«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani». "Manifesto di Ventotene"

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Senza parole
Palestina, inizio Novecento

(24 luglio 2014) Ho scritto, abbiamo scritto. Ho parlato, talvolta gridato. Ho manifestato, in tanti l'abbiamo fatto. Dell'ingiustizia, dell'indignazione, della rabbia.

Ho cercato di capire, provando a mettermi in ciascuna delle parti. Sono passato per “traditore”, concetto che ho espunto dal mio vocabolario. Nella rappresentazione del conflitto fra il bene e il male viene meno infatti la necessità della compromissione.

Ho affermato che le armi non avrebbero portato da nessuna parte, utili solo al prevalere del più forte. Passando per anima bella.

Ho cercato di costruire relazioni, dando alla cooperazione il significato di non perdere le tracce di una storia così profondamente radicata nell'ulivo e nella vite. Ho visto l'esercito israeliano tagliare ulivi millenari per cancellarla.

Ho provato a dire in tempi ormai remoti che il concetto di “due popoli, due stati” rappresentava una sconfitta culturale e che una delle componenti della tragedia era proprio l'affermarsi di stati et(n)ici. E che occorreva cambiare l'approccio, provando ad immaginare soluzioni che andassero oltre i paradigmi di un tempo che fatichiamo a metterci alle spalle...

Ciò che vedo in queste ore è esattamente l'opposto di quel che ho auspicato nel corso di una vita. Per questo rimango attonito, senza parole.

La situazione in Iraq? Un vero delirio
Il giornalista americano poco prima dell\'uccisione

Lo sguardo disincantato del sociologo di origine irachena Adel Jabbar traccia l’identik del dramma in atto nel suo paese. Che nessuno sembra in grado di poter arrestare.

Adel Jabbar, come sta vivendo questi giorni caratterizzati dal grave dramma in atto nel suo paese d'origine?
Cerco di capire. E per capire quello che succede sono necessarie due premesse.
1) Gli stati presenti oggi nella zona derivano dalla spartizione che avvenne subito dopo la prima guerra mondiale di una parte del territorio dell’impero ottomano. In questi giorni si parla molto del centenario della prima guerra; ebbene: la situazione in Iraq oggi è ancora una delle conseguenze di quel conflitto. Le entità statuali nacquero in quell’epoca molto deboli, per esplicita volontà da parte delle potenze vincitrici. 
2) Negli ultimi 100 anni gli stati nella zona sono stati governati da elite tutto sommato caratterizzate da ’simpatie’ occidentali, anche se con diverse sfumature, e quindi subalterne per definizione. 

Quali sono stati i difetti principali di questi governi?
Si è trattato di esperienze illiberali, sostanzialmente incapaci di essere inclusive. Larghe fasce della popolazione sono rimaste dunque ai margini e non si è mai lavorato politicamente per ottenere il consenso di questa gente. 
Stati deboli con progetti fragili hanno dovuto ricorrere a forme dispotismo, hard o soft a seconda dei casi, per tenere sotto controllo la situazione.

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Case del parto, idea da attuare
Klimt

 

Nel dibattito di questi giorni sulla chiusura dei punti nascita ho trovato condivisibile la proposta contenuta in questo commento di Maurizio Agostini, apparso nei giorni scorsi sulla stampa locale.

di Maurizio Agostini

(17 luglio 2014) Qualche tempo fa, in un documento redatto con la collaborazione di amici operatori della sanità come contributo al Pd, ragionavo sulla necessità che la rete degli ospedali provinciali fosse ripensata con l'intenzione di superare logiche di separatezza e autoreferenzialità, per collegarla agli altri servizi in modo più costante e fluido. In questo senso, anche il criterio del mantenimento dell'ospedale quanto più possibile vicino al luogo di vita dei cittadini doveva essere superato in favore della scelta della struttura che offre il servizio più adeguato al problema di salute da affrontare. 

All'interno dell'attuale rete degli ospedali, quindi, proponevo di riconoscere il particolare ruolo di strutture che assicurano livelli di alta intensità e complessità delle cure. E, per ottimizzare l'efficienza e ridurre gli sprechi e i costi, sostenevo come necessario scegliere cosa fosse giusto decentrare e cosa, invece, andava accentrato.

Ero e sono convinto, infatti, che il nascere, il gestire l'oscillante andamento delle cronicità, il morire, siano momenti che vanno, nei limiti del possibile, demedicalizzati. E ha dunque senso, quando non gestibili a domicilio, che si pensi di fornire i servizi necessari nell'ambito di strutture periferiche di Comunità, che a queste funzioni dovrebbero essere orientate, contando anche sulla rete delle residenze sanitarie nella loro nuova veste di Aziende di servizio alla persona. Al contrario, le situazioni patologiche che richiedono terapie intensive o l'uso di supporti tecnologici particolarmente complessi o abilità specialistiche straordinarie, sostenevo andassero centralizzate in strutture con valenza multizonale, capaci di accogliere la casistica da bacini di utenza più grandi, di collegarsi con altri centri anche extraregionali, e di garantire - in ultima analisi - il miglior risultato clinico possibile.

