonico, domani può succedere anche altrove!

1000 cittadine e cittadini di Brentonico, sul Monte Baldo, in Trentino, hanno da poco consegnato una petizione al Sindaco per chiedergli di prendere reali e urgenti provvedimenti per contrastare la crescente estensione incontrollata della monocoltura viticola sul territorio comunale. Questa pericolosa situazione però, riguarda tutte le aree in quota, dove, per effetto del cambiamento climatico, la monocoltura intensiva può espandersi senza regole.

Più monocolture in quota
Più pressione sull’acqua
Più rischi per salute, paesaggio e biodiversità

Per questo la nostra petizione si allarga: perché le problematiche sono le stesse, o potrebbero diventarlo presto.

Clicca e firma la petizione: https://www.change.org/stop-monocoltura-in-quota 
Falla tua, portala nel tuo territorio.

Il territorio è un bene comune. Difendiamolo insieme».

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Non si libera un popolo con le bombe
Campo di zafferano in Iran

Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”

di Kamran Babazadeh

(3 marzo 2026) Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.

Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh. Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.

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Il testo e il contesto. La scelta garantista di votare No
La Carta Costituzionale

La spaccatura tra pm e giudici non realizza la terzietà, la Costituzione viene toccata per altri obiettivi. Che hanno molto a che vedere con il disegno autoritario della destra.

di Andrea Fabozzi *

La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.

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Barbarie.
Il cartello affisso.

«DIVIETO DI ACCESSO
(FUORI DALLE PALLE)
QUI SI SPARA A VISTA
CE NE SBATTIAMO DEI GIUDICI
I VOSTRI CORPI VERRANNO FATTI SPARIRE DAI CINGHIALI»

di Federico Zappini

Il testo qui sopra era contenuto in un cartello presente in città, ora rimosso. Potremmo ritenere risolta la questione, liquidandola come il comportamento estremo di un concittadino. Commetteremo un errore di sottovalutazione. Dentro quelle poche righe (in maiuscole, urlate) corredate dall’immagine di una pistola rilevano le caratteristiche più pericolose di quello che mi sembra di poter descrivere come un montante spirito dei tempi. Alimentata da un paio di decenni di cattivismo politico e informativo – vi capita mai di ascoltare La Zanzara? – questa fase storica è piena di aggressività verbale e fisica. Dentro una società raccontata come mai così insicura, pericolosa e piena di nemici, lo spazio dell’indicibile si è via via ristretto, permettendo ad ognuno di esprimere i peggior sentimenti e pensieri, contaminando le basi della convivenza civile.

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L’ultima voce per la Palestina
Gaza

di Raniero La Valle

Cari amici,

la richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne raccontava l’esistenza sulla terra.

Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’“asse” con Roma.

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Il paradigma securitario. Quando la sicurezza produce insicurezza.
Centro sociale Askatasuna. Foto da www.ildesk.it

Oggi, tra sgomberi dei centri sociali e criminalizzazione dei manifestanti, il conflitto non ha spazio. Coltivarlo è importante.

di Valeria Verdolini *

Torino è stata teatro, nell’arco di poche settimane, di due eventi tra loro connessi, entrambi accaduti lungo corso Regina Margherita. Il primo è stato lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il 18 dicembre 2025, preceduto e seguito da una militarizzazione estesa di quel triangolo di città che si chiama Vanchiglia, con la Vanchiglietta, alla confluenza della Dora e del Po. La militarizzazione del quartiere è stata un trauma per gli abitanti: moltissimi sono studenti e giovani famiglie, ci sono scuole, bocciofile, piole, le colline che lo circondano. Askatasuna, un tempo Ex-Opera Pia Reynero, ha condizionato, nel bene o nel male, gran parte dei dibattiti politici sul conflitto e sui movimenti della città sabauda. Dopo lo sgombero, nel contesto esteso dei disordini delle manifestazioni per la Palestina e l’episodio di danneggiamento nella sede della Stampa, il quartiere è stato un susseguirsi di presidi permanenti, costanti controlli diffusi e una sospensione prolungata della normalità urbana che hanno trasformato un’area vitale della città in uno spazio di “democrazia limitata”. Il secondo evento è stata la manifestazione del 31 gennaio 2026, promossa a sostegno dell’attività politica del centro sociale e contro l’attuale torsione securitaria, e sfociata in un pomeriggio di scontri violenti. Sabato la tensione è salita al punto da degenerare in guerriglia urbana; la violenza è stata esercitata, in modo grave, sia dalle forze dell’ordine su molti manifestanti, sia da alcuni manifestanti su un agente di polizia.

 

La locandina della presentazione del libro Sicurezza a Milano con Valeria Verdolini

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Lo sport, il corpo, la bellezza, l'eros e le macerie olimpiche.
Spirito olimpico?

di Diego Cason *

Lo sport è un fenomeno sociale e culturale che mostra i tipi e la qualità delle relazioni collettive di massa, che manifesta gli stili di vita e di comportamento. È un’attività economica che produce e consuma merci di diverso tipo e valore. È anche passione popolare, miglioramento tecnologico e delle prestazioni, competizione agonistica, spettacolo, festa, gioco. La pratica e il consumo di sport risponde a bisogni umani relativi all’uso del tempo “libero”, posto (apparentemente) fuori dalla coazione lavorativa, professionale e sociale quotidiana. Lo sport ha una forte valenza libertaria legata a una visione ludica del tempo. Questa è la sua immagine dominante che ha una formidabile potenza evocativa e un conseguente fascino.

Lo sport ha, però, altre funzioni molto importanti in una società. Ad esempio, la capacità di creare consenso politico e una esorbitante forza propagandistica. È anche uno strumento con il quale si esibisce il proprio status sociale; la pratica e l’interesse per alcuni sport certificano l’appartenenza a classi e ceti sociali diversi. È uno strumento di catarsi del conflitto sociale e formidabile aggregatore di passioni identitarie. Un fenomeno di grande rilevanza materiale, simbolica e affettiva.

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