«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»<br/> Manifesto di Ventotene
Al via la Conferenza internazionale di Santa Marta (Colombia)
di Ferdinando Catugno *
(18 aprile 2026) Santa Marta non è una città qualsiasi dove organizzare la prima conferenza internazionale sull'abbandono delle fonti fossili. Il clima incoraggia le simbologie, questa lotta funziona come una saga, e allora, se il Brasile aveva invitato il mondo alle porte della foresta amazzonica per la Cop30, la Colombia ha scelto la città simbolo delle sue esportazioni di carbone per parlare di come far finire l'era del carbone (e del petrolio, e del gas), in questo incontro internazionale di cui parliamo da mesi e che finalmente comincia il 24 aprile, si chiude il 29, ed è allo stesso tempo fuori contesto e perfettamente inserito nel contesto, quando per contesto intendiamo la più grande crisi energetica della nostra storia fossile. La crisi dello stretto di Hormuz è il red wedding dell'energia.
Quindi ci sono due letture possibili. La prima è che è da pazzi organizzare una conferenza del genere mentre il mondo è occupato a capire se ci saranno una recessione globale, una guerra non-più-regionale o la fine delle democrazie per come le conoscevamo, ma forse – ed è questa la seconda lettura – proprio per questo motivo non c'è momento migliore per ritrovarsi a Santa Marta a parlare di come farla finita con le fonti fossili di energia (e Areale ci sarà).
Caro Ali.
Nella mia vita si è aperto un vuoto. A pensarci bene, ben più di uno. Ma quello di cui parlo, lo avverto più di frequente, malgrado la vita ci avvolga spingendoci in una quotidianità sempre più di corsa ed affannosa, negli impegni che non riusciamo ad evitare e che spesso ci sembrano ripetitivi e vuoti, nella consapevolezza sempre maggiore che di tutto quel che ci possiamo inventare resterà ben poco.
Ciò nonostante ti ritrovo, pressoché quotidianamente, nelle tracce del mio piccolo mondo, in quella che era la tua stanza nella casa di campagna dove venivi a staccare la spina; nell'imbattermi nella tua tuta da ginnastica rimasta fra le mie, così improbabile nella tua impeccabile eleganza; nel comino nero che mi portavi perché “cura ogni malattia tranne la morte”; nel tappeto che acquistammo in un villaggio berbero in Marocco, dopo una conferenza a El Kelâat Es-Sraghna, una settantina di chilometri da Marrakech verso le montagne dell'Atlante. Oppure, ancora, quando stappo una bottiglia di Carignano del Sulcis, raccontando ai miei ospiti che quello è il vino più prossimo a quello delle nozze di Cana, dove pure andammo alla ricerca di vitigni antichi per poi scoprire insieme che li avremmo dovuti cercare nel cuore del Mediterraneo, dove i fenici provenienti da Gaza li avevano disseminati. E qui si potrebbe aprire tutta una storia che, in questa breve nota, non c'è il tempo di raccontare.
Da Brentonico (Trentino), giunge una chiamata a tutti i territori di montagna e alta collina: fermiamo la monocoltura!
«Oggi la monocoltura avanza a Brentonico, domani può succedere anche altrove!
1000 cittadine e cittadini di Brentonico, sul Monte Baldo, in Trentino, hanno da poco consegnato una petizione al Sindaco per chiedergli di prendere reali e urgenti provvedimenti per contrastare la crescente estensione incontrollata della monocoltura viticola sul territorio comunale. Questa pericolosa situazione però, riguarda tutte le aree in quota, dove, per effetto del cambiamento climatico, la monocoltura intensiva può espandersi senza regole.
Più monocolture in quota
Più pressione sull’acqua
Più rischi per salute, paesaggio e biodiversità
Per questo la nostra petizione si allarga: perché le problematiche sono le stesse, o potrebbero diventarlo presto.
Clicca e firma la petizione: https://www.change.org/stop-monocoltura-in-quota
Falla tua, portala nel tuo territorio.
Il territorio è un bene comune. Difendiamolo insieme».
Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”
di Kamran Babazadeh
(3 marzo 2026) Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.
Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh. Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.
«L'intelligenza artificiale e i recenti sviluppi tecnologici si basano sull'idea di un essere umano senza limiti, le cui capacità e possibilità si potrebbero estendere all'infinito grazie alla tecnologia. Così il paradigma tecnocratico si nutre mostruosamente di sé stesso».
Papa Francesco, Esortazione Apostolica Laudate Deum
L'amico Tonino Perna, fratello con il quale ho condiviso una vita di impegno fra il Mediterraneo e le sue sponde divenute approdo di culture, saperi, lingue, civiltà e umanità, mi ha inviato nei giorni scorsi questo grido di dolore che vorrei di condividere con i lettori di questo blog. Quanto accade intorno a noi è motivo di dolore, inquietudine e senso di impotenza. Le guerre sono diventate, senza remora alcuna, lo strumento normale per far valere gli interessi dei più forti. Le nazioni sono ritornate ad essere l'ossessione che vorrebbe giustificare il primato di qualcuno di fronte all'ormai evidente limitatezza delle risorse. Le regole del diritto internazionale vengono stracciate in nome di un presunto scontro di civiltà, senza comprendere che ciascuno è l'esito dell'incontro con l'altro. Mentre la complessità delle crisi e il loro intrecciarsi richiederebbero risposte che solo un cambio di paradigma ci può offrire. Invece prevalgono la barbarie e il sopruso, il cinismo e la tecnoscienza. E l'abisso si avvicina. Lo so, c'è anche dell'altro. Ed è quello al quale ognuno di noi, avvertendone comunque una responsabilità generazionale, cerca di fare con il proprio impegno quotidiano. E' in particolare in questi momenti che la poesia ci può venire in aiuto ed è per questo che le parole di Tonino possono contribuire a scuotere le coscienze. (m.n.)
Che me ne faccio della Intelligenza Artificiale
se sono diventato un animale
violento, cinico, feroce
che non ha più pietà per l’uomo in croce.
Che me ne faccio dell’Intelligenza Artificiale...
La spaccatura tra pm e giudici non realizza la terzietà, la Costituzione viene toccata per altri obiettivi. Che hanno molto a che vedere con il disegno autoritario della destra.
di Andrea Fabozzi *
La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.
«DIVIETO DI ACCESSO
(FUORI DALLE PALLE)
QUI SI SPARA A VISTA
CE NE SBATTIAMO DEI GIUDICI
I VOSTRI CORPI VERRANNO FATTI SPARIRE DAI CINGHIALI»
di Federico Zappini
Il testo qui sopra era contenuto in un cartello presente in città, ora rimosso. Potremmo ritenere risolta la questione, liquidandola come il comportamento estremo di un concittadino. Commetteremo un errore di sottovalutazione. Dentro quelle poche righe (in maiuscole, urlate) corredate dall’immagine di una pistola rilevano le caratteristiche più pericolose di quello che mi sembra di poter descrivere come un montante spirito dei tempi. Alimentata da un paio di decenni di cattivismo politico e informativo – vi capita mai di ascoltare La Zanzara? – questa fase storica è piena di aggressività verbale e fisica. Dentro una società raccontata come mai così insicura, pericolosa e piena di nemici, lo spazio dell’indicibile si è via via ristretto, permettendo ad ognuno di esprimere i peggior sentimenti e pensieri, contaminando le basi della convivenza civile.