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Il fallimento dell'Occidente e la questione palestinese
Il muro

di Michele Nardelli

(15 luglio 2014) Quel che sta avvenendo nella “Striscia di Gaza” è una delle tante operazioni militari che abbiamo conosciuto nella storia di un conflitto che dal 1948 in poi hanno segnato la tragedia della “mezzaluna fertile del Mediterraneo” o c'è dell'altro? Il cliché in effetti non è molto diverso dal passato: ogni volta che sembravano crearsi condizioni favorevoli ad una soluzione politica della questione palestinese è accaduto qualcosa che ha fatto saltare tutto in aria.

Nonostante la progressiva rinuncia da parte palestinese di quote significative della Palestina storica, malgrado la mancanza di continuità territoriale (e di sovranità) di uno stato palestinese in fieri che pure ha ottenuto il riconoscimento da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (unica fonte del diritto internazionale), non solo non si è arrivati ad un accordo di pace ma è proseguita la politica del fatto compiuto attraverso una pratica sempre più aggressiva di insediamenti illegali sostenuti militarmente dallo stato israeliano, imponendo una base di trattativa ogni volta più sfavorevole alle istanze palestinesi.

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Sarajevo, cuore d'Europa
Il luogo dell\'attentato

Sarajevo ricorda oggi il centenario dell'attentato che cambiò la storia europea, innescando la crisi diplomatica che portò all'inizio della Prima Guerra Mondiale

Questo articolo viene pubblicato oggi da Osservatorio Balcani Caucaso e dai quotidiani Trentino e Alto Adige

di Andrea Rossini

(28 giugno 2014) Cento anni fa l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, era partito di buon mattino da Ilidža, sobborgo termale di Sarajevo, per recarsi nel centro della città che da pochi anni era stata annessa all'Impero Austro Ungarico. Insieme a lui c'era la moglie Sofia.

Lungo tutto il percorso, in particolare nel tratto finale, lungo le rive della Miljacka, c'erano gli attentatori. La prima bomba non esplose. Poi Nedeljko Čabrinović lanciò la sua, che però rimbalzò sul tettuccio della vettura imperiale finendo lontana.

L'arciduca decise di continuare il suo percorso fino alla sede del Municipio, per poi riprendere il tragitto con la moglie fino all'incontro fatale con Gavrilo Princip, un giovane serbo bosniaco che apparteneva all'organizzazione rivoluzionaria “Mlada Bosna”, Giovane Bosnia.

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Bosnia Erzegovina, un paese stremato
Bottega artigiana nelle vie di Sarajevo

"Ritorno nei Balcani", la seconda puntata

(Agosto 2014) Amo prendere il caffè al Morića Han, nella Baščaršija, il cuore ottomano di Sarajevo. Venne realizzato nel 1531 da Gazi Husrev-beg come parte integrante del progetto che, insieme alla moschea, alla madrasa (la scuola coranica) e alla mensa per la gente povera, costituì una sorta di atto fondativo della città di Sarajevo. In origine era un caravanserraglio, luogo di accoglienza per i viaggiatori ai quali non si negava mai il pane, l'acqua ed un giaciglio. Antiche civiltà, quando l'ospite era sacro e lo straniero il benvenuto.

Ora nessuno sembra accorgersi delle persone che chiedono l'elemosina nelle strade, men che meno di quelle che per dignità o vergogna si arrabattano con quel poco che hanno. Nemmeno negli anni immediatamente successivi alla guerra era così. Mi colpisce la diffusione della povertà delle persone anziane che spesso si trovano a dover fare i conti con una pensione di centocinquanta marchi convertibili (pressapoco settantacinque euro) o anche meno, sempre che lo Stato di cui sono cittadini riconosca loro qualcosa (visto che quello nel quale hanno versato i contributi non esiste più...).

Con un po' di pudore osservo una persona anziana guardare la frutta in una bancarella ed il suo commentare sconsolato di prezzi che se immaginati in un mercato di casa nostra sarebbero stracciati e che invece, rapportati al reddito di qui, possono risultare inaccessibili. L'abito mi racconta di un passato diverso e dignitoso, che la duplice tragedia della guerra e della dissoluzione del paese di cui era parte (e sul quale aveva investito certamente una parte della sua esistenza) ha cancellato.

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L'orologio dello sceicco e il Mose
Le grandi navi nel Canal Grande

di Michele Nardelli

(5 giugno 2014) Qualche giorno fa uno sceicco del Qatar, intervistato a proposito della compravendita dei voti per l'assegnazione dei mondiali del 2022 all'emirato, rispondeva mostrando il suo orologio d'oro ed affermando che anche quello era un regalo. Voleva dire che l'ingraziarsi il sostegno è cosa normale e che è sempre stato così.

Nell'ascoltare quell'intervista il sentimento che dominava i miei pensieri era lo stupore, mi chiedevo che idea potesse avere costui non dico verso l'uguaglianza degli esseri umani ma semplicemente verso lo stato di diritto.

Dopo la prima reazione, riflettendoci un attimo, ho dovuto amaramente riconoscere come la realtà corrisponde più al pensiero dello sceicco che non ai miei valori. In fondo, la cultura del favore o dello scambio (anche quello politico, che non è necessariamente reato) è profondamente radicata anche nelle nostre moderne democrazie, se solo pensiamo al potere delle grandi lobby economico finanziarie nell'indirizzare le scelte dei governi, il pensiero dell'opinione pubblica, la stessa società civile.

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